Gioacchino Volpe.
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IL MEDIO EVO.
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Parte 4.
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1965. G. C. Sansoni Editore, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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Indice di questa parte.
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20. VERSO LA MODERNA EUROPA.
1. La societ europea - 2. Chiesa, societ nazionali, laicato - 3. Forze economico-sociali e Monarchie - 4. L'Europa in cerca dell'Italia.
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21. L'ITALIA NELLA RINASCENZA.
1. Economia, costume, cultura italiana - 2. Firenze e Venezia, Roma e Milano - 3. L'Italia politica alla fine del '400 - 4. Decisivi accadimenti europei.
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22. CONQUISTA DELL'ITALIA.
1. Gara europea - 2. La resistenza degli Stati italiani - 3. Travaglio italiano, elevazione italiana - 4. Impero intellettuale italiano.
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Fine Indice.
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Capitolo ventesimo.
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Verso la moderna Europa.
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1. - LA SOCIETA' EUROPEA.
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Questo il quadro politico dell'Europa nel Quattordicesimo e Quindicesimo secolo: una Europa pi grande, pi varia ed insieme pi una, con i suoi diversi elementi etnici meglio individuati nei diversi quadri politici e, nel tempo stesso, pi collegati gli uni con gli altri. Comincia ad esservi una storia unitaria di gran parte del continente, con parti assai sensibili l'una alla vicenda delle altre, pur essendovi pi distinte storie di nazioni e di Stati indipendenti. Prodotto, manifestazione, strumento di questa vita delle nazioni e degli Stati, pi coerenti all'interno e pi ricchi di nessi nel rapporto internazionale, sono le Monarchie che, dopo secoli di scomposte ed autarchiche forze sociali, riemergono ben visibili, come nei primi secoli della loro formazione sul terreno del crollato Impero romano. Solo che ora esse hanno pi midollo, sono permeate di una pi ricca realt sociale, che  quella appunto elaboratasi nella caotica ma germinale fase intermedia e che nelle Monarchie trova, ora, tanto la sua sintetica espressione politica quanto la coordinazione e l'impulso.
Questa realt sociale che noi abbiamo visto in fervido movimento dopo il Mille, ha seguitato e seguita a progredire. E sopra una superficie pi vasta. Per buona parte del '200, al centro o alla testa della vita economica europea era sempre l'Italia: l'Italia dei Comuni. Essa e solo essa aveva un traffico veramente europeo, vuoi proprio vuoi di transito, in rapporto alla sua funzione mediatrice fra Oriente e Occidente; ed una attivit bancaria europea. Avanti a tutti, la Toscana e Firenze. Qui, un capitalismo in avanzata formazione, avente la sua base essenzialmente nel commercio del denaro e nelle operazioni finanziarie, fonte di nuove cospicue ricchezze che la coscienza morale del tempo guardava ancora con sospetto. "O iniqui cittadini che tutto il mondo avete corrotto e viziato di mali costumi e iniqui guadagni! Voi siete quelli che nel mondo avete messo ogni malo uso! Ora vi si comincia a volgere il mondo addosso!". Cos Dino Compagni, cronista, ai suoi Fiorentini, negli anni torbidi delle peggiori fazioni interne, della minaccia papale e francese alla libert del Comune. Ma questo capitalismo si veniva, dalla fine del '200, fondendo con la vita industriale, alimentandola e traendone alimento. Come organizzazione tecnica, l'industria fiorentina era mescolanza di lavoro di opificio e di lavoro domestico; ma come attivit economica, era ormai capitalismo. Non mancano neppure accenni a vere e proprie fabbriche. Ed a Bologna, verso la met del '300, un cronista accenna a "macchine grandi" per la torcitura della seta, le quali, mosse dall'acqua, "operano in un istante quel che farebbero 4000 filatrici". In questo tempo, appunto, la industria serica, passata gi nel Dodicesimo secolo dalla Sicilia alla terraferma e specialmente a Lucca ed a Firenze, si sta propagando verso il nord: a Bologna, a Genova, a Venezia, poi a Milano, che ne diverr, fra il '400 e il '500, quasi la patria.
Ma negli ultimi secoli, si vedono moltiplicare sempre pi, fuori della penisola, i focolai della vita produttiva e i centri e le vie di scambio. Si commercia con certa intensit fra i paesi slavi e l'Occidente, vuoi per il tramite dell'Italia, vuoi degli Italiani attraverso la Balcania o su e gi per i grandi fiumi del mar Nero. E la moneta genovese circola fra Tartari, Russi, Polacchi, Lituani, Romeni eccetera, come quella di Bisanzio. Tutto il movimento di transito fra l'Oriente e l'Europa, attraverso la valle del Danubio, si fa pi intenso: Tedeschi, Ebrei, Armeni, Italiani, Greci, Ragusani eccetera La Dobrugia, tappa necessaria tra la regione danubiana e il mar Nero, diventa ora quella mescolanza incoerente di stirpi che noi conosciamo. Cresce, per i valichi del Friuli e delle Alpi nord-orientali e centrali, il traffico fra Slavia, Italia, Germania. Altre citt sorgono fra le genti romene: Jassy, Czernowitz, Choczim eccetera, sebbene tutte, pi o meno, colonie di immigrati, pi che organico e spontaneo prodotto di quella terra. Fra vecchie e nuove citt di questo mondo in formazione ad est della Germania, fra le citt ungheresi e quelle di Galizia (Leopoli, Cracovia eccetera), si annodano relazioni. La frequente unione personale dei Regni, nella regione della Vistola e del Danubio; i legami matrimoniali fra signori italiani e tedeschi, italiani e ungheresi o polacchi, il movimento diplomatico da e per questi Stati nell'epoca dei Concili e della rivoluzione ussita eccetera; tutto questo promuove circolazione attiva di ogni cosa fra la nuovissima Europa dell'Est e l'Occidente e stimola quindi il lavoro locale, lo sviluppo quantitativo e qualitativo delle attivit economiche.
Fatti ancor pi interessanti si riscontrano fra le grandi e piccole Monarchie che si specchiano sul Mediterraneo e sull'Atlantico. I navigatori portoghesi hanno cominciato ad inoltrarsi lungo le coste dell'Africa nord-ovest. Nel 415, occupazione di Ceuta: primo e ancora incerto inizio della storia coloniale moderna. I contatti economici dell'Inghilterra col continente si fanno pi frequenti e pi stretti nel '300: nel secolo stesso della sua grande guerra per la conquista della Corona di Francia. Primi accenni di una esportazione di panni: e grossi depositi se ne costituiscono, gi alla fine del Tredicesimo secolo, a Bruges e poi ad Anversa ed a Calais. Si delinea anche una iniziativa dall'alto, un pensiero direttivo, un nesso fra politica ed economia della nazione. Il Re non solo vuol trarre dal commercio della lana, massima ricchezza del paese, i mezzi necessari alle sue guerre (ed a tale scopo, diventa commerciante esso stesso, come del resto facevano allora assai comunemente anche i Signori italiani); ma vuol avere nel paese una industria tessile capace di tener testa a quelle del continente. E anche una propria marina che lo affranchi dall'Itansa. Quindi, limiti alla esportazione della materia prima e all'importazione dei manufatti, ricerca di operai esperti nei Paesi Bassi ed in Italia eccetera; quindi, con Enrico Quinto, costruzione di grandi navi, simili alle navi di quei Genovesi che hanno dato pure ammiragli a principi spagnuoli e portoghesi e organizzato la marina militare di Filippo il Bello. Sorge l'alta ambizione degli Inglesi di essere i "Re del mare", come nella Francia del '300 si chiama la Compagnia dei "Merchants Adventurers". Gi si intravede la futura politica delle grandi Monarchie, a base di interventi statali, per dare vita alle industrie, aprire ad esse mercati esteri, lavorar nel paese le materie prime del paese, impedire l'esodo della moneta. E l'Inghilterra  il primo Stato d'Europa che si mette su questa via, essa che sar il primo, dopo costituitasi una solida ossatura industriale e capitalistica, a mettersi su la strada opposta del liberismo e farsene maestra e banditrice. In Francia, le cose vanno meno bene, in quel secolo ed in parte del seguente. Il lungo battagliare dei Cento Anni diserta intere regioni, rovina strade e ponti, provoca crisi frequenti, insomma arresta il lavoro gi bene avviato al tempo di Filippo il Bello. Ma si sa che, anche in quel secolo, la produzione e il commercio dei panni non si arrestano in Francia; che drappi francesi, insieme con quelli fiamminghi, quasi cacciano i drappi italiani da Avignone; che qui, nella sede dei Papi, cominciano ad apparire nella seconda met del secolo anche banchieri francesi e spagnuoli, incoraggiati forse dalla stessa Curia papale che tende, per diminuire i rischi, a suddividere le sue operazioni bancarie fra molte Compagnie di diversi paesi. Agli occhi perfino dei Fiorentini, maestri di mercature, la Francia del '300 si presenta come una buona scuola di pratica commerciale, come un ambiente adatto alla formazione del buon mercante. Da Firenze vanno li, in grande numero, i giovani avviati alla mercatura. E tornati in patria, tu li senti spesso lamentarsi che qui non vi sono buoni maestri come laggi, e rammaricarsi di essere tornati, e addebitare a questo ritorno ogni eventuale disavventura. "Sempre han l'animo pure in Francia...". Fatti sintomatici, del come i grandi Stati stessero diventando terreno pi favorevole alle attivit economiche che non i piccoli Stati, dove da ogni parte  una barriera e la guerra si ripercuote immediatamente sul commercio e sull'industria. Ci che appare con tutta chiarezza in Francia, dopo chiusa la guerra dei Cento Anni. Si ha allora una vivace e rapida rinascita che investe tanto l'autorit regia quanto l'economia della nazione. Fa buoni passi allora la banca, si diffonde l'abitudine delle societ commerciali che valorizzano anche i piccoli e mezzani capitali e creano talune grandi case mercantili, cresce l'importanza di Marsiglia pel commercio del Mediterraneo e del Levante, di Bordeaux per quello coi paesi oceanici, di Lione posta ai confini della Germania e dell'Italia. Fanno le loro prime apparizioni speculatori, accaparratori, monopolizzatori di questa o quella merce o derrata, uomini dai grossi piani di affari e quindi vicini ai poteri politici, capaci di influire su di essi, di volgere in un senso o in un altro le direttive economiche del Re. A pi vasta unit territoriale ed a pi fitta rete di rapporti politici internazionali, corrisponde pi libera e fruttifera attivit produttiva entro e fuori i confini dello Stato, pi vivo spirito di intraprendenza e accelerato processo di formazione capitalistica. Si fa serrata la lotta, combattuta dal Re e dalle citt e dalle associazioni dei mercanti, contro le barriere interne; si fa pi energico lo sforzo di superare quelle esterne.
Non, tuttavia, che paesi politicamente spezzettati, come la Germania, non facciano anche essi il loro cammino in avanti. La Germania  paese in decadenza quanto ad unit politica. Qualche volta, si ha l'impressione del caos, tanti sono la molteplicit e la variet degli Stati e il cozzo dei loro interessi in contrasto. Solo nel pi ristretto quadro dei territori, si compie quel processo di organizzazione statale che altrove si compie nel quadro delle nazioni. Ma la economia della Germania si avvantaggia del movimento generale del commercio europeo, dello sviluppo dei Paesi Bassi, della ripresa francese eccetera Bruges ed Anversa a nord, Venezia e Genova a sud, sono i suoi sbocchi sul mare. L'Italia comincia ad essere battuta dai Tedeschi. Respinti essi come dominatori e guerrieri, ricompaiono come mercanti fino all'Italia centrale e meridionale, come osti e albergatori ("Hoc hominum genus totam fere Italiam hospitalem facit", scrive Enea Silvio Piccolomini); ricompaiono come artieri (incisori, orefici, bulinatori, intagliatori eccetera), come tipografi e librai, come minatori e cercatori di miniere e imprenditori di lavori minerari. Poich in Germania sono fiorentissimi questi mestieri e industrie, e grande  la capacit tecnica delle relative maestranze. Germania e Italia sono, in Europa, i due paesi in cui prima si affina e si manifesta il genio meccanico e inventivo. Basta ricordare Giovanni Mller (il Regimontano) e Leon Battista Albero e Leonardo, con i loro meravigliosi congegni e le loro macchine, eseguiti, disegnati, immaginati. Si inventano anche e si perfezionano, qui, i caratteri mobili per la stampa: forse Panfilo Castaldi, forse, pi probabilmente, Gutenberg. E qui l'industria tipografica si diffonde pi che altrove ed assume i caratteri di vera industria, con grandi stamperie, officine di incisione in legno e in rame, diecine e diecine di operai ognuna, molti capitali in movimento. Dalla Germania, poi, sciamano verso i paesi attorno uomini addetti a questa industria. In Francia, ad esempio, produzione e commercio del libro , nei primi decenni, quasi del tutto cosa di Tedeschi. Ancor pi, miniere e metallurgia: capacit ed attivit tradizionale nei paesi tedeschi pi che altrove; ma, dalla met del '400, in rapido perfezionarsi e crescere.
Agli Italiani, tuttavia, rimane anche adesso qualche indiscussa superiorit. Nessun paese fornisce seterie pari alle loro: broccati, velluti, stoffe a seta ed oro eccetera Milano e la Lombardia sono una delle officine mondiali, forse la maggiore, per la fabbricazione in grande ed il commercio delle armi. Dopo la rotta di Maclodio (1427), per rimetter in assetto l'esercito, Filippo Maria ebbe, solo da due fabbricanti, 4000 armature da cavalli e 2000 per fanti. Nella prima met di quel secolo, nulla colpisce tanto i forestieri a Milano quanto il fragore delle sue ferriere, pari a quello di una battaglia. Si esporta in tutta Italia; si esporta per ogni paese d'Europa. I Missaglia, i Da Merate, i Cantoni, i Corio, i Vimercate e altri forniscono Re di Francia e d'Ungheria, duchi di Lorena e Imperatore. Francesco da Missaglia va da Luigi Undicesimo, "per armare questo signore re", ed  ammesso nella sua intimit, giorno o notte, perch possa conoscerne la disposizione e proporzione e vigore delle membra. Altri va in Inghilterra e si impegna di esercitare in questo paese l'arte dell'armaiuolo e fornire al Re armature compiute, "a capite usque ad pedes". Vi  divieto, per maestri ed operai, di uscire dallo Stato. Ma fuori, la ricerca ne  grande. Si prega il Duca di volerne mandare, derogando ai divieti; oppure poterne inviare da fuori a Milano, perch a Milano si perfezionino. Su gli oratori sforzeschi all'estero, si esercitano lusinghe e pressioni perch ottengano dalla Lombardia maestri di quell'arte. E il Duca ai principi amici manda ambitissimo dono di armi e di armieri. Autorizzati o no, molti si recano all'estero, vi mettono bottega, contraggono societ, avviano commerci di armi, ne organizzano la fabbricazione anche per conto dei governi.
Superiorit italiana permane anche nel campo delle operazioni bancarie, sebbene segni di stanchezza non manchino; e non manchino disastri provocati dalla stessa potenza e quindi eccessiva audacia di talune grandi Case bancarie, tendenza di molti a curar pi sicuri investimenti, fortunata concorrenza di forestieri. Molti denari erano sempre collocati all'estero; ma difficile, spesso, riaverli, vuoi per malvolere di potenti creditori, vuoi per il dissesto delle finanze pubbliche francesi o inglesi. Potenza finanziaria senza potenza politica ormai si sosteneva a stento, in questa Europa che si viene inquadrando in grandi Stati nazionali. Aggiungi, nel Quattordicesimo e parte del Quindicesimo secolo, la lontananza dei Papi da Roma, che, se non distrusse, certo attenu il primato e quasi monopolio bancario fiorentino; e la disordinata vicenda del Papato, grande cliente della banca italiana e grande tutore, nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo, degli interessi quasi cattolici, pur essi, dei banchieri italiani. Si affaccia anche oltre Alpe, specialmente in Germania, la banca, di notevoli o grandi proporzioni: basti ricordare i Fugger. Si moltiplicano da per tutto, espandendosi dai loro maggiori centri, le comunit ebraiche che fanno il commercio del denaro. E sono, in grandissimo numero, ebrei tedeschi. Anche nel Friuli essi sostituiscono i Toscani. Alla fine del Quindicesimo secolo, sono anche ebrei spagnuoli, che emigrano verso l'Italia, verso l'Oriente, verso i Paesi Bassi, dilatando il nome, la cultura, l'influenza politica di Spagna. Le grandi guerre, le esigenze finanziarie dei governi, i bisogni delle Corti, come spingono verso la trasformazione dei sistemi fiscali, che acquistano pi larga base, cos anche impongono di ricorrere al credito. Lo Stato diventa un capitalista. E come altri assume per le sue industrie operai salariati, cos esso assume soldati mercenari. Ci che determina attorno ad esso tutto un movimento di denaro, da cui la banca e i gruppi pi audaci della borghesia traggono stimolo. Si accentua, con la ricchezza stessa e con il suo diffondersi, anche il concentramento della ricchezza stessa, in connessione a necessit politiche e all'opera dei governi. I quali ne escono afforzati, se non mancano altre condizioni fondamentali di forza; ma anche, in altri casi, esautorati e quasi annullati: la Repubblica di Genova, ad esempio, la quale a met del '400  gi in balia della organizzazione dei suoi creditori e ad essa deve cedere terre del dominio.
Sentimenti, costumi, pensieri si adeguano anche essi a questa pi alacre attivit economica. Si diffonde quella che  la psicologia delle et capitalistiche: calcolare, speculare, guadagnare pi che si pu; orrore per i c denari morti", cio fermi, cio infruttiferi, come li chiama nel '300 l'autore di un "Libro di buoni" costumi, ser Pace da Certaldo. E si ha pure un nuovo orientamento teoretico in rapporto al commercio. Si, certo, si comincia a dire nel Tredicesimo e, pi, nel Quattordicesimo secolo; s, certo,  illecito, specialmente in tempo di carestia, vendere i generi necessari alla vita pi cari che non sia stato il prezzo d'acquisto; illecito prestar denari con interesse, specialmente a chi sia in ristrettezza. Tuttavia, non illecito che si lucri su le materie prime trasformate dal lavoro (cio si vuol salvare, moralmente, l'artigiano-mercante, che  pur sempre l'ossatura della nuova societ, in questo declinare del Medio Evo); non illecito, per gli uomini che vivono nel secolo, realizzare un equo guadagno anche senza lavoro manuale, cio esercitar commercio; non illecito, ritrarre interesse da un mutuo, quando il mutuante affronti perdite, rischi, sacrifici; non illecite, la speculazione e l'accumulazione, quando siano fatte non per vantaggio di privati ma per pubblica utilit eccetera eccetera. Sono le idee che si affacciano e circolano allora, pur fra contrasti, nella dottrina dei giuristi e poi nella filosofia degli scolastici. Attaccata alla tradizione dei canoni e dei Concili, neanche essa pu sottrarsi alle esigenze del tempo ed alle suggestioni della realt: ci che voleva poi dire, riaccostarsi al sistema giuridico romano.
Naturalmente, anche vita pi larga, ricerca di godimenti e comodit, amore alla bella casa, ardore di costruire, quale ci  attestato dalla ricca iconografia quattrocentesca, miniata o stampata, delle citt fiamminghe, francesi, tedesche, italiane, o anche dalle descrizioni di viaggiatori come Enea Silvio Piccolomini che percorse la Germania e molto ammir le sue citt, Augusta, Ratisbona, Norimberga eccetera. Il lusso dilaga e trascina tutti; lusso qua e l raffinato, pi spesso grossolano, come di gente nuova non ancora pari alla sua ricchezza. Le leggi suntuarie si moltiplicano segno che la passione delle belle vesti, dei gioielli, delle feste  grande; ed anche che  vano il desiderio del principe di contener quella passione. Del resto, le Corti e i grandi Signori danno essi l'esempio. Anche variet e mobilit delle fogge. Tutte le porte si aprono agli influssi forestieri. Cronisti e novellieri e predicatori quasi in ogni paese lamentano questo abbandono del costume dei padri, che si estende anche al modo di vestire e di calzare, al taglio della barba e dei capelli, all'uso frequente di lingue forestiere. Spagnuoli, Francesi, Italiani, Tedeschi eccetera, tutti dettano legge in qualche cosa, ognuno nel paese degli altri. E in ogni paese, la borghesia detta, pi o meno visibilmente, la sua legge alle altre classi. Lo spirito borghese investe pi o meno chi sta in alto e chi sta in basso: cio insoddisfazione del proprio stato, desiderio di spendere e sfoggiare, tendenza a misurar col metro della ricchezza molti rapporti e valori della vita. Se per un verso la borghesia tende ad acquistar privilegi e titoli, cio a nobilitarsi; per un altro verso, nobili e contadini si orientano, pi o meno consapevolmente, verso i borghesi, come modelli di vita. E' una specie di livellamento sociale e anche morale pur mentre, sotto taluni rapporti, la distanza si accresce, i contrasti si moltiplicano, o si acuisce il senso della distanza e dei contrasti.
Poich, accanto a innegabili miglioramenti nella condizione di vita della grande massa, vi sono peggioramenti. In generale, pi libert, fra i lavoratori urbani e campagnuoli. Non vi sono pi artigiani servi, nelle case dei grandi signori. La ministerialit, numerossima specie in Germania, o ha rotto i cancelli della corte e ha fatto massa con l'artigianato libero o si  mutata in piccola nobilt che ora traversa una grave crisi. Procede con ritmo accelerato, almeno in tutta o gran parte dell'Europa occidentale e centrale, l'affrancamento dei servi dal legame della gleba; si estende il regime contrattuale, nei rapporti coi signori e proprietari, e si limitano i diritti padronali, il numero dei piccoli proprietari o dei censuari ed enfiteuti che sono quasi proprietari, cresce; si avvicinano sempre pi i contadini alla citt e la citt ai contadini. Non poco contribuisce a questo, fra l'altro, anche l'uso invalso nelle campagne di arruolarsi nelle bande mercenarie: ci che vuol dire denaro, costumi nuovi, abitudine alle armi e coscienza di forza, arie di nobilt cavalleresca. Ma molta terra  passata nelle mani di mercanti e cittadini, accorti e sottili amministratori della loro ricchezza: ed ecco, pi occhiuta vigilanza sui contadini; a cui risponde animosit diffusa contro i proprietari e contro le citt, cio contro i proprietari e contro quelli che riscuotono i gravosi tributi, esigono i censi, prestano denari ai contadini e alle comunit rurali ad interessi usurari. E anche dove rimangono i vecchi proprietari, qui il pi largo tenore di vita, le necessit finanziarie, certo spirito capitalistico che informa di s i rapporti del signore col contadino, si risolvono in maggiore sfruttamento del lavoro, in aumento di censi e decime e servizi eccetera Tutto ci, mentre le funzioni pubbliche e la forza politica della nobilt diminuivano; scemava la sua capacit militare e, ancor pi, quel suo monopolio delle armi, che aveva servito fino allora a giustificare e fare accettare la elevata sua posizione economica ed i privilegi d'ogni genere verso le classi dipendenti. Ch se poi l'aristocrazia fondiaria si mantiene in sella, o attraverso vicende alterne nel '300 e '400, riesce ad acquistare o ricuperare forza politica di fronte alle Monarchie, allora noi la vediamo procedere ad una affermazione crescente di diritti su la terra e su chi la coltiva: maggiori censi, chiusura di terre incolte e di uso promiscuo, limitazione del diritto o dell'uso popolare di pascolo e legnatico, accaparramento dei boschi e di ogni risorsa naturale. "Se potessero incatenare tutta la terra e tutte le acque, le incatenerebbero)", si sente lamentare nel '400 in Germania, dove abbondano, accanto ai segni di una elevazione delle campagne, anche quelli del contrario, cio sforzi diretti a tener bassi i contadini, legarli alle loro prestazioni abituali, inasprire queste prestazioni, trasformar ogni servizio in un dovere fisso ed ereditario, ridurre ad un tipo unico secondo il diritto romano le condizioni svariatissime dei contadini. Spesso, tutto questo mira ad una intensificazione delle colture e si risolve in essa: ma si risolve anche in un quasi ritorno all'antico, in taluni luoghi, o alla instaurazione di una vera servit della gleba in altri. Cos in una parte della Germania, in Ungheria, in Polonia, negli altri Stati slavi: quasi Medio Evo dell'Europa orientale, sotto questi rapporti, proprio quando esso tramontava in Occidente.
Nel tempo stesso si compie una evoluzione notevole nell'organamento del lavoro industriale e nei rapporti delle varie categorie che vi sono addette. Tendono a differenziarsi e staccarsi maestri e soci o discepoli, gi affratellati nell'Arte. Cresce l'importanza di chi fornisce il capitale di fronte a chi fornisce il lavoro. Soci e discepoli vedono prolungarsi il tempo necessario per ascendere di grado, rendersi pi costosa e tecnicamente difficile la prova relativa. Il maestro si muta in capitalista che procura materie prime, le affida agli operai della propria bottega o a domicilio, vende per conto suo il prodotto, disciplina il lavoro, impone patti e condizioni e limiti crescenti, finisce col monopolizzare industria e commercio. L'operaio  fatto simile, cos, al lavoratore salariato, non conta pi nulla nell'Arte; e l'Arte diventa solo organizzazione di capitalisti e maestri che si preoccupano essenzialmente di aver buone merci, evitare la concorrenza altrui, assicurarsi l'esercizio esclusivo ed ereditario dell'industria.
Sorgeva in tal modo e si diffondeva il salariato. Nelle campagne, esso  sporadica formazione. E tuttavia, esso vi fa la sua apparizione di pari passo con lo assottigliarsi della servit, con la cresciuta ricerca di braccia e in un tempo che segna progressi agricoli notevoli e certo fervore di opere pubbliche (strade, canali, ponti eccetera), con lo sviluppo di industrie minerarie e il trasporto di talune industrie alla campagna per meglio utilizzare forze d'acqua (concerie, cartiere eccetera), con il rilassamento della compagine familiare anche fra i contadini, con lo sfasciarsi di molte comunit rurali, corrose dal fiscalismo cittadino e dai debiti usurari, battute dalla guerra, esposte senza difesa alle scorrerie delle bande mercenarie e brigantesche. Tutto questo voleva dire mobilit maggiore dei contadini, loro pi facile migrare alla ricerca dei mezzi per vivere, dove era offerta di lavoro o richiamo di mercedi pi alte. Assai pi numeroso, il salariato, nelle citt. Crescendo e mutando la sua struttura, l'industria - specialmente tessile, mineraria, metallurgica - non solo trasforma artigiani in giornalieri a salario ma assorbe lavoratori dalla terra, aumenta attorno a s quella forza bruta di lavoro che intravediamo brulicare nelle grandi citt del '300 e '400 in misura crescente col crescere della ricchezza e col pi sollecito movimento della ricchezza stessa. Anche il mercenarismo  una forma di salariato, e lo creano tanto la nuova sistemazione finanziaria degli Stati quanto la insufficienza dei vecchi ordini militari per le pi vaste e lunghe guerre del tempo, l'interesse delle Monarchie a deprimere i grandi vassalli, la decadenza della societ feudale, la abbondanza di braccia venali: che sono poi, specialmente, piccola nobilt dissestata e rsa dalle discordie familiari, plebe cittadina, campagnuoli poveri e piccoli proprietari andati in rovina, essi e la comunit, o anelanti ad uscire dal chiuso del villaggio. Bande mercenarie sono gi visibili in Italia nel '200. Pi ancora nel '300 in Francia e in Italia: Catalani, Svizzeri, Provenzali, Borgognoni, Guasconi, Ungheresi, Tedeschi, Inglesi, Italiani. La penisola ne  tutta corsa e straziata, specialmente quando la sosta delle armi in terra di Francia li caccia verso la valle del Po, l'Umbria, la Toscana eccetera.
Si comincia, cos, a vedere nuclei o masse pi o meno numerose di plebe, cio aggregati incoerenti, individui e famiglie isolate, senza terreno fermo sotto i piedi, senza legami organici col mondo circostante, senza mezzi propri o almeno sicuri di sostentamento. Di li, qualcuno si stacca ed ascende, perch la strada ad ascendere  certo, ora, pi libera di prima: e specialmente aiuta il mestiere delle armi. Ma i pi rimangono legati alla loro grama fortuna. Vita stentata dell'operaio cittadino. Salari spesso in natura. Chi riceve da un maestro o padrone anticipo di mercede - ed  frequentatissima necessit - rimane vincolato dall'obbligo di non lavorare se non per lui. Di regime contrattuale, di associazione, poco o nulla. Eliminato o assottigliato l'arbitrio dalla vita del contadino, esso si instaura in quella del salariato urbano: arbitrio a cui corrisponde, dall'altra parte, spirito di indisciplina, insofferenza di regole e di fermezza. Statuti o carte di corporazione rarissimamente accennano a diritti o garanzie per i lavoratori. Autorit del padrone, amplissima. Intanto, i prezzi delle derrate sono, nel '300 e nel '400, in continua ascesa, come sono in ascesa il prezzo della terra, la quantit della popolazione in molta parte dell'Europa, il numero dei centri di grande consumo, il commercio delle derrate eccetera: a non contare i monopoli, gli accaparramenti, insomma la speculazione, spesso autorizzata dal principe e quindi legale, che ha la sua parte nella formazione della nuova borghesia capitalistica, in Italia, in Francia, in Germania, altrove. E poi, oggi lavoro e domani ozio forzato, oggi pane e domani fame, oggi abbondanza e domani carestia, pestilenza, mortalit. La quale aumenta si il valore economico dei superstiti e quindi la richiesta di salari pi alti, spesso pi assai che l'industria del tempo non consenta. Ma ecco il legislatore a frenare il rialzo dei salari, le pretese dei lavoratori, la loro smania di spostarsi da un luogo all'altro.... Come appunto, su larga scala, dopo il 1348, l'anno della peste nera, che volle dire rivoluzione di prezzi, aumento di mercedi o di pretese, leggi repressive, tumulti, reazioni eccetera Quindi, tutte le manifestazioni del pauperismo. Operai disoccupati, soldati rimasti senza soldo, oziosi e vagabondi di professione, spostati di ogni genere: personaggi nuovi che la societ medievale, povera e ferma, ignorava. Dilaga l'accattonaggio, di veri poveri e di falsi poveri, di chi mendica per s e di chi mendica per il mendico. E il brigantaggio, di piccole e grosse bande. E il popolino delle citt che si indebita. E l'usura che si diffonde. E malessere profondo, radicato senso di ingiustizie da estirpare, vaneggiamenti di grandi riforme o rivoluzioni, fantasie comunistiche, profezie e profeti, demagoghi e sobillatori.
Insomma, bisogna pur dire che la fine del Medio Evo segna, nelle regioni pi progredite dell'Europa, una triste infanzia per il proletariato specialmente urbano, nato insieme con la grossa borghesia e con l'industria manifatturiera. Lo svilupparsi di queste, se ha portato, in genere, non poco giovamento al lavoratore della campagna, ha portato molti dolori a quello della citt. I contadini hanno avuto degli avvocati, nel loro sforzo verso la libert personale e la terra: avanti a tutti, il Re. Ora, nel '400, anche i letterati, su le orme di Virgilio, tessono le lodi del pio colono. Ma la Monarchia non sappiamo che, dal '300 in poi, si occupi dello scardassiere, del tessitore, del minatore, del piccolo artigiano, del soldato che trascina nella miseria le sue vecchie ferite; n sappiamo che il letterato abbia avuto se non disprezzo per la "plebe" delle citt, per il sordido lavoratore delle officine. Molti interessi e forze avevano, dall'Undicesimo secolo in poi, concorso ad abbassare la nobilt feudale e, quindi, ad elevare le masse rurali: innanzi tutto, le citt, col loro crescente lavoro. Ma nessun interesse e nessuna forza di qualche efficacia si volge ora contro la borghesia che maneggia il denaro e che fa pesare duramente la sua mano su l'operaio. E' che il grande proprietario medievale troppo poca parte aveva nella creazione della ricchezza; grandissima ne ha adesso l'uomo che organizza la fabbrica, che cerca e scava miniere, che importa o esporta merci, che apre nuove vie ai traffici eccetera, personaggio ormai indispensabile su la scena della societ europea.
Comunque, risentimenti e odi diffusi fra classi e classi, in questa fase di trasformazione rapida e profonda: pur mentre le classi si avvicinano ed anche si assimilano. Lo stesso che fra le nazioni e gli Stati. E vaste convulsioni rivoluzionarie nelle campagne; frequenti torbidi e sussulti nelle citt, in cui sempre pi crudamente e consapevolmente si trovano di fronte ricchi e poveri, nuovi ricchi e nuovi poveri, come  ad esempio gran parte della piccola nobilt. Abbiamo da ricordare la "jacquerie" francese, vera e propria rivoluzione di contadini contro i Signori, mostratisi pi capaci di rifarsi sopra i contadini che non sopra gli Inglesi, dei danni della guerra. Essi erano "lo stupido Giacomo": cio danno e beffa insieme. Ma ormai cominciavano ad avere una coscienza di s. Le carte di affrancamento avevano moltiplicato il numero degli uomini liberi che operavano come fermento nella massa. Tutti avevano imparato a mente, perch lo aveva detto il Re sopra quelle carte, che gli uomini nascono eguali, che essi sono liberi per natura eccetera Cos, mentre il movimento insurrezionale degli artigliani e piccoli borghesi trionfava a Parigi, si scaten l'assalto contro i castelli, e il nobile sangue dei cavalieri corse a rivi. Fino a che i cavalieri si ripresero, raccolsero le forze, ebbero soccorsi dalla nobilt fiamminga, procedettero ad una reazione spietata che mut in deserto intere province e, isolando Parigi, affrett anche la vittoria sui popolani di Stefano Marcel. Alla "jacquerie" francese fanno eco altri movimenti di masse: nelle citt e campagne dei Paesi Bassi, in Inghilterra, altrove. Nei Paesi Bassi, abbiamo visto i moti politico-sociali interni alternarsi e mescolarsi con le lotte esterne e con la guerra tra Inghilterra e Francia. E i piccoli artigiani e gli operai giornalieri di Liegi, Gand, Huy, Ypres, Lovanio, Bruges, Tournai, Lilla eccetera insorgere contro i patrizi delle Arti o Gilde, ricorrere allo sciopero e alla sommossa, affrontare in campo aperto le milizie del Re di Francia alleato dei patrizi. E qua e l, dittature operaie, come quelle di Gand del 1345 e 1378, per alcuni anni. In Inghilterra, paese industrialmente assai meno progredito, servi, operai disoccupati, soldati rimasti senza ingaggio per la temporanea pace, ma specialmente, come in Francia, contadini contro proprietari, usurai, artigiani e mercanti forestieri, contro la nuova nobilt che si veniva arricchendo con la guerra, che voleva rimettere in vigore gli antichi servizi feudali e, insieme coi borghesi, aveva ottenuto leggi dal Parlamento per tener bassi i salari. Si ebbero crudeli violenze nel Kent ed Essex. Capeggiati da uomini come Giovanni Ball, Wat Tyler, Giovanni Straw, i contadini si avvicinarono anche a Londra, dove pure la plebe era in subbuglio e guardava le case e le botteghe dei ricchi mercanti come una preda vicina. Ma si organizz anche qui la resistenza. I nobili fecero testa, vinsero, usarono e abusarono della vittoria (1381).
Negli stessi anni, si ebbero in Germania le prime violenze di contadini contro ebrei e contro la gente delle citt. Sommosse di artigiani e di operai ad Aquisgrana, a Colonia, a Strasburgo, a Ratisbona, in altre citt tutte centri pi o meno attivi di lavoro industriale e di attivit capitalistiche. E in Italia, continuo rumoreggiare e levarsi a rivolta di minuti operai, specialmente nei centri manifatturieri come Siena e Firenze: scardassieri, tessitori, tintori, sartori, filatori eccetera. E poi, venditori a minuto, manovali di ogni genere, contadini del suburbio e del distretto. A Siena, nel 1328, nel 1349, nel i368, nel 1371 eccetera: generalmente, dopo guerre esterne o in tempo di carestia e di alto prezzo del grano, quando anche dalla campagna una turba di famelici si rovesciava nelle citt. E si va attorno per le strade: Viva il popolo e muoia chi ci affama! Ma si vorrebbe anche la soppressione di usi e abusi padronali in fatto di salari, disciplina di lavoro, ammissione di lavoranti nell'Arte, diritto di associazione eccetera Qualche cosa, a gran fatica, si otteneva. Ma quante giustizie sommarie e reazioni spietate, a Siena! Varie centinaia di "impiccati e dimozzicati e condannati e sbanditi", nel 1368. E nel 1371, gli stessi magistrati supremi, i Dodici, scesero nelle contrade popolari, invasero le case, tagliarono le tele sui telai, saccheggiarono, bruciarono. Erano di fronte interessi di classe, apertissimi, senza ideologie che li elevassero, senza, su in alto e un po' fuori della mischia, poteri statali che li disciplinassero, a vantaggio di un interesse superiore e comune.
Ma la tipica rivolta piccolo-artigiana e proletaria  quella fiorentina dei Ciompi, in quello stesso scorcio del '300. Essa era stata preceduta e fu accompagnata dalla vaga speranza di un mutamento grande. La simbolica ruota della fortuna doveva portare in alto chi era in basso e in basso chi da troppo tempo era in alto. Si sperava di vedere "i ghiotti uccelli rapaci", ingoiati dai piccoli uccelli; ed anche le chiese spogliate del loro temporale. Ed ecco, il 28 luglio 1378, invasione del Palazzo pubblico; un ignoto scardassiere, Michele di Lando, acclamato Gonfaloniere; istituite due nuove Arti di minuti artieri ed una di lavoranti a salario; mille occhi avidi, fissi sopra le case e le terre dei ricchi: a me il podere di messer Giovanni, a me la casa di messer Niccol.... Ma se era stato relativamente facile al proletariato rurale di occupare, in altri tempi, la terra, difficile  al proletariato cittadino togliere la ricchezza ai borghesi, che ha, con chi la possiede dopo averla creata, ben altro e pi organico legame. Contro i lavoranti e piccoli artieri, sono, impauriti e solidali, tutti i cittadini che hanno qualcosa al sole, case e botteghe in citt, poderi e ville nella campagna. Ed i Ciompi sono abbattuti: un po' per fame, serrando le officine, un po' per forza. Anche la Chiesa aiut nella repressione.
Vi era qualche vena di vivace umore anticlericale, in mezzo a questi umilissimi lavoratori che, d'altra parte, si chiamavano il "Popolo di Dio" e inalberavano simboli di fede sopra le loro bandiere! 1 moti di classe seguitavano a colorirsi di spiritualit religiosa. Anche in Inghilterra, le agitazioni contadinesche ed operaie del 1381 hanno qualche legame con la propaganda di Giovanni Wyclif che diede loro i motivi ideali e teoretici, mescolatisi con i motivi sociali e politici. Lo Wyclif, che aveva preso le mosse dalle controversie fra Roma e la Corona inglese, assai vive gi dalla fine del '200, era contro la tradizione romana e chiesastica ed a favore della Scrittura, unica legge da seguire; contro le temporalit della Chiesa e delle Chiese; contro i Papi scismatici e contro il Papa in genere, cui negava, per attribuirlo solo a Dio, il carattere di capo della Chiesa, cio della comunit degli eletti e dei predestinati; contro il sacerdozio dei preti e per il sacerdozio universale dei fedeli; contro una gran parte dei sacramenti, atti del culto, pellegrinaggi, immagini sacre eccetera; contro ogni autorit costituita che non eserciti fedelmente il potere affidatole da Dio, e che perci deve esserne spogliata perch Dio lo affidi ad altri. Sono vene, sempre riaffioranti, di superstiti eresie medievali, catara, valdese, arnaldista eccetera, che avevano avuto vigore e diffusione specialmente in Italia e in Francia, nei Paesi Bassi ed in Renania: ma con qualche elemento nuovo che avvicina questo moto inglese alle grandi rivoluzioni politico-religiose e religioso-nazionali del 1500. A differenza dei vecchi patarini e catari, sette cosmopolite, lo Wyclif poggia il piede sopra un terreno solido di classi sociali in fermento, ed opera nel quadro di una nazione. Egli ha molto seguito nei bassi ceti dell'Inghilterra. Ed i Lollardi sono appunto l'ala popolare e democratica del movimento evangelico promosso da Wyclif.
Simile a lui, in questo, Giovanni Huss, boemo, il quale, predicando dottrine non molto diverse da quelle di Wyclif, si trascinava dietro la massa del popolo cco. Oltre venti anni di sommovimento profondo! Accanto ad una frazione moderata di Ussiti, che si contenta, nell'ordine politico-sociale, di toglier i beni alle chiese; una frazione estrema, i Taboriti, col loro condottiere Giovanni Zisca, vecchio soldato delle guerre di Francia, di Polonia e di Ungheria, i quali rigettano ogni gerarchia costituita, persuasi di essere investiti da Dio della missione di fondare il Regno della libert e dell'eguaglianza. Fanatismo religioso, la legge evangelica unica legge, radicalismo comunista-agrario che i contadini cercano applicare. E molti nobili, specialmente della piccola nobilt cca sono con essi, li inquadrano, li conducono, trasformano villani e piccoli borghesi in milizia formidabile, disposta a cieca obbedienza verso i capi, come ad inviati da Dio. Terribili le bande ussite, contro le citt, i conventi, le milizie regolari mandate dall'Impero e dai principi a reprimere! Una fede assoluta, uno spirito di proselitismo profondo le spinge. Poich sono gente nuova ed animata da impulsi nuovi, cos fanno anche una guerra nuova, mobilissima, rapidissima; attuano ordinamenti non mai fino allora usati dagli altri, e di fronte a cui, perci, gli altri si trovano impreparati. Penetrano nell'Ungheria, in Austria, nella Slesia, nella Sassonia, in Baviera, nella Franconia. I Tedeschi quasi pi non combattono, davanti a tanta furia. Fughe miserevoli di eserciti crociati, al solo avvicinarsi delle terribili bande: ci che aumenta il malanimo dei bassi strati popolari contro i nobili, accusati di vilt e quasi di tradimento, e si risolve in simpatia per gli Ussiti. In questo tempo, la crescente incapacit militare della vecchia aristocrazia feudale, di fronte alle nuove forze che si vengono inquadrando militarmente ed ai nuovi modi di combattere, accompagna e accelera la decadenza politico-sociale di quella classe, quasi che venga a mancare la principale ragione d'essere e giustificazione della sua antica potenza.
Lungo la loro strada, gli Ussiti si imbattevano nei nuclei valdesi, che durante il Tredicesimo e Quattordicesimo secolo si erano alquanto diffusi nella Germania meridionale e sud-occidentale, nella regione alpina e nella Savoia. Ed i Valdesi si mescolano ora agli Ussiti ed ai Taboriti, ingrossano la loro corrente, ne raccolgono il grido e lo lanciano pi lontano. L'antico e nuovo odio contro la Chiesa di Silvestro e Costantino e contro le decime; l'antico e nuovo entusiasmo per le Scritture e la interpretazione letterale del Vangelo si fondono. Manifesti taboriti, che incitano i cristiani tutti quanti a liberarsi dai preti e prenderne i beni, giungono anche in Spagna ed in Inghilterra. Per cui, dopo il crollo violento del movimento taborita (1434), si quieta la Boemia, si quieta l'Ungheria ma si alzano rumori crescenti dalla vicina Germania. Anche qui, esigenze economico-sociali, in una atmosfera religiosamente commossa. Sono contadini e "povera gente". Sono artigiani. E donne insieme con gli uomini, spesso pi radicali e impulsive degli uomini. Niente imposte e decime! A noi i campi delle chiese! Libera caccia e libera pesca, boschi e pascoli e acque aperti a tutti, le terre comunali ridate alle comunit! Presi di mira, chierici e signori, ebrei e mercanti, legisti che mettono l'anima nel calamaio e letterati che raccontano fole, medici e agenti del fisco e borghesi tutti quanti. Quelli che avevano un tempo accettato le vecchie gerarchie basate su la nascita e quindi, in certo senso, volute da Dio, non accettano ora le gerarchie nuove basate sulla ricchezza, anzi sul denaro, fattura degli uomini, anzi di satana! E', in questi contadini in fermento, un'alta coscienza di s. Essi, gli eletti fra gli uomini, pi di tutti vicini a Cristo e Cristo ad essi! Solo il contadino, vero cristiano! Egli solo, esecutore vero della volont di Dio! Come nelle origini, anche ora il Cristianesimo aiutava la sovversione di ordini sociali e di gerarchie costituite, dava un'arma o un appiglio ai pi piccoli che volevano salire. E non si sa se il rinnovato fervore cristiano di questa et fornisce esso lena al vasto sforzo contadinesco; o questo sforzo cerca esso, nei libri originari della fede, i suoi titoli giustificativi e rianima il fervore cristiano. Qualcosa di simile era avvenuto nell'Undicesimo secolo. Ora di nuovo, e specialmente in quei paesi dove le lotte per le investiture e per la riforma non avevano molto toccato la grande massa rurale cio in Germania. La tempesta che squassa quel paese si ferma infatti alle Alpi. Una sollevazione di contadini ed una guerra rustica, dopo quelle della Baviera, del Salisburghese, del Tirolo, le troviamo nel primo Cinquecento ancora nel Trentino: rovina di castelli e tentato assalto anche a Trento, donde fugg il Principe-Vescovo. Ma l'ondata si ruppe sotto le mura della citt. Gli insorti, respinti, ricacciati nelle vallate; i loro capi impiccati. E ancora nelle campagne del Friuli, un principio di organizzazione propria, rivolte armate, solidariet di contadini e popolani delle citt, saccheggio di palazzi e manieri, i castellani in fuga oltre il Tagliamento. Ma qui gi si respira una atmosfera diversa: passioni politiche, odi di fazioni, scopi chiari e circoscritti di carattere economico davanti agli occhi, Casa d'Austria e Repubblica di Venezia che contendono in questa zona di confine e variamente si mescolano agli accadimenti....
Fra questi problemi nuovi di vita sociale, fra questi aneliti indefiniti ad un rinnovamento religioso che ravvicinano il Quindicesimo all'Undicesimo secolo, vediamo serpeggiare anche qualche altra vena, che sembra l'opposto e non  : una vaga coscienza nazionale. E non solo fra borghesia e gente colta, destinate ad essere di quella coscienza gli artefici consapevoli e pi operosi; ma fra quelle stesse masse che gridavano i loro bisogni elementari e attendevano l'avvento di una legge evangelica fra gli uomini. Sono Inglesi quelli che han portato la guerra e la desolazione tra i contadini di Francia. La Chiesa  latina, anzi romana, pur nella sua cattolicit. Vengono dall'Italia e da Bologna pur quel diritto e quei maestri di leggi e anche quegli uomini di lettere, sotto la cui azione si definivano e afforzavano i diritti di propriet, si giustificava l'usura, molte attivit della borghesia ricevevano suggello. Ebrei ed Italiani si contano in grande numero fra mercanti e prestatori ad usura, nell'Europa del nord-ovest e in Germania.. I nuclei urbani e parte notevole dell'aristocrazia fondiaria nei nuovi Stati slavi e magiari e nei paesi baltici sono tedeschi. Ed ecco che quei contadini e piccola gente di Francia ed Inghilterra, di Germania e Boemia ed Ungheria che odiano gli invasori e muovono guerra alla Chiesa degenere e pigliano le armi contro i signori e si alzano contro giuristi e mercanti e usurai, sono condotti a vedere in essi proprio degli Inglesi e Italiani ed Ebrei e Tedeschi, cio i figli di un'altra patria, a sentire pi vivacemente di s come Francesi e Inglesi e Tedeschi, come Cchi o Magiari. Cos la vicenda sociale e religiosa di quei popoli si confonde con la storia della loro coscienza nazionale. Giovanna d'Arco rappresenta la miseria del contadino francese che si ribella e la passione germogliante della patria francese. I seguaci di Wyclif, le bande degli Ussiti, le masse rurali tedesche sono agitati da fermenti di rivoluzione sociale e di passione nazionale. Certe aspirazioni ed esigenze del popolo, che opera per istinti ciechi e per impulsi immediati, concorrono con la politica delle dinastie, con le grandi guerre, con la maturazione spirituale della borghesia, ad uno stesso risultato: il formarsi delle nazioni, come personalit morali, alla fine dell'oscuro travaglio medievale.


2. - CHIESA, SOCIETA' NAZIONALI, LAICATO.

Questa et volge poco propizia per molti di quegli elementi o forze, che fino allora avevano operato nei limiti, non gi dei singoli Stati, ma di quella grande cosmopoli che era l'Europa cristiano-feudale-cavalleresco-municipale del Medio Evo. Abbiamo stasi e regresso del "quinto elemento" del mondo, cio degli Italiani, in quanto navigatori, commercianti, banchieri, prelati, insomma attivit pratiche. Le borghesie locali e nazionali dei vari paesi vogliono in molti luoghi prenderne il posto; la gente minuta vede in essi altrettanti usurai, strumenti della Curia romana, accaparratori e quasi predatori della ricchezza altrui. E spesso la folla ingrossa minacciosa davanti ai banchi degli Italiani, lungo le operose vie dei "Lombardi". A non parlare di quel che accade in Oriente, dove ogni passo dell'avanzata turca segna una rovina di interessi genovesi e veneziani, a vantaggio di Greci che rialzano la testa, quasi avendo trovato un vendicatore, e di Ebrei che ora cominciano a immigrare da altri paesi in terra turca.
Correnti vive di antisemitismo circolano e affiorano un po' da per tutto in Occidente, nel Quindicesimo secolo, quasi in coincidenza col crescere di importanza degli Ebrei, per l'adeguarsi dell'ambiente economico dell'Europa alle loro innate attitudini e abitudini. Prima, la concorrenza degli Italiani li aveva messi, in molti paesi, nell'ombra. Ora, ricompaiono, pi o meno in luce. Ma bandi ed esodi frequenti. La Francia di Carlo Sesto li caccia definitivamente nel 1394: e da allora, fino alla Rivoluzione, quel paese non ha se non Ebrei mascherati, originari o venuti dalla penisola iberica. In Germania, Colonia li espelle nel 1424-5, Augusta nel 1439-40, Strasburgo nel 1439, Erfurt nel 1458, Norimberga nel 1498: a non contare i procedimenti tumultuari ed arbitrari contro di essi, da parte di popolo e contadini che ce l'hanno con Ebrei e mercanti e borghesi d'ogni genere. Poi, alla fine del '400, la Spagna (ed i paesi italiani soggetti ad essa, Sicilia, Napoli) e il Portogallo. Grande esodo, che prosegue nel '500, anche da parte dei marrani o Ebrei finti cristiani: ed e esodo di una parte non piccola della borghesia iberica. L'ambasciatore veneziano Vincenzo Querini valuta i marrani ad "un terzo di coloro che sono cittadini e mercanti, perch il popolo minuto  vero cristiano e cos la maggior parte delli Grandi". Operano interessi vari, in questa levata di scudi contro gli Ebrei: concorrenza del capitalismo cristiano, via via che questo si afforza e che non si trova pi tanto sbarrata la strada dai divieti canonici; ripresa del movimento religioso cristiano ed evangelico; animosit di piccola gente gravata dalle usure; politica dei principi, fatta di tendenze assolutistiche, di sincera o anche ostentata ortodossia cattolica, da poter esibire nelle trattative con la Curia romana. E' il caso della Spagna. Comunque, sciamano gli Ebrei da paesi cattolici, sistemati nazionalmente e retti da governi assoluti; e vanno verso paesi non cristiani (molte diecine di migliaia in Turchia) o verso paesi cristiani a debole intelaiatura politica e, dal Sedicesimo secolo in poi, non cattolici (Olanda, Inghilterra, alcune citt libere o autonome di Germania, come Amburgo e Francoforte sul Meno. Nelle citt dell'Impero, molti Ebrei si trovano, a mezzo il '500, fra i propagandisti di rivoluzione). I quali ultimi paesi sono, ora, in sul crescere, economicamente; e il loro crescere  certo promosso e accelerato dalle mirabili capacit capitalistiche, dallo spirito di intrapresa di questi Ebrei, allenati da secoli al commercio internazionale, solidali nel vasto mondo, capaci di mettere radice nelle varie contrade quel tanto che  necessario e utile per poter aver presa in essi, ma non tanto che finiscano col perdere quella loro psicologia di perenni coloni o immigrati che  sempre sorgente di energia.
Come gli Italiani e gli Ebrei, i Tedeschi. Se, nella fase del loro primato politico imperiale, essi, come proprietari di terre, come clero secolare, come cavalieri e monaci crociati, come mercanti, si erano distesi su la Danimarca, la Polonia, l'Ungheria, la Boemia, la Russia, l'Inghilterra; ora sono battuti da ventate d'odio popolare, da calcolo di borghesie nascenti, da ostilit di principi che tendono a spezzare ogni legarne di dipendenza dall'Impero o vogliono dare impulso ad un commercio proprio, ad una navigazione propria. Cos  dato l'ostracismo agli stabilimenti dell'Hansa, compresi nell'ambito del sorgente regno di Moscovia. Su le citt boeme e ungheresi si abbatte il turbine degli Ussiti che rappresentano, fra l'altro, un movimento nazionale antitedesco.
Nei paesi scandinavi, fortissime opposizioni contro i Tedeschi, elemento economicamente e, in certe epoche, politicamente arbitro. Nelle zone di colonizzazione ad Oriente, l'Ordine Teutonico  messo in condizione di vassallaggio. Era quest'Ordine in grave decadenza: discordie interne; pretese e usurpazioni di funzionari e commendatori contro il potere centrale; malcontento di aristocrazia secolare e di citt e di castelli che non volevano pi saperne di balzelli; borghesi che mal vedono le intraprese commerciali dei Cavalieri favorite a danno delle altre; il clero sempre pi staccatosi dall'Ordine e avvicinatosi alla borghesia locale; alleanze di citt e signori e loro pratiche col Re di Polonia, per mettersi nella sua protezione.... Fino a che, il 4 febbraio 1454, solenne dichiarazione di indipendenza, da parte dei rappresentanti degli alleati, ed aperta ribellione. Interviene allora Casimiro Quarto, re di Polonia, che ha gi dato fieri colpi ai Cavalieri Teutonici ed ora toglie alla lega prussiana la direzione della guerra e volge a suo vantaggio la rovina dell'Ordine. Il quale aveva ancora riserve grandi di forze e resist a lungo, per 12 anni, che furono anni di devastazione e rovina per le minori citt. Ma con la pace del 1466, l'Ordine dov rinunciare alla Curlandia e Pomerelia e, per il resto, prestare giuramento di fedelt al Regno di Polonia. Fu l'inizio di una vasta polonizzazione del paese, a cui non si sottrassero del tutto neppure le citt maggiori ed a cui solo Federico Secondo di Prussia porr fine.
Pi grave e complessa ancora la vicenda della Chiesa, la cui vasta intelaiatura scricchiola tutta nel '300 e '400, per la pressione o attrazione delle forze particolari e nazionali che vorrebbero limitarne l'ingerenza e sostituirsi ad essa in talune funzioni sue. Vi , dopo la "schiavit babilonese", cio il quasi asservimento del Papato alla Corona di Francia; vi  lo scisma, filiazione di quella schiavit. Esso segna come uno sgretolamento della compagine gerarchica della Chiesa e della famiglia cristiana, con tanti Papi in lotta, con Vescovi e prelati che si contendono i medesimi uffici e prebende, con clero e fedeli sbandati e oscillanti, con passioni antichiesastiche e antiromane che si scatenano in Inghilterra, in Boemia, in Ungheria, in Germania. A non contare i Turchi che vengono dal di fuori e operano fuori della societ cristiana ed europea. A sanar tanti mali, a fronteggiar tanti pericoli, si discute, si polemizza, si raccolgono solenni Concili, come sempre nei momenti gravi della Chiesa: Costanza, Basilea eccetera Ma questi Concili sono come una lizza in cui scendono a giostrare passioni e interessi nazionali! A Costanza, i Padri si raggruppano per nazioni; ed ogni nazione cerca ottener dal Papa pi che pu, per quanto riguarda la "libert" delle proprie chiese, anzi della propria Chiesa. A Basilea, voci ancora pi alte contro il Papato. Si grida e si disserta contro il suo centralismo e assolutismo, specialmente dopo che Eugenio Quarto, venuto a conflitto con (assemblea, la ebbe sciolta, sul finire del 1431. Prende consistenza, nel Concilio e fuori, una dottrina che fa del Papa un Monarca costituzionale come il Re dei Parlamenti inglesi o delle Cortes spagnuole; e del Concilio, da convocarsi ad ogni nuova elezione papale, fa quasi un istituto permanente, organo principalissimo del governo della Chiesa. Rispondeva questa dottrina agli umori e interessi dei vari episcopati, cio della aristocrazia chiesastica, come la funzione dei Parlamenti rispondeva essenzialmente agli umori e interessi della aristocrazia in genere. Parlamentarismo politico, accanto a quello chiesastico; e l'uno alleato dell'altro. Che cosa voleva dire la libera elezione dei Vescovi, richiesta al Papa, se non la conservazione o il ritorno degli uffici e benefici, come nei secoli avanti la riforma gregoriana e monastica, nelle mani dell'aristocrazia? Poco dopo Basilea, ecco in Francia, realizzando lo spirito di quel Concilio, la "Prammatica Sanzione" dei 1438, emanata da Carlo Settimo nel sinodo nazionale di Bourges, la quale abolisce molti dei contributi pecuniari a Roma, toglie al Papa il diritto di nominar i Vescovi, limita la giurisdizione pontificia eccetera. E' la Chiesa gallicana. Insomma, pareva che la unit chiesastica romana dovesse frangersi, come si era franto l'Impero; e che la Chiesa si dovesse organizzare in ogni Stato come cosa a s, salva la comunanza della dottrina e dei riti. Contro tale pericolo, che veniva specialmente da oltre Alpe, Eugenio Quarto trov appoggio nei prelati italiani e nell'opinione degli Italiani che sempre, nelle grandi tempeste da cui Chiesa e Papato erano sbattuti, finivano con l'orientarsi, quasi per istinto, dalla parte del Papato. Cos gi nell'Undicesimo; casi nel Sedicesimo secolo. La tradizione romana e l'assenza di un forte Stato nazionale, cio la forza e la debolezza degli Italiani, nonch l'interesse loro ad una Chiesa organizzata centralisticamente, cio governata da loro, faceva di questi Italiani quasi i naturali tutori dell'unit cattolica romana. Con i Concili di Ferrara e di Firenze, papa Eugenio colpi forte l'opposizione; riprov i decreti di Basilea su la superiorit del Concilio generale e boll come "inexpiabile scelus" la sentenza di deposizione pronunciata contro di lui dai Padri di Basilea.
Vittoria certamente notevole, sebbene pi nel campo dei principi che non della realt pratica. Nella realt pratica, una massa grande di rapporti ecclesiastici sfugge dalle mani della Curia e si svolge fuori di ogni suo intervento. Si sfaldano non pochi elementi del grande edificio che i Papi avevano costruito dopo Gregorio Settimo sino al '300 avanzato, quasi anticipazione e anche preparazione delle Monarchie assolute, che ora invece accennano a prenderne il posto, nell'ambito delle varie famiglie cristiane organate ad unit politico-nazionali. Vi  una grande lotta da per tutto contro i prelati forestieri, messi da Roma; contro la miriade di corporazioni, monasteri, collegi che, sottraendosi all'autorit diocesana, rilevavano direttamente dalla Curia. E il loro numero si assottiglia. Da per tutto, nella Chiesa, spirito secolaresco, dalla testa alle membra: dal Papa che si occupa quasi solo di ristabilir la sua autorit temporale in Roma e nelle terre attorno, ai Vescovi, ai Capitoli, alle chiese locali, che sono tutti intenti alla rivendicazione di possessi, alla politica, alla attivit dei Parlamenti, e costituiscono spesso il braccio ecclesiastico di principi e signori, dalla cui famiglia essi escono. Donde, appunto, il rallentarsi dei legami col centro, generalmente forti solo quando gli interessi chiesastico-spirituali prevalgono o l'attivit politico-economica si presenta come mero strumento di quei superiori interessi.
Il nostro pensiero ricorre ai secoli di ferro della Chiesa, quando essa era quasi annullata come organo o espressione di vita spirituale ed aveva perso quasi ogni contatto col popolo. E allora si invoc e in parte si ebbe una riforma, la societ cristiana trasse dal proprio seno innovatori entusiasti e fanatici, il Papato si cacci nella lotta per liberare la Chiesa dagli impacci del mondo (respingendolo o spiritualizzandolo, cio appropriandoselo pi intimamente). Anche ora, invocazioni di riforma, richiami al Vangelo, sforzo di riaccostarsi al popolo per alleviarne le miserie e illuminarne lo spirito, segni di pi alacre attivit, nel clero regolare innanzi tutto. Ricordiamo i Fratelli della Vita Comune nei Paesi Bassi e poi, largamente, nella Germania, durante il Quindicesimo secolo. Ricordiamo il fervore di restaurazione morale nei monasteri tedeschi, in quello stesso tempo. Ricordiamo infine la numerosa schiera dei predicatori popolari. Ve ne  in ogni paese. Parecchi, famosi, in Germania; parecchi in Francia, fra cui il grande Vincenzo Ferrer; pi ancora in Italia, Roberto da Lecce, Bernardino da Siena, Jacopo della Marca, Alberto da Sarteano, Bernardino da Feltre, Giovanni da Capistrano, fino a Girolamo Savonarola, non contando la turba dei blateratori fanatici, anche ora numerosa coree nell'Undicesimo secolo ed agli inizi del movimento francescano e domenicano. Incitano alla Crociata o magari si mettono alla testa dei manipoli di entusiasti e di vagabondi che sono da condurre sul Danubio. Ma vogliono anche frenare il lusso dei ricchi, allontanar la gente dal gioco e dal libertinaggio, togliere i debiti usurari, risuscitare lo spirito di carit cristiana, riformare gli istituti di beneficenza eccetera. Sorgono attorno al 1460 i primi Monti di Piet, per opera di Bernardino da Feltre. Altri intanto studia le questioni attinenti alla vita ed ai bisogni urgenti del popolo: le usure, il commercio, i contratti eccetera. Se ne discute molto anche nello Studio bolognese e fiorentino, in duello di Colonia e di Vienna; se ne fa materia di una copiosa letteratura spicciola che polemizza con i giuristi e deve servire di sussidio a predicatori e confessori....
Ma non si cammina molto su questa strada. Il clero riprende certamente la sua posizione sociale, s inquadra bene e comodamente nel nuovo ordine politico, contribuendo a dargli stabilit; ma non riguadagna nei rapporti spirituali il terreno che aveva perduto. Il processo di autocritica nella Chiesa, il fervore religioso anche pienamente ortodosso che divampa in molte anime, la coscienza di pericoli gravi che si addensano all'orizzonte, lo sforzo di moralizzare la vita del clero, non sboccano in una vasta opera di riforma, come era accaduto dopo il Decimo secolo: donde pi tardi, nei paesi profondamente religiosi e non latini, anzi atteggiati ostilmente verso il mondo latino, una rivoluzione religiosa antichiesastica, che prende il posto della mancata riforma e sollecita la riforma stessa, tardiva sebbene non inutile.
A guardar bene, lo svalutamento della Chiesa, il suo scadere dalle alte posizioni dell'et precedente, si verifica ora in ogni campo. Tutta la societ europea e cristiana, nel suo elevarsi e sistemarsi su nuove basi pratiche e ideali, aveva ferito e ferisce qualche cosa che era proprio della Chiesa o che dalla Chiesa aveva ricevuto suggello. Il capitalismo sta demolendo quell'ordine economico e seppellendo quelle concezioni di vita economica, che la Chiesa aveva considerato e, non ostante certo sforzo di adattamento al nuovo, seguitava pur sempre a considerare le pi rispondenti allo spirito cristiano. I ceti inferiori, ormai mobilitati in grandi masse, sono portati, nella loro reazione alla quotidiana miseria, a volgersi piuttosto contro che verso la Chiesa, sempre pi conservatrice. Il laicato ormai non solo supera la Chiesa quanto a cultura, ma si sta facendo una cultura sua assai diversa da quella della Chiesa ed anche contrastante con essa. Si moltiplicano le Universit, indipendenti o quasi dalla Chiesa e volte piuttosto a servizio del principe e della vita civile: a Praga, a Cracovia, a Vienna, a Torino, in Spagna eccetera In Germania, fra il Quattordicesimo e il Quindicesimo secolo, oltre dieci ne sorgono. Le varie culture nazionali, prodotto del laicato, battono in breccia quella universalistica e chiesastica. Progrediscono i linguaggi volgari di pari passo col progredire degli studi di latinit: quei linguaggi volgari che la Chiesa aveva avversato nel loro nascere, perch in essi si era espressa, prima che ogni altro sentimento, la nuova e pi intima e libera religiosit popolare. Tanto  vero che, anche ora, primo atto dei novatori religiosi, di Wyclif, di Huss, fra poco di Lutero,  offrire ai credenti le Scritture nella traduzione inglese o boema o tedesca. In quanto si conserva e rifiorisce il latino, esso diventa pi propriamente passione dei laici, e la cultura che in esso trova il suo strumento di diffusione non  pi la cultura medievale e chiesastica. Tutto muta, in questo campo. Mutano sede e propriet i superstiti documenti delle letterature antiche e della prima et della Chiesa, passando dai conventi semideserti, da Nonantola o Cluny, da Bobbio o Herschfeld, da Montecassino. o Colonia, da Grottaferrata o S. Gallo, nelle mani degli umanisti, fanatici incettatori o raccoglitori, o nelle biblioteche private e pubbliche specialmente italiane; e muta lo spirito animatore di questi studi, l'oggetto su cui l'interesse si appunta, il fine che si persegue. Le vecchie carte non sono interrogate pi perch forniscano armi alla Chiesa contro eretici e pagani. Una nuova mentalit  in cammino.
La quale vuol dire: tedio per il sapere ereditato, ormai estraneo alla vita; spirito critico e di riflessione; intolleranza crescente verso autorit e pensieri tradizionali; curiosit viva per il mondo visibile e sensibile e tendenza a prender questo come punto di partenza del sapere; amore della natura e passione di decifrare il suo libro misterioso e meraviglioso; presunzione di volersi e potersi render conto di tutto, capire tutto, risalire dalle cose viste o fatte alla ragione delle cose stesse; il sapere vagheggiato di per s, il bello ricercato senza preoccupazioni morali, la scienza e l'arte considerate come il compito primo e vero dell'uomo, come la sua missione. Tutto questo ci rende conto, ora, dei nuovi atteggiamenti delle arti figurative e della letteratura, nonch (lei progressi della scienza. Si, vi  molta alchimia, cabala, astrologia, eccetera, che sono pur esse, tuttavia, intuito di cose occulte, barlume o presentimento di realt lontane da afferrare. Ma anche astronomia e anatomia e matematica, anche rilievi esatti di fenomeni naturali, siano essi le onde del mare o il volo degli uccelli, il pulsare del cuore umano o il corso dei venti; anche anelito a nuovi paesi e grandi viaggi sognati o tentati o compiuti.... Tutto questo, nel Quattordicesimo e, pi, nel Quindicesimo secolo. I segni preannunciatori, tuttavia, anche prima: un Federico Secondo, tutto vlto a interrogare se stesso e gli altri e le cose animate o inanimate; un Francesco d'Assisi che vagheggia il creato con occhio d'amante, sente nel mondo il divino, giunge ad una specie di panteismo che  superamento del dualismo agostiniano e medievale; Dante Alighieri stesso, che ha una religiosit profonda e viva ma pi da laico che da ecclesiastico e pi moderna che medievale. Non aveva messo su una base anche umana la morale, giungendo cio, attraverso la esaltazione e quasi divinizzazione degli antichi, ad una riabilitazione di tutto l'umano, cio facendo quasi a ritroso il cammino dei primi tempi, quando si era cominciato col rinnegare il mondo romano, corrotto e corruttore, fattura del peccato, e si era finito col maledir tutto l'umano? Ancor oltre va il Petrarca, che non ha pi fede cieca e culto di verit assolute nella mente; e dubita molto, anzi abbraccia il dubbio stesso come verit; ed esercita il senso critico o, quanto meno,  consapevole della necessit di vigilar contro le opinioni tradizionali, tanto pi vigilare, quanto pi quelle opinioni son diffuse e si appoggiano ad autorit altamente riconosciute, come sarebbe quella di Aristotele. Donde un Petrarca storico che chiaramente preannuncia una nuova storiografia.
Via via che una siffatta mentalit nuova affiorava e illuminava successivamente gli aspetti e rapporti vari della vita e del mondo; via via cresceva la passione dell'antico. Nei classici, gli uomini colti cominciavano a ritrovare se stessi, senza troppo sforzo di interpretazione allegorica: vedevano rappresentato con piena chiarezza quel mondo ideale che si veniva delineando dentro di loro stessi. E si gettarono quasi famelici su questo cibo, antichissimo e nuovo. Come sempre in tutti i momenti di trasformazione, in tutti gli inizi faticosi, Roma aiutava. Lo stesso, il Vangelo. L'una e l'altro avevano riscaldato di s il cuore degli uomini civili dall'Undicesimo al Tredicesimo secolo; non meno ora, nel '400 e nel '500, di tutti quelli che cercano, nei diversi campi dello spirito, la verit, la certezza, l'assoluto. Non pochi sono gli umanisti, cominciando dal Petrarca, primo e maggiore padre, che dal presente torcono gli occhi con disgusto. Aborrono dalla politica. Ai moderni sempre contrappongono gli antichi e la sapienza degli antichi. Chiamano "barbari" gli altri popoli fuori d'Italia, come al tempo di Cesare e Tacito, con in pi un senso quasi di rancore dopo tante offese, il cui ricordo pungeva come una inguaribile ferita. Unica realt, per essi, era il lontano passato: cio Roma, innanzi tutto. E poi anche la Grecia, sempre pi rivelata nel corso del Quindicesimo secolo, in virt dei viaggi di erudizione fatti in Oriente, dei codici raccolti a centinaia, (lei dotti bizantini venuti ai Concili di Ferrara e Firenze o giunti profughi dopo la caduta di Costantinopoli; in virt anche e specialmente di Venezia e Padova, la citt degli affari e la citt degli studi, che sono come una grande porta spalancata su l'Italia, per cui l'Oriente penetra. Di qui, un ampliamento del mondo antico ed anche una maggiore conoscenza e intelligenza di Roma stessa. Vogliono liberare dalle oscure carceri i padri gloriosi, detergerli dalle sozzure, restituirli alla luce del sole, prenderli a maestri del sapere e del costume, appropriarsene la lettera o, i pi consapevoli, lo spirito: cio elevare se stessi, affinare la propria opera. Poich, in realt, sotto l'ammanto classico, l'umanista  un uomo nuovo, come gi il mercante del '200 e '300, come il capitalista o il condottiero del '400: egualmente, libert da legami locali e anche familiari, spregiudicatezza, spirito vagabondo, fiducia in s, ambizione di far valere comunque e dovunque le proprie qualit personali, disprezzo del volgo, capacit di guardar in faccia a principi e signori da pari a pari; insomma, egualmente democrazia, livellamento morale e sociale, sovversione di vecchi valori.
Questo uomo nuovo entra rapidamente nella circolazione della vita pratica, soddisfa bisogni sentiti di una societ che fermenta, del borghese che ha raffinato i suoi gusti, della nuova aristocrazia che cerca lustro, dei principi che vogliono dare risonanza larga alle loro opere e si appoggiano, come al finanziere ed al capitano di ventura, cos all'umanista. Ve ne sono che passano la vita fra manifestazioni grandi e universali di onore. Come "imperator triumphans",  accolto a Venezia Guarino veronese nel 1451, quando vi si reca dopo aver insegnato per dieci anni allo Studio di Ferrara e portatolo ad altissima fama. Migliaia di discepoli, in gran parte delle classi elevate, frequentano la sua "officina eloquente", come un accolito devoto chiam quella scuola. Eloquenza che non doveva certo essere semplice maneggio di parole, se era cos ricercata e apprezzata; se gli stessi maestri passavano cos spesso e facilmente dalle loro "elegantiae" agli affari politici, pur tediosi, alle legazioni, agli uffici in Curia romana. L'efficacia di quella coltura letteraria ebbe gi a sperimentare Bernab Visconti nella seconda met del '300. Pare che a lui Coluccio Salutati, segretario fiorentino, scrittore di lettere e proclami magniloquenti durante le guerre tra la Repubblica ed il Signore di Milano, facesse pi paura di un esercito. E Coluccio  il primo di una lunga serie di umanisti-funzionari, cancellieri e segretari.
I segni di questa nuova mentalit e coltura, le manifestazioni di questa umanit che ascende alla consapevolezza di s e trova nell'antico un aiuto potente, in apparenza un modello, in realt una sorgente di ispirazione ed uno stimolo, noi li troviamo pi o meno in tutti i paesi che formano nel '300 e '400 la viva storia dell'Europa. Certo, in Italia avanti tutto: nel paese del Petrarca e Boccaccio, di Leonardo Bruni e di Poggio Bracciolini, di Biondo Flavio e di Enea Silvio Piccolomini, di Brunellesco e Leon Battista Alberti e Leonardo e Bramante e Luca Pacioli e Pomponazzi. Ma anche, in pi ristretti limiti e con minore precocit, in Francia, in Inghilterra, in Germania, nei Paesi Bassi. Anche qui il ricercatore e rivelatore di codici, come Niccol Cusano, che fa conoscere i tesori bibliografici del Duomo di Colonia; l'umanista che accenna ad un nuovo modo di studiar i classici, come Clmangis francese; l'artista che comincia a guardar con occhio pi penetrante la natura, come Van Eyck fiammingo; il cronista o storico che si affissa con crescente attenzione su le cose del mondo e fa molto posto all'uomo e all'individuo, come Filippo de Commynes; l'ansioso speculatore dei fenomeni del cielo e della terra, come Peutinger, Paracelso, Copernico, tedeschi o polacchi....
Ora, in tutto questo  qualche cosa che contrasta fortemente, consapevoli o no che ne siano gli uomini, con lo spirito medievale, con la vita medievale, insomma con la Chiesa che, appunto, quello spirito e quella vita aveva concretamente realizzato e improntato di s. Valori estetici, messi avanti a tutto. Il sapere avviato a farsi autonomo dalla religione e dalla Chiesa, a farsi anche irreligioso, negando ci che  fuori dei sensi. Lo Stato concepito come creazione umana, vlto a fini umani, bisognoso, per vivere, di forza ed essenzialmente di forza. Tutta la vita sentita come cosa degna, ricca di una sua propria e intrinseca santit, anche senza consacrazioni dal di fuori. Dio, visto lontano, causa remotissima, e, quasi al suo posto, la Fortuna, forza intermedia che sta fra il cielo e la terra, o anche la virt dell'uomo. Vene di filosofia epicurea e scettica, affioranti da ogni parte. I rappresentanti della nuova cultura sono in gran parte secolari o, se ecclesiastici, inclini a rinunciar al sacerdozio, cercare dispense, vivere secolarmente, conservando, se mai, solo le prebende. E' costume diffuso di rigettar il proprio nome cristiano e assumerne uno pagano. Il disdegno del presente e del vicino passato, insieme con l'idolatria per l'antichit, come forma buon terreno per il fiorir degli ideali repubblicani, cos in Roma si risolve in avversione al principato papale, donde la negata autenticit della donazione costantiniana da parte di Lorenzo Valla, il quale compie, come filologo e giurista, l'opera che altri prima aveva iniziato con l'intuizione religiosa, schiettamente cristiana. E tutti hanno pi o meno la testa piena di antichit: i Porcari che congiurano contro Niccol Quinto; i Tiburzi che, sotto papa Callisto, si mettono a capo di una banda come Catilina e gridano volere scuoter il giogo sacerdotale; i soci dell'Accademia romana, che si raccolgono presso Pomponio Leto, "pontifex maximus", datano "ab urbe condita" i loro scritti, celebrano il giorno anniversario del Natale di Roma, sostituiscono riti pagani a riti cristiani e... intessono nelle segrete conventicole congiure contro il Papa. Singolare miscuglio di repubblicanesimo, di eresia, di paganesimo, di epicureismo teorico e pratico!...
Con Niccol Quinto e Pio Secondo, l'umanesimo si insedia ufficialmente su la sedia papale, gli umanisti hanno favore nella Corte romana, ha sanzione chiesastica quella libert grande di cui l'umanesimo viveva. Pare che il contrasto sia finito, armandosi il Papato e la Chiesa delle armi stesse di cui erano armati i loro palesi e nascosti nemici. Ma, idealmente, il contrasto rimane. Abbondano, certamente, uomini di Chiesa piissimi e nel tempo stesso vlti ai nuovi studi; come non mancano secolari che in questi studi trovano il loro appagamento e pure sono quasi asceti: Ambrogio Traversari, camaldolese, oppure Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Alto spirito cristiano in costoro. Pico voleva dar tutto ai poveri e predicare pel mondo la fede di Cristo. Sembra rappresentino l'umanesimo in quanto esso  non negare Dio ma elevare l'uomo a Dio. E fuori d'Italia, umanesimo e religione si fondono nei Fratelli della Vita Comune, che nel secondo '400 si propagano dai Paesi Bassi in Germania. Ma questo umanesimo cristiano rinnega Aristotele di cui la Chiesa aveva fatto un suo campione, e pone su gli altari, come Cristo, Platone. Ed  pieno di un vago misticismo che lo fa essere severo verso la Chiesa come storicamente si  fatta, col suo troppo umano mescolato al divino. Nei neoplatonici fiorentini, affaticati a conciliar Cristianesimo e Platone, sono germi panteisti, non ostante la loro convinzione profonda di essere veri cristiani. E' quello stesso umanesimo cristiano che si ritrova in uomini come Erasmo di Rotterdam, tutto preso dalla passione di riportare Cristo fra gli uomini, cio ridare semplicit e purezza alla Chiesa. Il duplice fervore si risolve, entro costoro, in autonomia religiosa grande, in studio dei documenti del Cristianesimo primitivo, in atteggiamento di critica o di scetticismo di fronte alla tradizione posteriore, sia pure accompagnato da esteriori atti di ossequio alla autorit costituita, che possono essere anche sinceri, per riguardo alle ragioni pratiche della vita. Questo atteggiamento di critica  specialmente visibile in Germania, il paese della rivoluzione protestante, preparata appunto da quegli uomini che avevano voluto ritrovare non solo e non tanto il volto genuino di Roma pagana ma anche e pi quello della Chiesa originaria, avanti il suo sviluppo successivo, avanti la sua romanizzazione e il suo connubio col mondo.


3. - FORZE ECONOMICO-SOCIALI E MONARCHIE.

Insomma, mutamenti e progressi notevoli nell'ordine economico sociale: attivit capitalistiche in crescere; ulteriore diminuzione e quasi scomparsa della servit della gleba in molta parte d'Europa; corrosione della nobilt feudale e spezzamento del latifondo; agricoltura che si estende e si intensifica, anche per riflesso della molta ricchezza di nuova formazione che ad essa si volge come a pi sicuro e nobile investimento, via via che molte famiglie della grossa borghesia salgono al patriziato. In rapporto a tutto questo, problemi sociali e malessere e agitazioni negli strati profondi che si affacciano alla storia o nei piccoli ceti dell'artigianato e dei contadini liberi, che avvertono la pressione di forze economiche tendenti ad una organizzazione monopolistica ed oligarchica in fatto di lavoro e di ordini politico-amministrativi. Ed anche rinfocolamento di spiriti antichiesastici, stimoli alla coscienza nazionale. Infine, nuova cultura, pensieri e sentimenti pi aderenti al mondo, umanesimo. Tutto questo, intessuto nella grossa trama degli accadimenti politici e delle guerre che accompagnano la formazione degli Stati moderni. I quali si alimentano di questa ricca e varia sostanza sociale e spirituale, di questa nuova economia, di questo nuovo assetto sociale, di questa nuova cultura.
Cos, lo sviluppo della ricchezza mobiliare e capitalistica fornisce ai principi pi larghi mezzi finanziari, rimettendoli, in certo senso, nelle condizioni stesse in cui la conquista del Quinto e Sesto secolo aveva messo i loro antichi progenitori. Solo che, al posto di terre, ora, risorse fiscali e capitali in circolazione; e mentre quella prima ricchezza era destinata ad esaurirsi in un paio di secoli, questa aveva nel popolo, nella nazione tutta, una sorgente sempre pi copiosa. E non soltanto mezzi finanziari ma anche uomini esperti di finanza. Da principio, la nuova borghesia aveva dato specialmente giuristi, solidali col Re contro le giurisdizioni feudali ed i privilegi delle classi superiori; ora, anche e pi, funzionari dell'amministrazione, tecnici di cose commerciali ed economiche, gente ricca di accortezza e furberia e povera di scrupoli, capace di arricchire s ma anche arricchire il sovrano. Pochi nomi, gi nel '300: Riccardo, Guglielmo e Michele de la Pale, borghesi di Londra; Giovanni Coeur, ricco mercante di Bruges, salito in alto con fortunate speculazioni, entrato nella fiducia di Carlo Settimo e fattosi artefice di una riforma tributaria che si risolve in riforma militare ed in nuovo vigore finanziario e politico del Re. Sono rappresentanti tipici di quella borghesia che sta elevandosi insieme con le Monarchie assolute; che sfrutta le favorevoli condizioni create da queste e, insieme, offre a queste preziosi apporti; anche d elementi alla nuova aristocrazia di sentimento monarchico, accanto o al posto della vecchia nobilt, riottosa verso la Corona. Nella instaurazione finanziaria, Giovanni Coeur  quel che era Giovanna d'Arco nello sforzo di liberazione del territorio. E con Giovanni Coeur, i Robert, i Brigonnet, i Beaune, i Poncher eccetera, nomi che ricorrono assai nella storia del commercio e dell'amministrazione pubblica francese del '400. Da una parte i borghesi, dall'altra i contadini sono l'ossatura della nuova Francia: egualmente interessati ad aver un solo e potente signore, il Re; egualmente restauratori della fortuna di Francia, scaduta dopo Filippo il Bello. - Coeva a questo crescere della nuova ricchezza e delle risorse finanziarie dello Stato, la milizia mercenaria: anche essa, strumento di azione militare e politica, nelle mani della Monarchia. Non pi vassalli o solo vassalli, il cui legame col Re  diventato incerto, combattono le sue guerre; ma anche stipendiati. Non pi manipoli di cavalieri e forze spicciole e valore individuale, in cui si rifletteva la organizzazione a piccoli nuclei della societ medievale: ma unit pi larghe e compatte, che costituiscono il nucleo centrale della nuova milizia nazionale in via di sviluppo. Sorgono gli eserciti moderni, che si proporzionano agli Stati moderni: pi complessi e coerenti, quelli e questi. Ai nuovi ordini militari, che significavano anche una nuova tecnica militare, si aggiungono, cominciando dallo stesso Quattordicesimo secolo, ma con lenti progressi e lenta utilizzazione pratica, le nuove armi da fuoco: armi adeguate a quella societ ed a quegli eserciti, armi anche esse rivoluzionarie.
Anche le agitazioni delle plebi dnno ai principi qualche elemento di prestigio: sia che in basso si confidi in essi e magari si attenda, a protezione degli umili ed a confusione dei malvagi, il reincarnarsi dello spirito di un grande Re o Imperatore d'altri tempi; sia che al principe si stringano con pi forte attaccamento i ceti medi, e la nobilt abbassi l'orgoglio, per bisogno di chi la protegga davanti alle masse. Lo stesso effetto produce la crisi chiesastica e religiosa che turba il mondo cattolico nel Quattordicesimo e Quindicesimo secolo. Essa fu il giuoco delle Monarchie, sempre peggio disposte verso i privilegi ecclesiastici e sempre in attesa del momento buono per manometterli. Come si tende ad un esercito proprio, ad una economia autonoma, cos anche ad una Chiesa che, nell'ambito del territorio, non consenta troppe ingerenze papali n troppa autonomia dell'episcopato. Ed ecco lo Statuto inglese del 1389, chiesto dal Parlamento e destinato a rimanere Statuto fondamentale del diritto pubblico in Inghilterra: rinvigorito il potere della Corona davanti alla Chiesa; il clero, che la paura dei Lollardi ha reso docile, messo nelle mani del Re; aperta la via alla soppressione violenta di molti conventi; quasi bandita dal Regno l'autorit pontificia, un secolo prima che venga Enrico Ottavo.... Ed ecco, in Francia, dopo la "Prammatica Sanzione" di Bourges, che rispondeva al concetto di una Chiesa francese indipendente da Roma ma anche dal Re; ecco una politica regia volta a limitar gradualmente quella indipendenza, anche in quanto essa si realizzava di fronte alla Corona. La quale, come lavora a corrodere e limitare la libert dell'aristocrazia secolare, cos anche dell'episcopato, che erano poi i due volti di una figura sola. Lasciar libere, ad esempio, le elezioni dei Vescovi, non era metter i vescovadi nelle mani delle grandi famiglie? E mantenere le giurisdizioni ecclesiastiche non era puntellare tutto l'edificio delle giurisdizioni particolari? Cos il Re raccoglie lui i frutti della "libert gallicana", conquistata sul Papa al tempo dei Concili. E li raccoglie, magari intendendosela col Papa, transigendo col Papa, concedendo nel campo dei principi (dottrina conciliare) per ottenere riconoscimenti nel campo giudiziario e finanziario, cio in quello che a lui pi importava.
E' questa la politica, sempre pi spiegata e consapevole, della Corona di Francia dopo il 1438, fino al concordato del 1516. Politica che corrisponde anche alle esigenze di lungimiranti rapporti internazionali, via via che la patria francese  riconquistata e la Monarchia riprende slancio oltre i confini. Come ignorare Roma, volendo farsi valere in Italia, in Europa ed in Occidente? Bisognava ritornare alle tradizioni di Carlo Magno e di Luigi il Santo! Insomma, punto di partenza: autonomia della Chiesa francese dalla Santa Sede, indebolita dalla crisi dello scisma. Punto di arrivo: inquadramento della Chiesa francese nel sistema monarchico. Il Re tende a servirsene come di cosa sua; a fare di essa lo strumento dello Stato, da strumento della Chiesa universale che prima essa doveva essere. Si rivedono frequentemente, nel Quindicesimo secolo, Vescovi ed alti prelati a fianco del Re anch'essi, come i borghesi e finanzieri, in sostituzione dei Grandi secolari. Ma questi Vescovi e prelati non rappresentano la Chiesa: sono il Re. In altri tempi, mondanizzata la gerarchia, era riuscito al Sacro Romano Impero di realizzare questa unit; ora la ritroviamo negli Stati nazionali, pure in una fase storica di impoverimento della vita spirituale della Chiesa e di decadenza del Papato. La ritroviamo anche nei minori principati e negli Stati territoriali, come quelli d'Italia e, pi ancora, di Germania. Qui, da per tutto, tributi su le propriet delle chiese, limitazione nell'acquisto di immobili, soppressione di giurisdizioni speciali, esercizio statale del "placet", intervento nella provvista dei posti ecclesiastici, diritto di visitazione e di sorveglianza dei conventi. E' il cesaropapismo in cammino. Tutti vogliono essere e si proclamano, nei confini del proprio Stato, Imperatori e Papi insieme. Anzi,  la rivoluzione luterana in vista, prima ancora che nasca Lutero; prima che, su l'autorit del Vangelo, si faccia del principe il custode delle due tavole della legge, e si dia al potere statale piena autorit su le cose ecclesiastiche. Siamo ancora nel '400, ed uno scrittore del tempo pu constatare: Re e principi presentemente si intromettono con ogni loro forza negli interessi delle Chiese. "Ideo ecclesiae fere in toto mundo male stant". Cio, in tutto il mondo, i vincoli che legano ogni cittadino o suddito al principe si sono rafforzati, a spese di quelli che legavano il fedele e il ministro stesso della Chiesa al Papa (come anche di quelli che legavano il vassallo al signore). La qualit di suddito prende il sopravvento su ogni altra. Le guerre di religione arresteranno per qualche tempo questo processo di coagulamento nazionale o statale e molta gente torner ad operare, innanzi tutto, nei quadri della vita religiosa e chiesastica: cattolici francesi con cattolici spagnuoli, contro protestanti francesi; protestanti tedeschi con protestanti inglesi o svedesi o danesi, contro cattolici tedeschi eccetera Ma poi il processo riprender e si perfezioner.
Come la libert della propria Chiesa, cos le Monarchie prendono di mira la libert delle varie assemblee che, sotto nome di Cortes, Parlamenti, Stati generali eccetera, limitano, specialmente attraverso il controllo finanziario, che era la loro principale ragion d'essere, tutte le iniziative della Corona. Ed anche contro la libert di queste assemblee i Re si giovano di circostanze favorevoli: la decadenza e il discredito della vecchia nobilt che in quei corpi rappresentativi dettava legge; la solidariet, con essi, della nuova borghesia o della nuova nobilt di origine borghese eccetera I Re aiutano questa borghesia e patriziato a monopolizzare, sotto il controllo regio, l'amministrazione delle citt, oltre che a promuovere le attivit mercantili. Ma in Francia ed in Inghilterra, i borghesi divenuti funzionari danno addosso ai Parlamenti, ed allo Stato parlamentare contrappongono uno Stato burocratico. La crescente burocrazia, come ha battuto in breccia feudalit ed autonomie urbane, cos corrode i Parlamenti. Non che manchi, ancora nel Quindicesimo secolo, attivit frequente di queste assemblee e cooperazione loro col Re. Ma egli le adopera sempre meno e tende a sostituire il suo beneplacito al loro consenso.
La vittoria del Re  contrastatissima in Inghilterra. Qui, durante la guerra dei Cento Anni, alterno prevalere delle due forze antagonistiche. Nella seconda met del '300, rinnovati tentativi del Parlamento di mettere sotto tutela la Corona, costituire il governo secondo il proprio volere, nominare esso i ministri e consiglieri del Re: come era avvenuto un secolo prima. Attorno al 1380, il Parlamento trionfa. Poi, restaurazione regia, con Michele de la Pole, fatto cancelliere e conte di Suffolk da re Riccardo Secondo (1377-99). La instabile bilancia riporta su, una diecina d'anni dopo, il Parlamento: e il De la Pole  condannato a morte. Ma gli ultimi anni di Riccardo segnano arbitrio regio e quasi dispotismo. Di nuovo, con i Lancaster ed Enrico Quarto, il Parlamento rialza la testa (14o6), riafferma energicamente il suo diritto di discussione e di controllo in fatto di imposte, costringe il Re a dividere tutta la sua attivit di governo con una ristretta commissione di nomina parlamentare, sottomette a sindacato il Re stesso, anche nella sua vita privata e nell'amministrazione dei suoi beni. Quasi una rivoluzione del Parlamento, come quella che avverr a mezzo del Diciassettesimo secolo! Fu il punto pi basso a cui scese la Corona: dopo di che, ricominci l'ascesa, senza pi gravi interruzioni. Le qualit personali del Re, come anche le vicende alterne della guerra continentale, spiegano questi alti e bassi. Contrariamente a quel che avvenne in Francia, qui la guerra, non sentita profondamente dalla nazione, contribu pi a indebolire che a rinforzare la Monarchia, pi a dividere che ad unire la nazione stessa: in special modo quando la sorte delle armi volgeva avversa. Scattava allora subito la opposizione pubblica alle spese, rappresentata dal Parlamento. Perci, i successi militari di Enrico Quinto, il vincitore di Azincourt, rialzarono la Corona. Ancor pi, la fine della guerra e lo stesso disordine delle ferocissime lotte civili. Controllato l'alto clero, dissanguata l'aristocrazia, il Parlamento seguiva le fortune di queste due classi che lo avevano creato. Necessit di pace, di lavoro, di ricostituzione interna; progressi di borghesia non ancor molto attaccata alle istituzioni parlamentari eccetera; tutto questo si risolve direttamente a vantaggio del Re, delle sue iniziative. Siamo ai Tudor ed all'assolutismo, quasi pieno. Che durer un secolo e mezzo: il tempo necessario perch la borghesia inglese si facesse adulta e, non avendo pi a temere da altre classi, non avendo pi bisogno di tutela regia, sentendosi pi impacciata e contrariata che promossa dal pieno potere del Re, vedesse nel Parlamento il suo Parlamento, il mezzo per tutelare i suoi interessi. Il fatto che questi interessi erano, pi di quelli di ogni altra classe, interessi generali, le diede allora, e beneficamente, la vittoria. In Francia, al contrario, l'ascesa del Re procede rapida, e, per di pi, in una fase non di decadenza ma di energica ripresa della nazione. Ed invano la nobilt resiste; invano alle teorie assolutiste - monarchia di origine divina, la volont del Re sopra ogni legge, unit e indivisibilit del potere eccetera - si contrappongono i difensori del Parlamento, generalmente nobili signori, con la loro dottrina popolaresca e quasi contrattualista che aveva le sue sorgenti tanto nella pratica e nella mentalit feudale quanto nella concezione medievale della Chiesa, incline a veder nello Stato, quando non anche un prodotto del peccato, mera fattura del popolo, su la base di una mutua obbligazione. Il popolo  sovrano, ripeteva negli Stati generali del 1484 un gentiluomo borgognone, il signor De la Roche. I Re, in origine, li cre il popolo. Essi esistono solo per mezzo del popolo, cio l'universit degli abitanti. Lo Stato  del popolo.... Parole e concetti a cui certamente era riservato un avvenire maggiore che non agli altri: ma solo quando chi li proclamer rappresenter pi veramente e legittimamente l'universale degli abitanti, cio un interesse generale. Per allora, questo interesse generale era rappresentato non dalla nobilt, turbolenta e sempre in guerra con se stessa e con gli altri, ma dal Re....
Clima favorevole offriva, poi, alle Monarchie anche la vita intellettuale del '400. L'umanesimo, in quanto era disprezzo per il "profanum vulgus u, avversione o indifferenza di fronte a partiti, a lotte politiche, ad agitazioni popolaresche, secondava gli sforzi del principe che non permetteva ai sudditi di parteggiare se non per esso. L'umanesimo era, poi, individualismo ed apprezzamento del valore individuale; vedeva la storia innanzi tutto come vicenda di individui; costituiva, come il mercenarismo militare, una massa di forze che era facile prendere a proprio servizio. Se dalle sue file esce in Italia qualche tirannicida, assai pi escono panegiristi, oratori, storici che il principe variamente utilizza: storici nel nuovo modo umanistico di scrivere la storia. Ne vediamo in tutte le Corti, piccole e grandi. Presso gli Aragonesi di Napoli, si trovano Lorenzo Valla, storico di Ferdinando; Bartolomeo Fazio, ligure. Presso i Visconti e gli Sforza, scrivono P. C. Decembrio, Giorgio Merula, Lodrisio Crivelli, Bernardino Corio, Giovanni Simonetta, calabrese, congiunto dello stesso ministro del signore Francesco Sforza. A Ferrara; Pietro Cirneo, crso, narratore della guerra fra Estensi e Veneziani del 1482-4. A Roma, il Platina di Cremona narra la "Vita dei Pontefici" su richiesta di Sisto Quarto e, dopo morto,  onorato di solenni funerali e sepolto in S. Maria Maggiore, sotto una pietra sepolcrale spoglia di ogni segno cristiano. Dopo di lui, Sigismondo dei Conti, di Foligno. Venezia spera che voglia farsi suo storiografo Biondo Flavio da Forli, grande maestro di erudizione, e lo sollecita a questo scopo, avanti di affidare il compito al Sabellico, al Navagero, a Pietro Bembo. Opera dell'umanista Antonio Campano  la "Vita di Braccio da Montone", il famoso condottiero che un momento parve dovesse fondare una vasta signoria nell'Italia centrale. Segretario, giurista, incaricato di frequenti ambascerie in Italia e fuori, a servizio del Signore di Pesaro Alessandro Sforza, ed insieme tutto dedito agli studi classici, alle scienze naturali, alla storia, insomma uomo d'azione e di coltura  Pandolfo Collenuccio marchigiano. E fuori d'Italia, Filippo Bonaccorsi, coinvolto nella congiura contro il pontefice Paolo Secondo e profugo in Polonia, diventa cancelliere e storiografo di quella Corte. Storiografo di Alfonso Quinto a Barcellona  assunto nel 1433 Guiniforte Barzizza, che accompagna il Re nella sua impresa di Gerba - preludio e preparazione di altra maggiore impresa, la conquista di Napoli - e poi narra e descrive in una epistola eloquente i fatti della guerra, contribuendo con altri letterati alla rinomanza italiana di Alfonso, quindi alla sua vittoria napoletana. Altri sono altrove: Polidoro Virgilio, alla Corte inglese; Tito Livio da Forli, in Francia; Poggio Bracciolini, segretario della Curia romana ed autore di una celebrata "Storia fiorentina", presso Giovanni Hunyadi in Ungheria, che spera trovare in lui il glorificatore delle sue gesta cristiane e nazionali. E il disegno di cantarle ebbe anche quel Giovanni Pannonio, di una grande famiglia ungherese, che aveva accolto ospite in patria Pietro Paolo Vergerio, della scuola di Guarino e di Padova, e poi, venuto in Italia, vi era rimasto dieci anni, diventando italiano di elezione. Col duca di Worcester, con Giovanni Secondo di Castiglia, con Enrico di Portogallo, sono in corrispondenza Poggio, Barzizza, Biondo Flavio. Ladislao re di Polonia ed Ungheria chiede ad Alfonso di Napoli racconti di antichi romani e di principi gloriosi.
Insomma, i nuovi Re e Signori, grandi e piccoli, di antico ceppo o sorti dal nulla, che vogliono elevarsi sopra i magnati ed annodare strette relazioni con l'estero; che sognano pi grande dominio e crociate contro i Turchi e acquisti d'oltre mare; questi Re e Signori si affidano agli umanisti. La smania di rinomanza e di immortalit fra gli uomini - poich la fede nella immortalit nell'altra vita  scossa! - si appaga anche col marmo e col bronzo. Leon Battista Alberti colloca sopra un arco trionfale, a Ferrara, la statua equestre di Niccol Terzo d'Este. Opera di Donatello, dopo il 1447,  il monumento di quell'Erasmo Gattamelata da Narni che i biografi del tempo dipingono instancabile cavaliere, inteso giorno e notte a disporre, ordinare e consigliare, capace tanto di gettarsi audacemente nella mischia quanto di riconfortare con robusta facondia i soldati, conservarli in fiducia, speranza, audacia: uomo di fermo equilibrio, che "con senno disponeva le cose, con magnanimit le compieva", tale che "non mai il potere lo rese soverchiante, non mai la vittoria superbo, non mai la ricchezza avido" (Pontano). Ed i nostri occhi non si saziano di guardare, ben piantato in arcioni, aria spavalda, busto eretto, volto terribile imperioso astuto, Bartolomeo Colleoni, condottiero della Repubblica di Venezia, che lasci denari per i poveri e denari per farsi una statua. "Ma che valgono", scriveva il Decembrio, "marmo e bronzo caduchi, al confronto della storia"; della storia scritta in bel latino sonante, nel linguaggio delle grandi cose, "longe ac late per universum orbem diffusum"? (Filelfo).


4. - L'EUROPA IN CERCA DELL'ITALIA.

Partivano quasi tutti dall'Italia questi umanisti e storici che poi tessevano le lodi dei grandi Re e ne esumavano l'oscuro passato - storia o leggenda - e ne riscaldavano il desiderio di gloriose gesta. E quasi tutti su l'Italia tenevano gli occhi quei Re. Nel Quindicesimo secolo, la politica estera delle Monarchie d'Europa si faceva pi alacre e pi complessa, gi maneggiava molte fila e lunghe fila, gi veniva trovando i suoi orientamenti ed i suoi obiettivi. Orientamento ed obiettivo quasi generali, il Mediterraneo: cicca, l'Italia. Fatto antico, veramente, questo gravitar su l'Italia. Per l'Italia erano passati e in Italia avevano lasciato tracce di s gran parte delle stirpi germaniche migranti da Oriente verso Occidente, da nord verso sud. Poi il fiotto arabo verso l'Europa, contenuto ad est e ad ovest dal Regno franco e dall'Impero , di Bisanzio, aveva rotto l'argine italiano ed era straripato su la Sicilia e, in parte, su le altre grandi isole e sulle terre di Puglia e Calabria e Campania. Poi ancora i Normanni. E poi, il rinnovato Impero germanico e la folla dei cristiani che da ogni parte dell'Europa battevano le strade convergenti su Roma. Uscire dall'oscuro travaglio della vita nomade e seminomade e dell'ordinamento per trib; gettare le fondamenta dello Stato, annodare i primi legami col consorzio dei popoli civili, voleva dire passare per Roma, Roma delle memorie imperiali e Roma dei Papi. Ma ora si tratta di consapevoli direttive politiche degli Stati, in vista di guadagni territoriali da realizzare, di commerci da promuovere, di benefici finanziari e mezzi di azione da conquistare, nel paese che aveva denari e navi e posizioni militarmente importanti per altre imprese. E si pu anche pensare ad un oscuro fascino che la terra del sole, la terra delle belle citt e della vita "raffinata", esercitava su le genti dell'Europa circostante, ancora rozze o povere o fantasiose, anelanti a pi vasto mondo, specialmente su la nobilt, sempre cupida e irrequieta ed ora messa a catena entro il territorio nazionale: un fascino non molto diverso da quello che tre o quattro secoli prima aveva attirato tanti nobili cavalieri e patroni di navi, pronti al traffico e alla preda, verso il luminoso Oriente.
Nel 1266 e 1282, un grande casato francese e i Re di Aragona avevano messo piede nel Mezzogiorno della penisola e in Sicilia. Dopo 50 anni, pure nella Sardegna. Anche chi non era riuscito a mantenersi su queste posizioni, come gli Angioini a Napoli, aveva tuttavia creato titoli di diritto, a fondamento di aspirazioni rimaste, per secoli, tenacissime. E conosciamo i tentativi dei Luigi e dei Renato d'Angi, nella seconda met del '300 e nel '400. Col matrimonio di Valentina Visconti in Francia, era stato poi costituito un altro titolo anche sul Milanese, a favore degli Orlans. Un po' in appoggio ad Angioini ed Orleanesi, un po' per conto proprio, i Re di Francia in questi due secoli non distolgono rasai gli occhi dall'Italia: specialmente quando riposa ad occidente la guerra inglese e poi quando la guerra cessa e il Regno d'oltre Manica si trova impigliato nella sua feroce contesa civile. La Corona di Francia, con Luigi Undicesimo e col suo successore, ha l'amicizia del Portogallo, aspira al Regno di Navarra nella regione pireneica e spera poterlo guadagnare mediante il matrimonio di Margherita, sorella di Luigi, con Gastone di Foix; guarda ai Paesi Bassi, che Carlo di Borgogna ha conglobato nel suo vasto dominio, e coltiva buone relazioni con gli Svizzeri; tende al Reno, in cui comincia a vedere il confine naturale, e caldeggia le "libert" germaniche, cio il regime delle impotenti autonomie locali e dei piccoli o minuscoli Stati; fa buon viso a quei principi tedeschi pi vicini, di cui qualcuno, in lite con Austria o Brandeburgo o Impero, accetta o cerca alleanza francese e manda i suoi figli a crescere in Corte francese. Ma tende, in modo speciale, all'Italia. Continuo premere della Francia sul Piemonte e su Genova, porte d'Italia, e, quest'ultima, grande emporio, grande cantiere, base necessaria per aver Napoli, utile per allargar la sfera d'azione della Monarchia, ancora lenta a muoversi fuori del suo proprio suolo. Qua e l, a Genova come a Napoli, Francia ed Aragona gi si urtano, accennando ad allargare su tutta la penisola il loro campo di battaglia. Il duello e ormai impegnato, con prevalenza spagnuola nel sud, francese nel nord.
L'anno 1442, Alfonso Quinto d'Aragona, Re di Sicilia e di Sardegna, diventa padrone del Regno di Napoli e volge pensieri anche verso la Corsica, la Toscana, il Milanese stesso. Principe colto ed incline verso la nuova coltura umanistica che fiorisce in Italia, egli , in tutto il resto, spagnuolo: nella sua religiosit, nei suoi costumi, nella lingua di cui si serve, nella Corte di cui si circonda. Spagnuoli anche molti poeti che celebrano lui e Lucrezia d'Alagno, la bella e imperiosa e casta amica del Re. Realmente, siamo in un momento di forti influenze spagnuole su la penisola: intellettuali e morali, oltre che politiche. Filtrano attraverso gli scali del Tirreno letterati, funzionari, mercanti, cortigiane, operai, ebrei di Catalogna, marrani, nobili signori, soldati. Ferocissimi soldati, di cieco e selvaggio impeto, a cui i nostri, nelle guerre per il Regno di Napoli del primo '400, avevano contrapposto un loro modo di guerreggiare, tutto arte e prudenza. Vengono in cerca di fortuna, come poi andranno in America. Ai signori si danno posti lucrosi ed onorifici, che sono anche posti di comando. Ed essi usano "superbie, mali modi e tirannie grandissime" verso l'elemento indigeno; cercano "tenere sotto i piedi e signoreggiare con disonesti modi" gli Italiani, come si esprime uno scrittore del tempo. Di qui la violenta reazione degli Italiani, alla morte di Alfonso. Il quale, ormai consapevole del pericolo, aveva raccomandato al figlio "liberatevi da tutti gli Aragonesi e Catalani che io ho fatto grandi!". Ed il figlio raccoglie il monito, molti stranieri costringe a tornarsene a casa, si circonda di gente del paese: tanto pi che egli ha ottenuto dell'eredit paterna solo il Napoletano, ed ha bisogno anche di tagliar agli Aragonesi d'oltre mare ogni possibile via di ritorno. Ma Sicilia e Sardegna sono rimaste al ramo spagnuolo della famiglia. E l'immigrazione dalla Spagna non si arresta. Riprende o seguita verso Napoli e verso altre contrade italiane. Roma gi da qualche tempo ha aperto a Catalani e Castigliani le porte della citt e degli alti uffici. E Callisto Terzo, cortigiano di Alfonso Quinto,  un Borgia di Valenza. Fra il 1450 e il 1460, la Curia par che voglia spagnolizzarsi, in un tempo in cui anche i Re di Francia, per sistemar le loro faccende ecclesiastiche e dar avviamento alla loro politica estera, riprendono vivi contatti con la Santa Sede. Re Cristianissimo e Re Cattolico in gara presso la Curia, dopo che questa si era, qualche secolo prima, liberata dagli Imperatori! Giuochi, fogge, lingua, cerimoniale, enfasi, vanto di vere o presunte glorie avite, altezzosit verso il minuto popolo e l'operoso borghese, tutto di marca pi o meno spagnola, cominciano a diffondersi largamente in Italia, specialmente nel Sud. Qualche scrittore napoletano del tempo aggiunge anche: maggiore prostituzione, pi violenti costumi e pi numerosi reati di sangue. Gli Italiani, specie le classi superiori, accettavano siffatta merce senza prenderne scandalo. Tuttavia, non mancava in essi certa consapevolezza della sua origine forestiera e del contrasto fra il nuovo modo di vivere e l'antico modo paesano, in genere pi semplice e schietto. Fra qualche decennio, vedranno chiaramente in queste infiltrazioni esotiche il punto di partenza del dominio politico. Le moderne usanze fanno parere goffissime a molti le antiche, scrive l'autore del Cortigiano: "pur quelle erano forse segni di libert, come queste sono state augurio di servit, il quale ormai parmi assai chiaramente adempiuto". L'accogliere il costume di tutti signific che tutti "quelli negli abiti dei quali i nostri erano trasformati, venissero a soggiogarci: il che  stato troppo pi che vero, ch ormai non resta nazione che di noi non abbia fatto preda...".
Insomma, pressione energica dalla parte dell'Occidente, su l'Italia padana e tirrenica. Mentre, dalle parti del Sol Levante, proseguiva l'avanzata dei Turchi Osmanli, sopra il frammentario ed incoerente mondo balcanico e sopra l'Egeo, tra Bulgari, Serbi, Greci, Romeni, Italiani, Albanesi. Sono caduti, alla fine del '300, il Regno di Serbia e il Regno di Bulgaria e, nel 1453,  caduta Costantinopoli. Poi la rovina prosegue, specialmente a danno di Italiani. Anno 1475, perdita di Caffa genovese, con molta strage: che vuol dire il crollo di tutto l'edificio della Repubblica nel Mar Nero. Anno 1484, caduta di Licostomo e Moncastro nelle mani di Baiazet: due empori di Genova nel basso Danubio, che diventano per il nuovo signore porta d'accesso verso l'interno, come egli stesso dichiara. Venezia  gi da un pezzo alle prese anche essa con gli invasori, alternando guerra e pace, destreggiandosi con pazienza e prudenza, adoperandosi per aver al bisogno la solidariet degli altri Stati italiani, ma tirandosi indietro alle proposte di crociata, cio di guerra assoluta e permanente, bandita da Callisto Terzo e Pio Secondo. Sui primi del '40o, ha vinto i Turchi a Gallipoli, ma poi ha perduto Salonicco. Nella seconda met del secolo acquista Cipro, circuendo Caterina Cornaro vedova di re Giacomo Secondo e soverchiando le concorrenti ambizioni di Napoli e Savoia. Ma in cambio, perde Negroponte. Peggio ancora, nella penisola balcanica, su l'Adriatico. La conquista turca acceler anche quel lento cammino degli Slavi dell'interno, premuti a tergo, verso le citt costiere della Dalmazia, che durava da secoli. Ed a Sebenico, a Spalato, a Trau eccetera, si ebbero mutamenti nella compagine etnica della popolazione, specie nei bassi ceti, mentre pi gagliarde resistettero e si conservarono nella loro fisonomia antica Zara, Lesina, Veglia ed altre minori serre ed isole dell'arcipelago dalmata. Ce lo attesta, nel '500, una relazione del veneziano G. B. Giustinian. Anche l'Albania fu, dopo il 1468, tutta corsa. Per qualche tempo, Scanderbeg fronteggi l'invasione. Ma, caduto lui, la resistenza crollava, salvo qualche baluardo isolato, come Croia e Scutari, che tenevano fermo, con l'aiuto di presidi veneziani. Stormi di fuggiaschi si gettavano dall'interno lungo la costa; a migliaia passavano il mare e andavano a posarsi in Abruzzo e in terra d'Otranto, in Sicilia ed in Calabria, ingrossando qui e moltiplicando i piccoli nuclei slavi e greci e albanesi che da secoli si erano formati lungo il litorale. Nel 1487, anche Scutari cedeva. Era in pericolo la sicurezza dell'Adriatico: di quel mare che da due secoli Venezia contendeva alla Corona d'Ungheria, ai Re di Napoli, ai piccoli potentati locali, i Balsidi, i Comeno, i Catriota eccetera, padroni di Dulcigno, Budua, Kanina, Antivari, Valona, Croia eccetera. Oltre Venezia, era premuto da vicino il Regno di Napoli che, dai Normanni in poi, aveva sempre mantenuto qualche appiglio nella penisola prospiciente e, con Alfonso Quinto, ripreso il lavoro di penetrazione politica. Ormai i Turchi sono una grande Potenza militare e navale, che si spinge fino a mezzo il Mediterraneo. L'islamismo, arrestato dalle crociate, si rimette in marcia. L'Impero di Bisanzio, ricacciato verso l'Oriente dalla pressione latina e germanica e normanna nel Decimo e Undicesimo secolo, ricompare sotto nuova insegna nei mari italiani.
Anche dal centro dell'Europa vi  gente che si affaccia su l'Italia, come ai tempi del Sacro Romano Impero di nazione germanica. Casa d'Austria non solo tende le mani verso le corone di Boemia e di Ungheria, ma anche verso i valichi alpini, la pianura veneta e le citt istriane, incontrandosi e urtandosi con Venezia, lungo tutto l'arco di cerchio dall'Adige al mare. Essa  un po' il medievale Impero, con tutti i suoi vecchi titoli di diritto; un po' una giovane dinastia scesa dalla montagna, che viene esercitando il rostro e gli artigli su le terre attorno e, nella seconda met del '400, gi emerge come una forza politica in pieno sviluppo. Anche al suo orizzonte appaiono i Turchi. E la loro minaccia, su le soglie dell'Europa romano-germanica, serve a coagulare forze di resistenza attorno all'Austria. La quale, dopo avere servito, come marca tedesca, contro Slavi e Ungari, ora accenna ad assumere la funzione di marca cristiana contro gli infedeli. Certo, di tale funzione l'Austria si far poi vanto e da essa trarr qualche ragione o giustificazione di vita e qualche titolo di gloria. Ora, il pericolo dei Turchi, che nella seconda met del '400 corsero e saccheggiarono l'Istria fin quasi alle porte di Trieste, concorre, insieme con la inimicizia verso i Veneziani, determinata da ragioni di commercio, a rendere ben disposti i Triestini verso l'Imperatore. Nel 1470, Federico Terzo and a Trieste, poco dopo un'altra di quelle scorrerie turche. E vi fu allora chi, dalla citt minacciata, rivolse caldo appello all'Imperatore, perch si movesse a distruzione dell'orda barbarica.
Le buone fortune politiche dei principi di Casa d'Austria, anche verso il territorio italiano, aiutano la infiltrazione di elementi tedeschi gi per le valli. Nel 1363, gli Asburgo avevano ottenuto la contea del Tirolo. Il secolo appresso, pi di un Vescovo tedesco siede su la cattedra di San Vigilio: e si constituisce, di fronte alla popolazione originaria, italiana di costumi, lingua, diritto, un grosso nucleo di Tedeschi immigrati, che muovono all'assalto dei pubblici uffici, destando reazione nell'altro campo. Da una parte e dall'altra, chiarissima coscienza della diversa nazionalit e di un opposto interesse nazionale. Non abitiamo anche noi a Trento? chiedono i Tedeschi. E gli Italiani: Ma voi siete forestieri e gente nuova nella nostra citt! E sarebbe somma ingiustizia se forestieri e gente nuova pretendessero in una citt mutarne le leggi ed i costumi. Anche a noi, se volessimo domani portare i nostri focolai in terra tedesca, si direbbe, come noi oggi diciamo a voi: o rispettate i nostri costumi o uscite da queste mura.... Fino al principio del Quindicesimo secolo, aveva prevalso, nei rapporti di questa grande valle intermedia tra Germania e Italia, la forza politica militare degli Stati padani: Scaligeri, Visconti, in ultimo Venezia, giunta a Riva sul Garda ed a Rovereto, nel tempo stesso che acquistava la provincia acquileiense e compieva il riacquisto della Dalmazia. Tendeva a risalire la valle, per padroneggiare quella grande strada battuta dai commerci e dalle invasioni, come padroneggiava l'altra grande strada del Friuli. Ma ora, sul vescovado di Trento si  fatta pi forte l'azione degli Asburgo, signori del Tirolo e avvocati di quella chiesa. E fra essi e Venezia, frequenti le contese; a volte, per questioni locali di confini e di pascoli. Nel 1487, anche una guerra, non fortunata per Venezia che vide invasa la Valsugana e il borgo di Riva, ebbe ucciso il Sanseverino suo condottiero e dov accettare una pace di compromesso.
L'infiltrazione, che tende a mutarsi e spesso si muta in invasione armata, prosegue anche pi ad ovest. I montanari svizzeri vogliono sboccare al piano. Dopo guadagnatasi con le armi la loro indipendenza dagli Asburgo, a Sempach (1386), si volgono ora verso il Sud. Qui, terra, vigneti, olivi, vaste messi. E poi, lo sbocco delle strade che dalla Germania conducono verso l'industriosa Lombardia e verso Genova. Quindi, contese frequenti con i valligiani e con i Duchi di Milano, nel '400; bande svizzere gi per la Valle Levantina; le popolazioni costrette a giurare ad Uri ed Unterwald, perch tengano libera la via di Milano da ogni pedaggio eccetera. Nel 1410, occupata parte dell'Ossola, gli Svizzeri ne fanno un baliaggio. E' il tempo della crisi viscontea. Pochi anni dopo, terre di Valle Anzasca e di Val Maggia cadono egualmente in loro potere. Nel 1419, anche Bellinzona. Segue la riscossa ducale, una sanguinosa rotta dei troppo audaci montanari, il riacquisto delle valli e delle terre perdute, per opera dei condottieri di Filippo Maria Visconti. Ma poi, nuova avanzata di Svizzeri in Valle Levantina. Approfittando anche delle condizioni precarie di Casa Savoia nella seconda met del '400, fanno acquisti nel basso Vallese. Ottimi sono i loro rapporti con la Corona di Francia, che in questo tempo fa quasi da padrona nelle terre sabaude. Sorella di Luigi Undicesimo ed a lui molto sottomessa,  Jolanda, moglie di Amedeo Nono (1415-72) e poi reggente del Ducato, a tutela del minorenne Filiberto Primo. Svizzeri e Francia formano quasi catena lungo la cerchia nord-ovest delle Alpi, per tagliare la strada al terribile Duca di Borgogna, Carlo il Temerario.
Il quale, asceso da vassallo a rivale dei Valois,  tutto una irrequieta ambizione: ricostituire l'antico Regno di Lorena, affacciarsi da una parte sul mare del Nord, dall'altra giungere al Rodano ed a Lione, spingersi verso il Mediterraneo e l'Italia. Qui non gli manca qualche amico. Se contro di lui  Francesco Sforza, che prende le parti di Luigi Undicesimo Re di Francia,  per lui Bartolomeo Colleoni che volentieri salterebbe addosso al Ducato milanese e metterebbe la sua spada al servizio di Borgogna. Buone relazioni coltiva anche con Venezia: ci che suscita, contro le "mude" veneziane di Fiandra e di Barberia, atti di rappresaglia da parte di corsari francesi (1473 e 1474). Per il capo di Carlo passano progetti e fantasie. Dalla Provenza, dal Mediterraneo, dall'Italia non si potrebbe ritentare l'impresa d'Oriente! Goffredo di Buglione aveva dominato nelle stesse terre di Carlo il Temerario! Alla Corte di Borgogna, ora,  sfarzo di vita cavalleresca, brillante armeggiare di gentiluomini, impaziente desiderio di belle gesta.... Insomma, nuovi sprazzi di medievale cavalleria, nella regione che della cavalleria era stata uno dei focolari pi vivi; ed insieme, una politica da Rinascimento, gagliardo apparecchio militare, floride finanze. La fortuna gonfia per qualche tempo le vele dell'audace signore. Fa acquisti a danno della Francia. Membro influente della "Lega del Pubblico bene", che fu l'ultimo tentativo di riscossa della grande feudalit francese contro il Re, riesce persino ad avere nelle sue mani Luigi Undicesimo ed imporgli le sue condizioni. Fa acquisti, ancora di pi, a danno dell'Impero e della Casa d'Austria, in mezzo alle citt libere ed ai molti staterelli secolari ed ecclesiastici posti fra Reno, Mosella e Mosa e pi a sud. Vagheggia anche la corona di Re dei Romani, primo passo verso l'Impero. E si ha un matrimonio fra la giovane ereditiera di Borgogna e Massimiliano d'Austria, figlio di Federico imperatore: che vuol dire una possibile unione futura Asburgo-Borgogna e titoli per salire al Romano Impero. Importanza europea del dominio borgognone, attorno il 1470, in virt tanto della sua ampiezza e potenza quanto della posizione centralissima e degli interessi molteplici che attorno attorno sono in giuoco. Ambasciatori ed inviati di tutta Europa si affollano a Corte....
Ma poi le resistenze crescono. I Fiamminghi recalcitrano alle gravi imposte e male tollerano una politica livellatrice che vorrebbe dare omogeneit ed unit ad un vasto paese, quanto mai vario di struttura sociale, di abitudini, di interessi. Alla inasprita ostilit della Corona di Francia, si aggiunge il turbamento della coscienza nazionale tedesca. Nel 1474, citt dell'Alto Reno si ribellano al Duca. L'Imperatore gli rifiuta la dignit di Re dei Romani... Carlo allora invade l'arcivescovado di Colonia ed assedia la citt del Neuss, mentre, per assicurarsi le spalle, si allea con Edoardo Quarto d'Inghilterra e lo stimola a ritentare la conquista del Regno di Francia. Piccola terra, Neuss, ma ben fortificata e meglio difesa! E per un anno, Carlo Sesto si logor attorno, col suo grande esercito e la sua Corte sfolgorante, mentre tutta Europa guardava con diffidente animo. Abbandonata questa impresa, ne tenta altre. Mette piede nella Provenza, passando sopra la Confederazione svizzera, alleata di Luigi Undicesimo. Il Mediterraneo  in vista,  vicina l'Italia, con i suoi principi e condottieri irrequieti. Ma anche qui, il calcolo fu inferiore all'ambizione: 3 maggio 1476, sconfitta di Carlo di Borgogna, a Grandson, e sua fuga davanti a quegli stessi montanari svizzeri che un secolo prima avevano avuto ragione degli Asburgo. Dopo tre mesi, altra battaglia. "Grandson! Grandson!" gridavano i fanti della montagna, animandosi col ricordo della prima vittoria all'assalto delle trincee nemiche, donde l'artiglieria fulminava. Ed anche ora vinsero, con molta strage. Fino a che gli avanzi borgognoni, presi in mezzo fra gli Svizzeri e Renato di Francia duca di Lorena, furono annientati e Carlo il Temerario ucciso. Risonanza grande del fatto! Inizio di una storia pi vasta per la Confederazione svizzera, composta ora di otto Cantoni o Comuni ed alleata con la Lega Grigia (Grigioni), altro raggruppamento di Comuni, pi verso l'Italia. Liberi alle spalle ed ai fianchi, gli Svizzeri ritentano la via delle Alpi. Nel 1477 e 148o, il Duca e il Capitolo della Chiesa milanese, che esercitava giurisdizioni temporali in quella gialle, cedono al Cantone di Uri la Levantina. Nel 1478, un corpo svizzero passa il Gottardo e assedia Bellinzona. Sono respinti; ma non tarderanno a tornare vittoriosamente. La loro rinomanza militare richiama su di essi l'attenzione anche di lontani principi. Si annodano relazioni e si conchiudono patti d'amicizia. Nel 1479, anche con Mattia Corvino re d'Ungheria, che intendeva trarre soldati dalle terre della Confederazione, per condurre a compimento i suoi piani di un vasto Regno.
Mattia Corvino tiene anche esso, dall'Est, gli occhi su l'Impero e su l'Italia. Principe nuovo e di caldo animo, come Carlo di Borgogna; egualmente forte della pi bella milizia che allora principe cristiano avesse. La Corona d'Ungheria ha gi posseduto terre di Dalmazia e portato guerra fin dentro il Sud-Italia, quasi rinnovando le selvagge scorrerie d'altri tempi. Ora, Mattia si  stretto in parentado con gli Aragonesi di Napoli, sposando Beatrice figlia di Ferdinanda; apre la sua Corte alla cultura letteraria ed artistica italiana; caldeggia a favore del suo congiunto, Federico d'Aragona, il vicariato di Milano, per potere aver voce anche su le cose di Lombardia; vorrebbe riprendere ai Veneziani le citt dalmate; coltiva amicizie con le citt marchigiane obbedienti al Papa. Tanto che, nel 1488, Ancona, ribelle ad Innocenzo Ottavo in un momento di rinnovate lotte fra la Curia e Napoli, innalza le insegne del Re magiaro e si mette nella sua protezione. Puntando energicamente su gli Stati ereditari di Casa d'Austria, occupando nel 1485 la stessa Vienna, impadronendosi della Carniola e della Stiria, anche Mattia Corvino  ormai in contatto con l'Italia del nord e sembra debba procedere oltre, cumulando in s, contro Venezia, i risentimenti e le cupidigie dell'Ungheria e degli Asburgo.
Insomma, da tutte le parti si fa ressa su l'Italia: stirpi in movimento, gruppi etnici che non vivono pi nel chiuso dei loro territori poveri e cominciano a mescolarsi alla vita dell'Europa; nuovi Imperi che avanzano con barbara energia dall'Asia; piccoli e grandi Re dell'Occidente e del Nord che, ormai in ordine a casa loro, si volgono verso il di fuori o confidano di potere con nuovi acquisti consolidare quello che gi posseggono. Interessi dinastici e politici prevalgono di gran lunga; ma anche qualche interesse di ceti che hanno nel sangue l'amore dell'avventura e della guerra, anche qualche interesse di nuove borghesie. L'Italia comincia ad essere un buon mercato per taluni paesi industrialmente produttori d'Europa. I fabbricanti italiani di drappi avvertono gi, nella seconda met del '400, la concorrenza dei drappi forestieri. Nessuna foggia o veste oggi appare lodevole "quod e Gallis non fuerit adductum", lamenta Giovanni Pontano. E certo, insieme con la moda, anche merci e manufatti. Non pi solo Italiani in Francia, ma qualche Francese in Italia, per trafficare e lucrare. A Napoli ve ne sono anche prima del 1494, che monopolizzano l'importazione di certi articoli levantini. L'Italia ha avuto una qualche parte, con i suoi commerci, i suoi banchieri, i costruttori di navi e navigatori, i suoi umanisti, le sue principesse di Casa Sforza o Aragona o Savoia, andate a nozze in Corti forestiere, nello stimolare l'economia e la coltura dei paesi circostanti, nel mobilitare l'Europa. Ed ora l'Europa comincia a gravitarle addosso, quasi come dieci e pi secoli prima, dopo il vasto dissodamento e sommovimento mondiale fatto da Roma.



Capitolo ventunesimo.
L'Italia nella Rinascenza.


1. - ECONOMIA, COSTUME, CULTURA ITALIANI.

In questo declinare del Quindicesimo secolo, l'Italia - se  lecito vedere e rappresentare come unit un paese ancora cos vario in ogni sua parte - pur non mostrando pi l'antico fervore di vita pratica e lo slancio giovanile delle sue citt, tuttavia viene trovando una propria sistemazione politica a base di mezzani Stati, viene amalgamando nel quadro di questi Stati le gi riluttanti forze sociali interne, viene mettendo in valore altre fonti di ricchezza e spostando un poco le basi della sua vita economica, come  naturale in un tempo in cui attorno attorno si moltiplicano le attivit produttive similari. Prende certa consistenza, anche militare, l'ampio dominio veneziano che si stende dalle citt dell'Istria e dall'Isonzo all'Adda. Lo Stato della Chiesa comincia ad essere una realt, dopo gli sforzi di Eugenio Quarto, di Niccol Quarto, di Pio Secondo, al quale la mitezza dell'animo e l'inclinazione verso le lettere non tolse di affrontare con molta energia i suoi nemici e demolirli: come fece con i Malatesta, tiranni di Rimini. Francesco Sforza ha lasciato una sua impronta di sagace politico e amministratore al non grandissimo ma ben disposto e ben situato territorio raccolto in eredit dai Visconti. Il Regno di Napoli  uscito, con gli Aragonesi, da quella semianarchia che durava da un secolo e accenna, anche per la sollecitudine dei nuovi Re, specialmente di Ferdinando, a qualche progresso industriale e di traffici propri e di propria borghesia. Si avverte a Napoli, ormai massimo centro urbano dello Stato, il salire di famiglie mercantili potenti che, pur mescolandosi alla nobilt e avendo stretti contatti con la Corte, non cessano di trafficare e di lucrare, su l'esempio dello stesso Re. Nomino fra i parecchi quel Francesco Coppola, della riviera amalfitana, che ha commerci lontani, tiene mercanzie e denari in molte banche d'Italia, a Firenze, a Siena, a Genova eccetera, possiede navi in porto e magazzini di cordami e vele e ancore e munizioni e artiglierie, arma galere contro i Turchi e contro Venezia, esercita le allumiere di Ischia dategli dal Re e fa ricerche minerarie in Calabria,  investito della contea di Sarno e vi fonda cartiere, compra feudi e diventa Grande Ammiraglio.
Cammina, nel Regno e nel resto della penisola, anche l'agricoltura. E certo vi contribuiscono la fine delle minute guerre cittadine, che erano essenzialmente guerre ai campi; il freno posto alle Compagnie di ventura; la relativa pace instaurata dopo Lodi. Si diffonde qualche nuova coltura o si propagano colture prima limitate a poche zone, anche per effetto dell'incoraggiamento che tutti vogliono dare ad industrie proprie: il gelso, il riso, materie da tintoria come la robbia e il guado, fra poco il granoturco. Lo zafferano diventa oggetto di attiva produzione ed esportazione dall'Abruzzo. I Papi fanno alcune provvidenze per l'avvaloramento agricolo dell'agro romano e delle zone paludose. Si sa di strade e canali e argini fatti o progettati. Nella bassa valle padana, la bonifica progredisce. Vari principi si sforzano di migliorare le razze ovine ed equine ed istituiscono buoni allevamenti di cavalli. Vi sono accenni di una letteratura agraria; si moltiplicano le edizioni di Pier Crescenzo, l'agronomo bolognese del '300; l'interesse per il podere, diventato quasi la ferma base dell'economia domestica, traspare in ogni pagina delle memorie familiari e dei trattati della famiglia che il '400 italiano ha conservato. Larghi investimenti in acquisti e migliorie di fondi e costruzione di case e ville, da parte di borghesi. Cos, specialmente in Toscana, in Lombardia, nell'Emilia, nel Veneto. Qui, nobili e cittadini, sono quasi "inebriati" della terraferma, a giudizio di qualcuno che, un secolo pi tardi, vedr in questa smania una causa di corruzione, di debolezza e di ulteriore sviamento dalla dura ma sana attivit marinaresca. Era, osserver il critico, un cattivo affare. Si pagava la terra il doppio di quel che valeva; ci si contentava del 3 o 4%; si consumava interesse e capitale a metter in ordine la casa e condurvi vita sollazzevole. E tuttavia, non avresti trovato un veneziano, di nobilt o di popolo, che, poco poco ne avesse avuti i mezzi, non comprasse possedimenti e case in terraferma, specialmente nel Padovano e nel Trevigiano, per potere andare e tornare da Venezia in due giorni. E cos si investi per oltre tre milioni d'oro.
Che cosa era tutto questo? Stanchezza di vita urbana e troppo logorante? Bisogno di dare stabilit ad una ricchezza malferma? Desiderio di attivit che si concilino meglio col culto delle lettere? Lorenzo de' Medici, la maggiore famiglia di banchieri italiani ed europei di quel tempo, dopo avere speso e gettato denaro senza limiti; accortosi che anche le cose dei suoi banchi a Bruges, a Milano, a Lione, non andavano bene; "vedutosi abbandonato dagli avvenimenti de' traffichi, si volse a fare una entrata di possessioni di 15 o 20000 scudi", comprando in quel di Firenze e nei territori attorno, soggetti a Firenze. La terra diventava cos un buon forziere, per la custodia di ricchezze altrimenti destinate a distruzione o esposte a pericolo di distruzione, nella tempestosa et successiva. Alla fine del '400, lo storico Francesco Guicciardini, abbracciando d'uno sguardo sintetico l'Italia del suo tempo, poteva dichiarare che la penisola era tutta coltivata, anche nelle pendici montane. Si ebbe pure una diversa e migliore valutazione dell'agricoltura e dei contadini. Con la consueta satira del villano, riconoscimento dell'agricoltura e dei contadini; riconoscimento della ricchezza delle citt, come opera dell'umile campagnuolo; vizi della popolazione rurale - avarizia, simulazione, furto eccetera - rinfacciati ai proprietari urbani e alla loro durezza; lodi delle virt contadinesche, anche delle virt guerriere, in scrittori come Platina, Landino, Poliziano eccetera Ricordiamo che il '400 am molto Virgilio ed ebbe, nelle "Georgiche" e nelle "Bucoliche", il suo pi caro libro; e rievoc Catone e Plinio e Fabrizio e i personaggi della Roma agricola e contadinesca: e con le loro parole stesse fece le lodi della vita campestre. Era, questo nuovo atteggiamento degli spiriti, "letteratura"? O esigenza estetica, desiderio di conoscenze ed esperienze ed osservazioni pi vaste e varie, manifestazione di quel fervore per la natura che durante il '400 si ritrova, da noi pi che altrove, in artisti e astronomi, in medici e poeti?
Comunque, si veniva stabilendo un maggiore equilibrio e maggiore organicit di struttura sociale che non fosse nell'et precedente. Quasi si direbbe che le vecchie citt meglio si legano al mondo circostante e affondano nella terra le loro radici. Attivit economica meno intensa e concentrata, ma pi diffusa, anche in fatto di industrie, che scadono in molti dei vecchi centri ma si moltiplicano un po' da per tutto, protette da opportune barriere doganali e da divieti. Per cui, a Firenze, si pu, nel 1458, levar lamento che "de panni, si fa al presente, si pu dire, in ogni luogo e molti hanno fatto proibizione che dei panni fiorentini non si possano mettere nei loro terreni". E nel Consiglio Generale di Urbino, del 1511, si constata che "in ogni castello sono artisti che fanno i loro mestieri, e per ci i contadini non frequentano pi la citt, potendosi provvedere sul posto delle cose necessarie". Alcune citt, cio le capitali, crescono di abitato e di popolazione; ma altre si arrestano. Qua e l, visibile ritorno ai borghi e ai campi e diminuzione di abitanti urbani. Crisi, certamente; ma crisi che ha i suoi lati benefici. Comunque, essa risponde, sotto taluni rapporti, alla politica dei Governi, rivolta appunto a mettere in maggior valore il mondo rurale, ravvicinar citt e campagna, deviare verso le attivit economiche gli spiriti ancora riscaldati dalla politica, smorzare il fuoco delle passioni di parte che erano specialmente il retaggio dei ceti superiori e della borghesia cittadina.
Si guardi, anche in rapporto a questa Italia meno urbana e pi rurale, la cultura del tempo: una cultura pi equilibrata e serena, pi umana e universale, prodotto di gente che esce da tutte le classi e da tutti gli ambienti. Un nome solo fra i molti: Leon Battista Alberti, toscano di origine, veneziano di nascita, italiano di vita e di lavoro. t uomo di lettere, domina da gran signore la cultura classica e maneggia con tutta sicurezza il volgare, dandogli virt di esprimere ogni pensiero. Costruisce il tempio malatestiano di Rimini, Sant'Andrea di Mantova, la facciata di S. Maria Novella, il palazzo Rucellai di Firenze. Si approfondisce nella fisica e nella matematica e costruisce macchine per lo studio dei fatti fisici e naturali. Mente universale, dunque; della nuova universalit non pi medievale ma moderna, cio tutta aderenze col vasto mondo degli uomini e della natura. Ma qui vogliamo notare quale spirito sereno ed equilibrato egli fosse, vlto tutto ai nuovi problemi della scienza, innamorato dei campi, un po' epicureo nel buon senso della parola, contemplatore e idoleggiatore delle belle forme, disposto a considerar cosa divina o quasi divina ogni opera umana e sentirsi esso stesso sollevato in una atmosfera divina, nell'atto di interrogare e penetrare i fatti della natura. "E parmi fra gli Iddii, quando investigo e ritrovo il sito e forze de' cieli e suoi pianeti". Massima felicit, "fuggito lo strepito e fastidio della ,plebe, in solitudine parlarsi con la natura maestra di tante meraviglie, seco disputando della ragione, cagione, modo e ordine di sue perfettissime e ottime opere, riconoscendo e lodando il padre e procreatore di tanti beni". Cos nel "Teogonio o Della vita civile e rusticana", una delle molte opere sue: "Il governo della famiglia", "Cena di famiglia", "Piacevolezze matematiche", "Dell'architettura", "Intercenali", "Egloghe", "Elegie", "Dialoghi della tranquillit dell'animo" eccetera.
Vien fatto di pensare che l'Italia delle citt e delle passioni divampanti attorno ai mille campanili grandi come un mondo, tra famiglie e individui che troppo si serrano gli uni addosso agli altri, ora distenda le membra e gli animi, apra pi tranquillamente gli occhi su le cose tutte, sorrida di molte vicende con amabile scetticismo, si indugi ad assaporare con pi gusto gli aromi della vita. Anche la ricchezza  pregiata in altro modo. Non tanto smania di accumulare, vivendo sobriamente, come nel mercante agiato del '300; ma piuttosto desiderio di spendere, di bene spendere: belle vesti, bella casa, begli arredi, generosit con gli amici e col popolo, riputazione di larghezza fra i concittadini, volont di emergere in questo modo, laddove altri modi di emergere non sono pi possibili. Si mette mano a costruir palazzi privati che tu crederesti, osserva con accento di cristiano corruccio un fiorentino del '40, davanti all'alta mole di Jacopo Pitti, debbano servire per dimora eterna. Maestosi e adorni portali che sono quasi archi di trionfo, grandi colonnati interni, logge ariose, giardini, abbellimenti di ogni genere, arte e lusso fusi insieme, la piccola arte a fianco ed a compimento della grande arte, per opera di artigiani che sono anche artisti: ferri battuti, specialmente in Toscana e in Lombardia; belle maioliche e stoviglie di armonica linea e di splendidi colori metallici, quali nessun paese del mondo dava, come davano Marche e Umbria, patria di elezione del pavese Pietro Andreoli, regno di mastro Giorgio suo figliuolo, che fu principe dei ceramisti oltre che pittore e scultore, signore dei colori, oro azzurro perla, fondatore di una scuola famosa. E poi, il codice miniato, con un'arte che, prima dominata da influssi bizantini, tedeschi, francesi eccetera, ora ha in ogni regione italiana proprie scuole e squisiti artefici e opere di grande fama, come la Bibbia Estense e la Bibbia di Urbino; il libro dalla ricca rilegatura di cuoio bulinato; la scultura in legno per adornar porte e sedie e cassapanche; lavori in bronzo; giuochi e liuti; pietre dure incise; monete artistiche e medaglie battute o fuse, trine e ricami in cui una nuova decorazione prende il posto di quella di ispirazione orientale invalsa sino allora; broccati e tessuti in oro che sono opera d'arte anche essi. $ una passione che trascina anche la vecchia e rozza aristocrazia baronale. E noi vediamo, nella semideserta regione attorno a Roma, un Napoleone Orsini, gran signore dal mare al lago di Fucino, iniziare, nel 1470 circa, la trasformazione della vetusta rocca di Bracciano, gi dei Vico, in una magnifica dimora che concilia le esigenze militari con quelle estetiche ed ha, vista dal di fuori, il carattere di formidabile fortezza; dentro, eleganti sale, affrescate da artisti come Pisanello e adorne di tutta la minuta decorazione scolpita o incisa o plasmata o fusa che serve ad integrare armonicamente la grande arte.
Col maggiore equilibrio sociale, anche un altro progresso, nell'Italia del '400: maggiore unit spirituale, costituita dalla cultura sempre pi omogenea e, in un certo senso, nazionale.... La societ umanistica, ad esempio,  una dalle Alpi al Ionio,  italiana e non toscana o lombarda, e tanto meno fiorentina o milanese. Le dnno coerenza una comune passione ed un comune riconoscimento dei valori dell'arte e del sapere, una comune esaltazione di Roma e dei suoi non umani ma divini eroi, come gi l'Alighieri aveva pensato e detto. Si esprime, attraverso la cultura umanistica e l'esaltazione di Roma, certo sentimento nazionale che si concilia con la filosofia epicurea e la vita randagia e il cosmopolitismo intellettuale. Anche quando usino il volgare, essi rigettano le forme locali e dialettali e creano un volgare latineggiante ed aulico che  la lingua del tempo, di cui i documenti pi perfetti saranno il Galateo di mons. Della Casa e il Cortigiano di Baldassarre Castiglione, dove appare questo linguaggio un po' artificioso si e modellato sull'antico, ma comune, il linguaggio appunto delle classi colte italiane a cui quei libri sono destinati e di cui essi rispecchiano il raffinato costume. Quegli uomini hanno davanti agli occhi tutta la penisola, che essi conoscono per averla percorsa tutta o gran parte e in cui vedono quella stessa Italia che Roma aveva unificato e individuato nel mondo. Ed ha qualche significato se dalla penna di un umanista, che era per di pi un nobile cuore, Biondo Flavio, esce quell'Italia illustrata che  il primo tentativo di presentare tutta la penisola nei suoi elementi fisici e nei suoi elementi storici, anzi in questi pi che in quelli, proponendosi egli non tanto una descrizione dell'Italia "quanto un catalogo dei suoi uomini illustri ed un sommario di non piccola parte delle sue storie". E di poco anteriori o posteriori sono Leonardo Bruni, nella cui storia di Firenze entra quasi tutta la storia degli Stati italiani; e Machiavelli, che nei "Decennali" scrive la "cronaca delle fatiche d'Italia di dieci anni" e, messosi poi anche lui a narrar di Firenze e quel tanto delle vicende italiane che era necessario per la intelligenza della sua citt, vien trascinato dalla materia, che era una, e ci d, sotto nome di "Storie fiorentine", la storia medievale d'Italia. Finch, col Guicciardini, una "Storia d'Italia" vera e propria: anche nel titolo.


2. - FIRENZE E VENEZIA, ROMA E MILANO.

Grande centro di irradiazione, dopo che linguistico e letterario, anche artistico, Firenze: e perci, grande artefice di questa unit morale. Firenze giunge alla Lombardia, dove lavorano Antonio Averlino e Michelozzo. Giunge al Veneto, per mezzo di Donatello e delle sue mirabili opere in S. Antonio, del suo Gattamelata fuso in bronzo, della sua bottega: donde, poi, una scuola padovana che acquista propria personalit e larga rinomanza ed ha, nel Mantegna, un maestro di realismo, di finezza, di vigore. Giunge a Napoli che, dalla fine del '300 alla fine del '400, , quanto a scoltura, un'altra Firenze: Andrea da Firenze, Ghilberti, Donatello, Michelozzo, Verrocchio eccetera, a non contare qualche pisano, qualche senese, ed i marmorari del Lazio. Dopo un secolo di gotico, la nuova arte architettonica che abbandona il sovraccarico ornamentale, erige i grandi colonnati a s, rimette in onore le linee piane e curve, riconduce tutto a solida semplicit, insomma si riattacca all'arte romanica e classica, all'arte di Sant'Ambrogio e di San Zeno, ai duomi di Pisa e di Lucca, al divino Monreale; la nuova arte architettonica , essenzialmente, fiorentina. Brunellesco, orafo, scultore, architetto, "donato dal cielo per dare nuova forma alla architettura" (Vasari), d l'esempio della cupola, col suo grande sviluppo verticale; l'Alberti e il Rossellino creano il palazzo Rucellai che segna la fine del palazzo-fortezza; Michelozzo, il palazzo Riccardi, per Cosimo de Medici, e il cortile di Palazzo Vecchio; Benedetto da Maiano, palazzo Strozzi, commessogli da Filippo Strozzi, per la gloria sua e dei suoi, in Italia e fuori; l'Alberti, o forse anche Rossellino, il palazzo Venezia a Roma, che  sobriet, compostezza, eleganza, riposo dell'occhio.... E sorge, sempre a Firenze, la grande pittura quattrocentesca: Masaccio, Andrea del Castagno, il Botticelli, Beato Angelico, Benozzo Gozzoli, i due Lippi, il Ghirlandaio eccetera E pure da Firenze, parte una moda italiana, che si serve di stoffe di lusso fiorentine, opera d'arte esse stesse e degne di essere eternate dall'arte, accanto alle belle donne che se ne adornano.
La penisola  tutta permeata di questi influssi, tutta tratta nel cerchio di questa cultura. Piccoli centri remoti escono dal loro isolamento: ad esempio, Urbino, nel cuore della montagna marchigiana, patria e dominio di quel Federico da Montefeltro che spendeva, in abbellirla, arricchirla di libri e di opere d'arte, farla richiamo di gente colta, i denari guadagnati nella condotta delle guerre. Il Piemonte, all'estremo confine e pi francese che italiano, comincia a volgersi, intellettualmente, verso l'Italia. La Sicilia e il Sud aprono le porte al volgare, ormai vittorioso dei dialetti; e se ne servono anche per la redazione di Statuti municipali. Offrono, in cambio, Antonio Beccadelli palermitano, Giorgio Aurispa, Lucio Marineo, Giovanni Marrasio, Pietro Ranzano, Pomponio Leto eccetera: a non contare l'umbro Giovanni Pontano, quasi napolitanizzatosi al servizio degli Aragonesi, poeta, filosofo, oratore, attivissimo negoziatore politico, precettore di principi, ministro di due Re. Il Veneto ha in Venezia, Padova, Verona, i suoi centri di studi classici; la sua Universit, ormai pi ricercata di Bologna, come pi ricercati sono gli studi in cui essa eccelle; la sua scuola di Guarino veronese, diffonditore di un indirizzo pedagogico-umanistico che vant carattere proprio e fama nazionale e internazionale. Da segnalare, poi, la funzione di Venezia, prima che di Firenze, nello sviluppo dell'ellenismo in Italia. Da essa ebbero aiuto il Guarino, nel suo viaggio di Costantinopoli; il Filelfo e Ciriaco d'Ancona, nel viaggio di Grecia. E molto materiale librario fu raccolto e salvato per opera loro, che altrimenti sarebbe stato travolto dalla invasione turca. Come era lo scalo dei Greci provenienti dall'Oriente, cos Venezia divenne la maggiore via d'accesso della lingua e della cultura greca in Italia. Specialmente ospitale fu dopo il 1453. Alcuni di quei dotti essa fece suoi cittadini: come Giorgio da Trebisonda e quel cardinal Bessarione che in Venezia vide quasi una Bisanzio italiana.... Nel secolo che la Repubblica pose fermo dominio in terraferma e intrecci guerre e alleanze con Milanesi ed Estensi, con Napoli e Santa Sede, essa si fece italiana anche per questo suo entrar nel cerchio della vita intellettuale che ferveva oltre l'Adda ed oltre Po. Sul finire del '400, alla nuova cultura Venezia diede anche la mirabile attrezzatura delle sue officine tipografiche, le maggiori d'Italia. E' il regno di Aldo Manuzio il Vecchio, uomo di lettere e d'azione, in perfetta rispondenza col carattere della sua citt. Aggiungi i nuovi e pi intimi contatti che, auspice Venezia, la Dalmazia riprende con l'Italia. Non erano mai cessati del tutto. E fra le citt marchigiane e pugliesi da una parte, le citt dalmate dall'altra, si era da secoli tessuta una sottile trama di rapporti commerciali e di trattati di concittadinanza e "fraternit". Ora, l'arte rafforza e suggella nobilmente questi rapporti. In Dalmazia fiorisce, nel Quindicesimo secolo, una scuola di artisti, detti "Schiavoni", che vengono a lavorare su l'opposta sponda, specialmente a Venezia: Giorgio da Sebenico, scultore e architetto che molto si indugi anche nelle Marche e mor in Ancona (1475), Martino e Filippo da Laurana, zaratini, scolari di Giorgio. E poi, Luciano e Francesco, figli di Martino da Laurana: Luciano, grande costruttore di fortezze marchigiane, fra cui la rocca sforzesca di Pesaro e il palazzo ducale d'Urbino; Francesco, scultore, che attese al duomo di Genova, all'arco aragonese di Napoli, a chiese siciliane.
E Roma? Poco connessa intellettualmente col resto della penisola sino allora, perch troppo fiacca vi era la vita intellettuale, come ogni vita sociale; ora Roma diventa luogo di raccolta di umanisti ed uomini d'arte da ogni regione attorno. L'umanesimo, che  la manifestazione caratteristica della cultura italiana, ora espugna anche questa terra murata, ha la protezione di due Pontefici e fornisce alla Curia una pleiade di rappresentanti suoi, grecisti e latinisti, famosi magari per letterarie turpitudini e per volgari pettegolezzi, per la critica alla Donazione di Costantino e per il loro spirito mondano. In Roma, essi trovano - somma attrattiva per essi! - una libert straordinaria, quale forse nessun altro luogo avrebbe potuto offrire: libert che caratterizza assai bene l'ambiente curialista del secondo quattrocento, piuttosto inconsapevole dell'intrinseco spirito di quella cultura ed ancora lontano dal rigorismo del secolo successivo, quando contro tutti quei letterati, soliti "a dir male del cielo, della terra, dell'abisso", si rizzer l'"Indice". Il Papato si allontanava cos dallo spirito di altri popoli, non ben disposti verso la cultura umanistica, per lo meno in quanto essa portava impronta italiana e romana. E quei popoli, poi, lo ripudieranno: anche per questo. Ma il Papato compieva il suo ravvicinamento all'Italia, dopo avervi ristabilito la sua sede. Era tratto nel moto generale degli Italiani. I quali tendevano a nazionalizzare il Papato, come le altre nazioni la loro Chiesa. Dopo Niccol Quarto, Pio Secondo, Sisto Quarto, Roma diventa veramente citt italiana, la citt italiana per eccellenza. I nuovi Papi, oriundi di Siena, di Venezia, di Liguria, di Firenze, instradano i loro parenti e concittadini verso Roma. Tutti i principi italiani sono attivamente presenti, qui, per promuovere i loro interessi a mezzo del Pontificato. Alti uffici in Curia e cappelli cardinalizi dnno nuovo lustro e potenza a Piccolomini e Barbo e Riario e Cybo e Della Rovere e Medici e Sforza.... Quando, nel 1487, Maddalena, figlia di Lorenzo il Magnifico, sposa Franceschetto Cybo, figlio di Innocenzo Ottavo, si ha il primo approccio mediceo al Papato. Qualche mese dopo, Giovanni de' Medici ottiene il cardinalato, coronando le vive ambizioni del padre Lorenzo e molto rallegrando i mercanti e banchieri suoi concittadini. Il Papato, cessando di essere un appannaggio delle famiglie romane, come era stato sino al trasferimento in Francia; cessando di essere francese e spagnuolo e d'altra gente, come era stato durante l'esilio e lo scisma, diventa ora italiano: anche in virt dell'umanesimo di cui si circonda, delle opere d'arte che chiede a tutti i maggiori artisti della penisola.
Questi cercano Roma come, in altri tempi, la aveva cercata il pellegrino salmodiante. Solo che, ora, occhi bene aperti su i monumenti, squadra e compasso in mano. L'ammirazione ed il rispetto per i segni materiali dell'antichit erano in Roma riapparsi al tempo di Cola di Rienzo e, prima ancora, di Arnaldo, quando il risorto Comune aveva voluto che cessasse lo scempio delle grandi moli, che fosse riconosciuto l'"honor publicus urbis" a protezione dei monumenti, che la Colonna Traiana, contesa in giudizio da privati, rimanesse "ad honorem totius populi romani integra et incorrupta, dum mundus duret". Ora, quell'ammirazione e quel rispetto diventano illuminata religione. Non che proprio cessi la rovina e dispersione, per opera di incettatori di marmi e colonne; ma Roma si riempie di belli edifici, in cui l'antico rivive nuova vita. Ricordiamone un solo: il palazzo Venezia, nudrito di molte pietre del Colosseo, voluto da Pietro Barbo, cardinale veneziano. Ma il grande costruttore, l'"urbis restaurator", l'"urbis renovator",  specialmente Sisto Quarto, con i suoi parenti Riario e Della Rovere. Egli segna il culmine dell'attivit artistica romana o, meglio, italiana in Roma: anche in fatto di monumenti sepolcrali, ove la scoltura del Rinascimento fa le sue prime prove. E poi, mura e ponti e ospedali e Chiese restaurati o costruiti; Santa Maria del Popolo, Santa Maria della Pace, la Cappella vaticana o sistina eccetera Lavorano a Roma, per lui, Mino da Fiesole, l'Albero, Giovanni da Trau, Graziadei, Giovanni dei Dolci, il Verrocchio, il Pollaiuolo, il Bregno, Luigi Capponi eccetera eccetera, toscani, lombardi, dalmati, ed una folla di incisori, orefici, intagliatori, specialmente pittori: Melozzo da Forl, il Ghirlandario, Sandro Botticelli, il Perugino, il Pinturicchio, Luca Signorelli, Cosimo Roselli, Pietro di Cosimo, Il Beato Angelico, il Mantegna, ceduto al Papa dai Gonzaga. Cresciuti nella pratica degli stili e delle scuole locali, essi fanno qui un tuffo nell'universalit. Ma, nel tempo stesso, dalla Roma medievale e papale, dalla Roma "romana", la Roma moderna, creatura dello spirito italiano. Con Roma, ricevon impulso a costruire anche Perugia, Civitavecchia, Orvieto, Viterbo, Assisi, Forli, altre citt dello Stato ecclesiastico. E' l'epoca che le citt maggiori e medie di tutta Italia assumono quel carattere di vere citt, e, spesso, quell'aspetto monumentale che poi le distingue. Si abbellisce Napoli, sotto gli Aragonesi; Rimini, con i Malatesta, vede sorgere il suo mirabile Tempio. Bologna richiama, al tempo di Sante Bentivoglio, pittori dall'Emilia, architetti dal Veneto e dalla Lombardia, scultori dalla Toscana; e vanta, fra gli altri, il magnifico palazzo del conte della Porretta, poi Bevilacqua. Milano diventa la maggiore citt come popolazione e lavoro, gareggia con Venezia e con Roma quanto a edifici monumentali. Al suo rinnovamento edilizio dnno impulso grande Filarete e Bramante, secondo i nuovi ideali architettonici, ormai vittoriosi anche qui, dopo che, sul finire del '300, i maestri italiani avevano cacciato dalla fabbrica del Duomo i maestri francesi e tedeschi, ideatori e costruttori, all'uso "gotico", della grande chiesa.
Guardiamola un momento questa citt, forse la maggiore del suo tempo, sul declinare del Quindicesimo secolo. Essa conta 300000 abitanti, fra cui molti raccoltisi qui da ogni regione padana e italiana attorno al nucleo originario, molte volte disperso dalle procelle ed altrettante volte ricompostosi ostinatamente. A Milano sono artieri "pi che in citt de' Cristiani", come osserva un oratore veneto, dediti a lavori che vanno in tutto il mondo, in virt della grande divisione e perfezione dei processi tecnici: velluti, arazzi, ricami, ferri battuti, fustagni, oreficeria eccetera A non contare l'industria delle armi, per la quale "ditta citt sempre vora guerra, per dar spazamento a le robe sue". Ed in mezzo ad una nobilt fastosa e spendereccia, una Corte di larga rinomanza, certo la maggiore d'Italia. Presso il Signore, grande ricchezza di vesti, di oreficerie, di gemme, quali "cercando tutta Italia non harei creduto se ne fusi trovato la terza parte"; e nobili, belle, intellettuali donne, arbitre d'eleganza, una delle quali, Cecilia Gallerani, "gran lume della lingua italiana", ed un'altra, Isabella Gongaza, "fonte et origine di tutte le belle fogie d'Italia"; ed uomini d'arme che ragionano dell'"arte del soldo", storici, umanisti e poeti, architetti e pittori, fisici e astronomi o molte di queste cose insieme, cio "eccellentissimi in tutte le arti e scienze" (Corio). Si sollevano dei capo e delle spalle, su gli altri, Bramante da Urbino e Leonardo da Vinci, a cui la povert aveva egualmente fatta grama ma austera la giovinezza, egualmente artisti e cercatori delle ragioni dell'arte e delle cose tutte, egualmente universali di ingegno.
Erano giunti a Milano, Bramante verso il 1474, Leonardo nel 1481, dopo lasciata a mezzo, secondo il costume suo, quella grande "Adorazione dei Magi" che , a detta del Vasari, "tutta moto e fiato" e che fa epoca nella evoluzione dell'arte leonardesca e dell'arte in genere. Ha un potente senso della vita, libert interiore senza limiti, fiducia non nella fortuna ma nella virt della fatica, amore di rinomanza. Indifferente alla politica, indifferente anche ai problemi morali, la sua vita si svolge tutta nella sfera del pensiero e dell'arte. E' orami al culmine non del fare ma del poter fare, dopo gli anni trascorsi a Firenze che  pur sempre la patria spirituale di Leonardo, anche se egli, a differenza ciel pi giovane e pi fortunato Michelangelo, col quale, perci, non si intender mai, vada assai oltre il cerchio della tradizione fiorentina, ormai alquanto ferma, come ferma  tutta la citt. E la nuova patria d a lui qualche impulso e suggestione
nuova, mezzi materiali forse meno ristretti per tentare e, qualche volta, compiere. Esso, pittore del "Cenacolo", l'opera pi espressiva dell'intimo di questo artista che era grande sognatore, che scrutava la natura nei suoi pi oscuri atteggiamenti, amava le cose un po' perdute nella lontananza, i contorni sfumati o le ombre che velano di mistero. Esso, ritrattista e fantasioso decoratore a intrecci e annodamenti di rami e foglie, costruttore di rocche sforzesche e consigliere per la Fabbrica del Duomo, ideatore di spettacoli e feste, come quella del "Paradiso" in Castello, per le nozze Sforza-Aragona. Ed ora immerso in sottili e gravi dispute con i suoi amici e quasi fratelli spirituali, come il matematico e astronomo Luca Pacioli di Borgo San Sepolcro; ora piacevole narratore a Corte e "maestro d'ogni eleganza", col fascino di una persona e di un viso ancora bellissimo e sereno, anche se precocemente invecchiato; ora raccolto in silenzioso disdegno, tra la folla dei cortigiani petulanti, o appartato nella cara solitudine meditativa; ora ozioso per i sobborghi, a caccia di figure singolari e grottesche che poi fissava rapidamente su la carta.... Ma pensiero dominante, visione ostinata davanti ai suoi occhi, un grande cavallo di bronzo da gittare per la statua equestre di Francesco Sforza, secondo l'esempio del suo maestro Verrocchio, presso cui il padre lo aveva, diciassettenne, messo a bottega. E forse non per altro si era indotto a cambiar Firenze per Milano, quando Galeazzo Maria aveva pensato di onorare cos il glorioso padre e fatto ricerche in Toscana ed a Roma di un artefice capace. E intanto, disegnava canali, perfezionava il sistema delle conche per vincere i dislivelli delle vie d'acqua, si provava a bonificar paludi, progettava nuove e razionali citt, ideava macchine di ogni genere, ali per volare e propulsore ad elica, mitragliera automatica e girarrosto, camera oscura e scafandro da palombaro: fervido lavorio di cui ci lasci le traccie in quel "Codice" atlantico, ove fantasie e immagini sono fissate in centinaia di schizzi sommari ma di mirabile evidenza ed efficacia.
Nell'ambiente milanese del tempo, Leonardo  figura rappresentativa. Possa anche il suo spirito essere stato essenzialmente di artista e le sue ideazioni scientifiche aver avuto radice nella sua fantasia, nella sua immaginazione, nella sua virt intuitiva; tuttavia egli, a Milano, bene personifica quella che gi allora comincia ad apparire tendenza visibilissima della cultura italiana e lombarda: la tendenza all'indagine scientifica. Fra il Quindicesimo e il Sedicesimo secolo,  difficile trovare altrove, in Italia e fuori, una accolta di uomini intenti a problemi di scienza e di applicazioni pratiche della scienza, come quella che si form allora attorno a Ludovico Sforza. Oltre Leonardo e Bramante e Luca Pacioli, Fazio Cardano, padre del pi famoso e grande Girolamo, ma originalissimo ed enciclopedico uomo esso pure, specialmente versato nella geometria euclidea; Giovanni Marliani milanese, matematico medico astronomo dei pi grandi nel '400, coi figli Girolamo e Pier Antonio; Pietro Monti, anche esso di Milano, ingegnere militare dalla vita avventurosa, oltre che, pi tardi... filosofo antiluterano; Giacomo Andrea da Ferrara, tutto dedito a osservare e speculare fenomeni di ogni genere, decapitato poi e squartato dai Francesi, nel castello di Milano, il maggio 1500; Piattino Piatti ed Andrea da Imola, astronomi; Marcantonio della Torre, veronese, eccellente anatomico eccetera; quasi tutti legati da relazioni personali e da comuni interessi spirituali e da mutui influssi. Hanno la fiducia, anzi la fede nell'azione, nella vittoria dell'uomo su la natura, nella possibilit di impadronirsi e servirsi delle sue misteriose forze. E' la scienza della natura, autonoma, che qui pianta le prime valide radici....


3. - L'ITALIA POLITICA ALLA FINE DEL '400.

Tutto questo illumina di viva luce la societ italiana dell'ultimo '400. Alla quale, certo, spetta un grande posto nella formazione dello spirito moderno. Ma l'Italia politica non attinge molto di unit, di compattezza, di forza da questa omogeneit di cultura e vigore di menti. Non solo il processo di assorbimento degli Stati minori da parte dei maggiori si  quasi del tutto arrestato, e gli sforzi per emergere e soverchiarsi l'un l'altro sono vani, e le alleanze si mostrano sterili di frutti; ma anche i singoli Stati di per s vanno avanti con grandi difficolt e lentezza, nell'opera di assestamento interno. Si direbbe che l'arresto nell'accrescimento territoriale si rifletta anche sul crescere interno. Certo, gli ostacoli sono grandi. In nessun luogo, esistono tante tradizioni municipali e tradizioni imperiali, cio particolarismo locale e universalismo, egualmente difficili a conciliare con lo Stato nazionale o anche territoriale, quanto in Italia. In nessun luogo, tanta frammentariet di vita sociale, tanto mutevole vicenda di dinastie, tanta tumultuariet di costruzione, tanto lavoro affidato solo all'individuale capacit di singoli e quindi esposto a tutte le fortune dei singoli. Di cemento che tenesse unite, entro quei determinati limiti, le popolazioni raccolte sotto un solo Signore non v'era gran che, al di fuori del Signore stesso. Il quale, personalmente, poteva anche essere pari al suo compito. Ma attorno a lui, non quel senso di certezza e fermezza che  dato dalla legittimit; non quel religioso rispetto che, anche nei secoli di maggiore impotenza, aveva circondato e riscaldato i Re di antica origine, investiti da Dio. Nelle case di principi italiani, manca ancora un sicuro ordine di successione, anche per la irregolarit della vita familiare, che moltiplica, accanto e mescolati ai legittimi, i figli illegittimi. Sempre piccola, in fondo, la distanza tra la famiglia del Signore e altre potenti famiglie, fino a ieri rivali e solo da poco soverchiate nella gara. La vecchia nobilt, sia pure assottigliata e corrosa, non  affatto doma: ed appena un appoggio esterno si presenta o si svigorisce la mano che dall'alto la tiene ferma, ecco che l'antico spirito eslege rompe nuovamente l'argine. Ne far qualche esperienza Francesco Guicciardini, al principio del '500, governando, per il Papa, Emilia e Romagna. Peggio ancora, o non meglio, nel Regno di Napoli e nelle terre papali dell'Italia centrale. Nel Regno, il baronato, sempre a caccia di feudi e di titoli, conserva la vecchia abitudine di considerare ogni mutamento di dinastia come un mezzo di sottrarsi ai pesi ed aumentare i titoli e feudi. La sua potenza politica, nel governo dello Stato,  scemata; ma  cresciuta la sua autorit sui vassalli. E tutte le volte che ha bisogno, trova aiuti fuori del territorio: in famiglie del baronato romano, che hanno feudi anche nel Regno; e nel Papa stesso, che un po' teme le velleit di ingrandimento di quei Re, un po' vuol tenerli sempre alla sua doppia legge, ecclesiastica e feudale. Altrove, le Monarchie sono riuscite o son vicine a dar l'ultimo colpo alle grandi famiglie: dopo di che, queste si avvicineranno a Corte, diventeranno una forza della Monarchia stessa. Ma qui le cose vanno diversamente. Il Re  troppo povero di forze, quando voglia non tener conto dei baroni. Ferdinando tenta ma non riesce a mutar la nobilt castellana in nobilt cortigiana. Solo altri Re, che dispongano di altre risorse proprie, potranno domarla, trarla dai suoi ben muniti rifugi, trasferirla alla capitale.
Anche le citt non sono terreno fermo, per il principe che le tiene sotto di s. Il nuovo ordine politico le ha, sotto molti rapporti, avvantaggiate: specialmente se si guarda ai ceti minori. Ma ancora si sentono estranee l'una all'altra; si fanno aspra concorrenza, data la similarit delle loro industrie; ancora sono aperte agli influssi delle grandi casate che hanno nel territorio circostante il loro centro; ancora la vecchia "libert", cio predominio della borghesia grassa, balena, ad ogni crisi della Signoria, ad ogni morte e successione di Signore, come un bene perduto e da riconquistare. Si vede, questo, nello stesso dominio visconteo-sforzesco, il meglio piantato d'Italia, alla morte di Filippo Maria Visconti e di Francesco Sforza. Anche in quanto non crea ostacoli al principato, la borghesia cittadina non lo sorregge. Deboli sono in essa gli ideali civili; o meglio, in crisi di trasformazione. Poich, scaduti, se non spenti, quelli che si imperniavano su lo Stato di citt e facevano della patria qualcosa di pi caro della vita, anzi dell'anima; non hanno ancora consistenza quelli che rispondano ai bisogni di Stati territoriali e, tanto meno, nazionali. Altrove, il senso della grande patria, sia pure vista attraverso il Re, comincia ad essere vivo ed operoso: da noi,  assai pi motivo letterario che non realt concreta. Fuori della letteratura, indifferenza largamente diffusa, certa disposizione ad acconciarsi con tutti i Governi, sentimento riverenziale per i potenti sovrani d'oltre monti. Quelli, si, sono Re! Della vita politica, del bene dello Stato, moltissima gente affatto si disinteressa. Ne  tenuta o se ne tiene lontana. Esso non  pi cosa sua, come una volta; e in quanto esso si impersona nel principe,  cosa estranea. Ancora imperfetto il processo di saldatura, di fusione, di identificazione, come pu essere anche solo in regime di assolutismo.
Aggiungi il gravissimo peso delle imposte; laddove nessuna grande esigenza, da tutti sentita, le giustificava, come poteva essere in quelle Monarchie che lottavano contro l'infedele o l'invasore straniero, Arabi, Inglesi, Turchi. Corti e Governi costosissimi erano i nostri, in via assoluta, ed ancor pi in rapporto al territorio e alla popolazione: grande lusso, favore ad artisti, opere di abbellimento, appannaggi e doti a figli e figlie innumerevoli, una politica che confidava pi nella forza dell'oro che non del ferro. Erano spese da grande Stato, imposte a piccoli Stati: ma cos esigevano la loro posizione centralissima in Europa, la rete fitta dei rapporti internazionali, l'animo di quei principi vlto a grandigia. Quindi, popolazioni gravatissime, contadini spolpati e sempre, pi o meno, in attesa di mutamento. Pochi mesi prima di morire, Filippo Maria Visconti, morso dagli scrupoli, chiedeva al confessore e ad una commissione di teologi se poteva un principe salvarsi, dopo aver tanto travagliato di balzelli i sudditi, i poveri, le chiese. E si sa che Francesco Sforza fece, negli ultimi tempi, spese e debiti da assorbir le entrate di molti anni successivi: donde rivolte di contadini, e signori pronti a profittarne. Sempre in miseria, poi, Ferdinando I di Napoli, pur avendo i sudditi carichi di gravezze. Insomma, il principe noi. ha organici nessi col mondo circostante, non ha basi solide sotto di s. Anche quando egli  forte, la sua forza  personale abilit o virt. "Il Moro  tutto, il resto  poco o niente u, riferisce di Ludovico Sforza l'ambasciatore estense.
Questa debolezza organica degli Stati italiani, che solo tempo e tranquillit avrebbero in parte potuto sanare, trovava chiara manifestazione negli ordini militari. Gente da trarne ottimi soldati abbondava, quasi in ogni regione; e rinomate erano le fanterie della montagna romagnola, delle Marche, di Lunigiana. Di condottieri, basta ricordare i Francesco Sforza, i Sigismondo e Pandolfo Malatesta, i Federico da Montefeltro, i Piccinino, i Fabrizio Colonna, i Bartolomeo Colleoni eccetera Eccellenti costruttori di fortezze, forse i primi del mondo, erano Luciano da Laurana nelle Marche, Bramante in Lombardia, Ciro da Urbino, Francesco Martini, che disegn e costru diecine di opere fortificatorie in tutta l'Italia centrale e scrisse un trattato di ingegneria civile e militare. Qualche Signore attende anche alle artiglierie e gli Sforza hanno fonditori famosi come l'Averlino, Gadio, Ceruto eccetera, a cui si debbono bombarde da 410 e 450, del peso di 8000 e pi chili, come quella Galeazzesca Vittoriosa che doveva servire contro Venezia e che molto colpi il giovane Leonardo. Fra qualche anno, ai pratici della guerra ed ai costruttori di fortezze si aggiungeranno anche i teorici e scrittori della guerra. Ma di forze militari vere e proprie, cio organizzazione militare dello Stato, da potervi contare, non se ne trovano, in generale. N era facile impresa crearle, in un paese dove la nobilt guerriera o era stata stroncata dai Comuni e dai Signori o era sospettata e sospettosa; dove il grande sviluppo dei centri urbani aveva tenuto lontani e ostili i contadini e creato il bisogno di disarmarli; dove infine ricchezza mercantile e cultura umanistica avevano fatto la borghesia ripugnante alle armi e dato la possibilit finanziaria e consigliato l'opportunit di ricorrere ai mercenari, ma non dato il prestigio necessario per farsi obbedire da essi.
In questo, i principati non valevano gran che pi delle superstiti Repubbliche. Ch anzi, Venezia, la maggiore di queste Repubbliche, superava assai, quanto a forza militare, desunta da una propria organizzazione di sudditi, il Regno di Napoli che  il pi antico ed il maggiore degli Stati italiani retti a monarchia. Il '300 e il '400 sono, in generale, epoche di progresso in fatto di ordini militari e di capacit militari delle Monarchie d'Europa. Ma il Regno di Napoli ne possiede, ora, meno che un secolo o due addietro. E' decaduta l'antica milizia, feudale o mercenaria; ma non  in crescere la nuova, mercenaria e nazionale insieme. Nel 1480, i Turchi, appoggiati alla base di Valona, assaltano Otranto e possono occuparla, metterla a sacco, rimanervi alcuni mesi. "Nel paese non era uno fante al mundo, n soldato, maxime in Otranto", riferiva il Commissario di Bari, feudo sforzesco, al duca Ludovico. I contadini e il popolo minuto, dopo la prima resistenza su le mura, si sbandano: "tristo chi se trova a subsidio et speranza de villani, maxime di questo paese che, giuro a Dio, non intesi n vidi mai li pi vili et disutili di questi". Un piccolo castello si d spontaneamente ai Turchi, solo chiedendo loro io anni di franchigia: ecco l'ideale, per queste, popolazioni. Il Re cerca uomini, ma non sa ove e come trovarli. Ha imposto una leva di 25 fanti ogni 100 fuochi; ma bisogna spingerli per forza.... Finalmente, si pu assediare e riprendere la citt.
Militarmente, un episodio. Ma diede, ad Italiani e forestieri, la sensazione che i Turchi fossero per metter piede su la penisola ed in essa potessero allargarsi per operazioni maggiori; ancor pi, che debole o nulla fosse la capacit difensiva del Regno e poco solida tutta la sua interna compagine. Bisogna provveder presto che Otranto sia ripresa, scriveva l'inviato estense da Napoli. Altrimenti, nessun dubbio che i Turchi "presto se ampliarano quanto vorano: "sapeti la natura del Reame"". E in verit, finanze in disordine. Debiti. Per trovar denari, gli Aragonesi debbon impegnare a banche fiorentine i gioielli della Corona e i manoscritti della biblioteca. La guerra di Ferrara, venuta sbito dopo quella per Otranto, aggrava il disagio. Taluni banchieri se ne vanno dal Regno, seminando discredito su quella Corte, gi ritenuta arbitra dell'Italia. Nuove tasse. "Se noi volessimo far pagare al Stato di Milano al modo de Napoli, ancor che si pagasse meno, non se ne comporteria", diceva il Moro. Ma anche laggi non da tutti si comporta. I baroni vedono nel fiscalismo del Re come una pi decisa volont di rovinarli, togliendo loro stato ed onori. Si sentono premuti, temono di doversi ridurre a semplici cittadini nelle proprie terre. Loro lamenti che il Re li abbia privati della libera disponibilit dei castelli e quindi anche dei mezzi per incutere timore ai vassalli, ottener da essi obbedienza, assicurarsi le entrate. E si danno a sobillare il popolo, sussurrando che, ribellandosi al Re, non avrebbe pi pagato tasse. Peggio ancora: congiurano anche alti funzionari ed intimi della Corte, come Antonello Petrucci e Francesco Coppola conte di Sarno, i due pi fraudolenti. E poi, il conte di Cerignola, Pietro Lallo Camponeschi conte di Montorio, Giovannantonio conte di Policastro, Pirro del Balzo duca di Altamura, il duca di Nard, il duca di Lauria, il duca di Melfi, il principe di Bisignano, Pietro di Guevara gran siniscalco, persino una donna di casa Sanseverino, la contessa Giovanna: taluni, di preesistente ceppo normanno, altri di sangue aragonese e venuti con re Alfonso, tutti possessori di castelli munitissimi, donde raramente si allontanavano per comparire al cospetto del Sovrano. E' loro vecchio costume di vivere e crescere dei malanni del Re: "fin che lo Re trover guerra et travagli, noi staremo bene et sicuri et in prosperitate", come suona frequentemente su la bocca di questi congiurati. Ed ora, appunto, il Re ha "guerra et travagli". Sono di nuovo in urto Ferdinando e la Corte di Roma, dopo che quello aveva risollevato con Innocenzo Ottavo la questione di Benevento, Pontecorvo e Terracina, che egli voleva annettere al Regno. Schermaglie, minacce, violazione di libert ecclesiastiche, aperta rottura, rifiuto del tributo solito, da presentare al Papa insieme con la chinea.
A questo punto, la congiura esplose, la guerra arse, dentro e fuori i confini. Il Papa aiutava i baroni. Aiutavano anche, dallo Stato romano, i Colonna ed i Savelli che avevano interessi e legami nel Regno. Il conte di Montorio faceva insorgere, a favore della Chiesa, la citt dell'Aquila, il maggior centro urbano della regione dopo Napoli, posto sopra una grande strada di comunicazione fra il Regno e lo Stato della Chiesa, "maximum totius regni neapolitani emporium", abitato da colonie di Veneziani, Milanesi, Fiorentini, Tedeschi. Roberto Sanseverino, ribelle al Re, era assunto a Gonfaloniere della Chiesa.... Si trovava egli a servizio dei Veneziani. Ed ai Veneziani, i baroni promettevano citt pugliesi, se mandavano aiuti. Pare che Re e baroni sollecitassero a gara perfino i Turchi.... Si misero invece dalla parte di Ferdinando Firenze e Milano; e intrigarono a Perugia, a Foligno, in Assisi, a Spoleto, a Todi, a Viterbo, per farle insorgere contro il Papa. Alfonso, duca di Calabria e figliuolo del Re, accampa sotto Roma. Che voglia fare un colpo decisivo? Certo, quei Re vedono nella Curia romana e nella sua politica temporalesca la radice di tutti i mali del Regno. "Da questa vittoria verr la nostra salvezza", scriveva re Ferdinando al figliuolo. Convinzione profonda che si elevava quasi a dottrina di generale valore. Lo spirito di Federico Secondo e di Pier delle Vigne tornava ad aleggiare su quella Corte. In Napoli, Lorenzo Valla aveva scritto il suo opuscolo contro la autenticit della donazione di Costantino. Giovanni Pontano, umanista anche esso e ministro del Re, se, come politico, fatto cauto da una esperienza ormai secolare, esortava il Re a tenersi amica la Curia, come filosofo era convinto che governare gli Stati competa ai principi, non al Papa, non ai preti.... Ma si venne a trattative. Si accordarono Papa e Re, il 12 agosto 1486, non ostante gli intrighi e le opposizioni dei Cardinali che diffidavano, della Corte aragonese. Trattarono il Re ed i baroni; ma, questi ultimi, tirando la pratica per le lunghe, in attesa del Sanseverino; e, quello, consapevole del segreto disegno dei suoi nemici, contrapponendo frode a frode. Fino a che, il 13 agosto, parecchi egli ne ebbe nelle mani, li process e condann, li fece in vario tempo e modo crudelmente uccidere, tolse ai loro eredi le signorie, diede pubblicit grande in tutte le Corti d'Italia e dell'estero ai documenti processuali. Pare che la paternit di siffatta politica spetti al vecchio Ferdinando: che era poi, inasprita, la vecchia politica dei Re di Napoli, tante volte avviata e tante volte interrotta e frustrata; era la politica del coevo Re Cattolico di Spagna e di Luigi Undicesimo, Re Cristianissimo. Epoca fatale ai baroni di gran parte d'Europa, travagliati e vinti da per tutto, osserva Camillo Porzio, lo storico della congiura napoletana. Ma i Re di Napoli ne raccolsero assai meno frutto che non altri principi. Nelle famiglie baronali, rimase un lievito di odio feroce. Speranze e voti che d'oltre mare o d'oltre monti venisse, contro il Re illegittimo e crudele, un vendicatore: le speranze ed i voti stessi che nel Dodicesimo secolo avevano incoraggiato ed agevolato, contro i Re normanni, la conquista sveva e nel Tredicesimo secolo, contro i Re svevi, la conquista angioina e francese.
Tutto questo, si risolveva in un invito, tacito o espresso, ai principi d'Europa pi vicini e pi interessanti alle cose d'Italia. Invito antico, veramente. Da oltre un secolo, cio da quando i nuovi Governi, non pi cittadini ma territoriali, fanno vera e propria politica estera fuori della penisola; da oltre un secolo, alle iniziative francesi o spagnuole o turche o ungheresi verso la penisola fa riscontro l'imprudente trescare degli Stati della penisola con i pi potenti principi d'oltre Alpe o d'oltre mare. Sperano averli per s contro il vicino o stornarli da s, aizzandoli contro il vicino. Confidano nel loro aiuto per salvarsi da altri o per soverchiare altri, laddove essi da soli non bastano. Incapaci a risolvere da s i loro problemi di vita o di potenza, nel crescente equilibrio delle forze italiane, attendono la spinta dalla solidariet di altri. Anche tali che si danno e ricevono lode di oppugnatori degli stranieri e custodi della indipendenza degli Italiani, agli stranieri ricorrono. Anche tali che del medievale Impero ormai si ridono, sollecitano l'Impero e gli ricordano i suoi diritti, quando dalla sua presenza attendano scampo da altro Stato italiano. Cos Filippo Maria Visconti, Firenze, Venezia, il Papa, tutti si volgono ad esso, durante la guerra che segui al 1426. Il Visconti si fa persino mediatore di pace tra Sigismondo imperatore e i Turchi, perch quello possa pi liberamente far la guerra contro Venezia: si accordi con Turchi e Boemi, scrive; si ricordi che la fortuna dell'Impero dipende dall'Italia; voglia all'Italia volgere "totam mentem, spiritum, animumque". Non col dominio della Boemia e dell'Oriente egli soggiogher l'Italia, ma con l'Italia soggiogher quelli all'Impero. Non permetta che i Veneziani si impadroniscano dell'Italia. E' qui, non presso i Turchi, la sua forza e la sua maest! Ed incarica il suo oratore Benedetto Folchi da Forli, presente al grave rovescio di Sigismondo sul basso Danubio nel 1427, di cooperare alle trattative che conchiudono nella tregua del '29: donde, poi, la pi energica ripresa della guerra turca contro Venezia, l'investimento e l'occupazione di Salonicco. Anche pi tardi, quando i Turchi sono veramente addosso all'Italia, quasi cercando le pi facili vie d'accesso, dal di dentro sono continui gli allettamenti. Ora, piccoli tirannelli improvvisati dello Stato della Chiesa, lungo l'Adriatico; che, per avere ragione del Papa, non trovano nulla di meglio del Gran Sultano: come i Boccolini di Osimo. Ora, i Genovesi o i Napoletani, per far dispetto a Venezia ed impegnarla lontano. Ora, Venezia stessa, per tener in soggezione il Re di Napoli, padrone delle bocche dell'Adriatico. L'impresa turca di Otranto non mancarono sospetti che i Veneziani la incoraggiassero. I Veneziani, si ripet e si riscrisse allora, pescano sempre nel torbido: "questo habiti per evangelio". Comunque, i fatti di Otranto dimostrarono quanto fossero divisi, anche in faccia ai Turchi, gli Stati italiani e quanto fosse difficile una loro collaborazione. Tutto si limit ad un cicaleccio diplomatico fra Milano, Roma, Firenze.
Ma specialmente si guarda verso la Francia, da tutti, pi o meno. E' il paese legato all'Italia da rapporti di ogni genere. Nessun altro principe  tanto invescato, da secoli, nelle cose della penisola, ed ha in mano tanti titoli di diritto e dimostra tanto manifeste aspirazioni. Renato d'Angi  sempre li, in attesa da gran tempo; ed il cardinale Baluc lavora in Curia per lui, dal 1485. Genova costituisce per l'Angioino centro di azione in Italia; e per Genova si imbarca, nel 1486, il cardinal Giuliano della Rovere, battagliero Papa futuro. Dalla Santa Sede si bussa a tutte le porte, in quei mesi di guerra napoletana, col nemico accampato a poche miglia da Roma: al Re d'Inghilterra, all'imperatore Federico, pare anche a Ferdinando ed Isabella di Spagna, che realmente si intromettono come pacieri tra la Curia e Napoli. Ma quale era l'antico asilo dei Papi quando in Italia pareva loro di essere sopraffatti dai nemici? All'ambasciatore Pandolfini di Firenze, Innocenzo Ottavo diceva: "I principi italiani non mi aiutano; anzi, sono pieni di riguardo per il Re di Napoli e nulla curano l'onore della S. Sede. Che posso far io da solo? Ho poche forze e baroni infedeli. Mi toccher rivolgermi agli stranieri. Finir con lo scomunicare il Re e andarmene fuori d'Italia, come gi altri Papi fecero...". Su terra di Francia, intanto, trovano scampo e speranze di riscossa molti esuli baroni napoletani, fedeli alle ormai secolari tradizioni francofile delle loro famiglie; e della Francia essi faranno, per circa un secolo, la loro base di operazioni contro il Governo spagnuolo, quasi la seconda patria. Anche signori milanesi attendono novit dalla parte di Francia, o prendono esuli la via di Francia, in odio al Moro, l'usurpatore. Il quale, tuttavia, o per muover a gelosia Massimiliano imperatore e averne il riconoscimento del ducato, o per distogliere il Re di Napoli dalle faccende del Milanese, tresca anche lui col nuovo sovrano di Francia, Carlo Ottavo, successore di quel Luigi Undicesimo che Francesco Sforza aveva aiutato di armi e di denaro e di consiglio, perch vincesse i suoi nemici interni e si consolidasse sul trono, contro la Lega del Pubblico Bene e contro Carlo il Temerario. Un tempo, fra Sforza di Milano ed Aragonesi di Napoli, v'era stata solidariet politica, suggellata da parentela. Ora, non pi, dopo che il Moro si era messo a scalzare il legittimo erede, Gian Galeazzo Sforza, marito di Isabella d'Aragona.
Anche Firenze, che egualmente aveva sostenuto l'Aragonese contro il Papa,  tutta Francia. Orientamento tradizionale! Non erano quei Re i successori di Carlo Magno che aveva ricostruito Firenze, distrutta da Totila e dagli Unni? Cos suonava il vecchio racconto succhiato col latte. Ed ora, avvalorava il racconto la storiografia umanistica, fra cui una Vita di Carlo Magno, scritta e dedicata a Luigi Undicesimo dal fiorentino Donato Acciaiuoli. Uomini politici, asceti, gente d'affari gravitavano in un modo o in un altro sopra Francia. Lorenzo il Magnifico, che pure aveva deprecato e deprecava interventi stranieri in Italia, nei momenti torbidi "dice cose da disperato", e che vuol ritirarsi in luogo ove per sei mesi non senta neppure nominar l'Italia, e che  lieto dei successi di Francia, e che "ancora spera veder esso Re signore di tutta Italia". E Girolamo Savonarola vede in Carlo il meritato castigo dei corrotti Fiorentini e degli Italiani, il Concilio che riformer la Chiesa. Ed i mercanti sentono che essi non possono staccarsi dalla Francia, contrariare Francia. Che avverrebbe dei capitali investiti in quel reame? Sono prigionieri della loro ricchezza! D'altra parte, la politica fiorentina  la politica di uno Stato commerciale, e nient'altro. Quei mercanti ricordano anche che una conquista francese, nel 1266, apr ai loro padri il commercio del Regno di Napoli. Ora quelle posizioni possono essere ancora riguadagnate. Cos, nel 1493, Giovanni Pontano, ministro aragonese, poteva scrivere al suo Re "L'Italia tutta  congiurata contro la potenza e lo Stato vostro". Ma poteva anche aggiungere: pi di tutti, nemici, i Fiorentini, "si per le cose hanno patite per le guerre fatte da vostro padre e da voi, s per esser de natura francesi...".
Non mancano in Italia, nel '400, uomini presaghi di quel che poteva nascere da questo continuo volgersi a stranieri e incoraggiarli. Qualche sincero fautore di pace e di equilibrio fra gli Stati della penisola vede, nella pace interna e nell'equilibrio, un mezzo, appunto, per non dare ad Italiani e stranieri pretesto di intrigare. Ma di solito, chi maneggiava la politica voleva risolvere giorno per giorno i suoi problemi e si serviva di tutti i mezzi per risolverli, dovunque li trovasse. Ed entrava cos, quasi senza accorgersene, nell'orbita delle pi grandi monarchie, come per un naturale fenomeno di gravitazione del pi piccolo e del pi instabile sul pi grande e sul pi fermo. Anche senza preciso disegno politico, tutti gli ambasciatori e agenti diplomatici di Napoli o Milano o Firenze o Venezia o di pi piccolo signore, si contendono a gara, nelle Corti straniere, l'amicizia di questo o quel Re o Imperatore; si diffamano a vicenda; largheggiano in lusinghe o doni per cattivarsi il favore o per placare le vere o simulate ire di principi e ministri; mettono davanti ai loro occhi il miraggio di una grande ricchezza e di una grande debolezza, insieme congiunte. Tutti gli Italiani che, nel corso del '400, si pongono a servizio della Corte o di grandi signori francesi, tedeschi, ungheresi, spagnuoli, inglesi, richiamano la loro attenzione su l'Italia, avvicinano essi all'Italia, ingrandiscono ai loro occhi l'Italia, come desiderabile e possibile preda. Uomini di lettere, soldati, navigatori guardano con insistenza ad altri principi e par che trovino in essi pi giustizia, pi grandezza, pi volont e possibilit di operare; e da essi sollecitano quel che invano hanno chiesto alle loro piccole patrie, impotenti o volte a tutt'altri pensieri. Cos Pietro Martire d'Angera, che si parte dall'Italia dove  divisione e discordia, dove le cose vanno di male in peggio, dove "non si trova di che sicuramente pascere l'ingegno", e va in Ispagna a servizio di quel Re, assiste alle sue imprese di guerra contro i Mori, si fa diplomatico e funzionario coloniale. Cos Cristoforo Colombo. Lasciata la sua terra di Liguria per il Portogallo, dove continuava l'ardore del navigare, tenuto desto dal lungo apostolato del principe Enrico e dai successi dell'esplorazione lungo le coste atlantiche, egli, come gi l'altro ligure Antonio da Noli, giunto al Capo Verde, si mescola qui alla vita dei piloti, dei mercanti, degli armatori, italiani o portoghesi, che battevano l'Oceano; legge Marco Polo, la Bibbia, qualche classico; ripete con Seneca la profezia: "tempo verr che l'Oceano romper il suo cerchio e una grande terra apparir e Tule non sar pi estrema contrada". Attorno al 148o, rimuginando idee suggeritegli da lettere del fiorentino Paolo Toscanelli al Re di Portogallo ed a lui stesso, Colombo concepisce il piano di una grande navigazione: verso Ponente, per toccare il Levante. E si fissa in questo proposito; e va in cerca di chiunque lo aiuti. Davanti ai suoi occhi balenano terre ricche di spezie, popoli da redimere a Cristo, tesori da volgere alla Crociata. Vuole essere fedele al suo nome, Cristoforo, "portatore di fede". Speranze di una et che volge a capitalismo ed  assetata di sapere; e fantasmi da errabondo cavaliere, quali avevano arriso anche al Poverello d'Assisi, si mescolano insieme. Intanto, Bartolomeo Diaz portoghese, sempre navigando verso sud, sempre cozzando con la prua contro la insuperabile barriera africana, oltre le foci del Congo, oltre la colonia di Benguela fondata da Giovanni Secondo, giunge finalmente all'estrema punta meridionale del continente, dando al suo Re la certezza di essere ormai su la strada marittima delle Indie.
Pi tardi, in tempi per essi ancora pi travagliati, la fantasia degli Italiani colorir di roseo gli ultimi decenni del '400: e si rimpianger la bravura dei capitani, la accortezza dei principi capaci di tessere trame di sottile fattura, la vita larga ed abbondante, lo splendore delle arti. Ma i contemporanei guardavano spesso con altri occhi. Alla fine del '400, pessimismo, largamente diffuso, senso di incertezza del presente, presagi tristi per il futuro. Erano uomini di cultura, che perci sentivano sempre pi prepotente il bisogno di rinchiudersi in quel mondo che da poco si era ad essi rivelato: come Pier Candido Decembrio che, a mezzo il Quindicesimo secolo, dopo aver servito la Repubblica ambrosiana, stanco e sfiduciato, chiedeva ad un amico lo conducesse fuori "ex his fluctibus in portum tranquillitatis". Erano uomini agitati da preoccupazioni morali e religiose e che lamentavano il dilagare di libri corruttori, di dottrine perverse, di cupidigia e fraudolenza, e vedevano nei Turchi minacciosi all'orizzonte una jattura meritata, uno strumento cieco di giustizia divina: come Enea Silvia Piccolomini, umanista esso stesso, o quel Girolamo Savonarola che, ritiratosi il 1475 nel convento di S. Domenico a Bologna, ai parenti abbandonati ed afflitti spiegava di "non poter pi patire la gran malitia de' cechati populi d'Italia". E pi tardi, a Firenze, egli impegner battaglia contro la elegante corruzione del clero e dei principi e si travaglier per una riforma che debba aver Firenze a centro e di l irraggiar attorno. "Per tutta Italia si sparger la fama di Firenze ed anderanne insino alli Turchi". Rinnovamento dell'Italia e rinnovamento della Chiesa....


4. - DECISIVI ACCADIMENTI EUROPEI.

Fatti decisivi si susseguirono rapidamente in Europa fra il 1470 e il 1490 circa, preparatori di altri avvenimenti di pi vasta portata e di pi immediato interesse per l'Italia. Repressa, per opera di re Giovanni Secondo d'Aragona, una sollevazione catalana, con centro a Barcellona, che Luigi Undicesimo aveva aiutato e Castigliani e Portoghesi incoraggiato; vinto dal principe Ferdinando d'Aragona il re Alfonso di Portogallo che voleva acquistar al suo regno Leon e Castiglia; conchiuso il matrimonio di Ferdinando con Isabella di Castiglia, si ebbero queste conseguenze che si unirono pi strettamente Aragona e Catalogna; che fu creato un saldo vincolo, prima dinastico poi costituzionale, tra Aragona e Castiglia; che si chiuse, per il vasto paese, l'ra delle ingerenze straniere, di Inghilterra o di Francia, le quali trovavano appiglio nelle condizioni dell'uno o dell'altro Regno iberico; che, infine, il centro di questa nuova Spagna avviata verso l'unit si colloc non vicino a l'Atlantico, non, come un momento parve possibile, nel Portogallo, ma vicino al Mediterraneo. Emergono, poi, in feconda collaborazione, due gagliarde personalit: Isabella di Castiglia, tutta fascino donnesco ed energia virile, purezza di vita domestica e senso politico; Ferdinando d'Aragona, tutto tenacia, occhiuta prudenza, simulazione e dissimulazione, insomma le qualit che aveva in lui affinato una vita trascorsa fra sommosse e violenze, intrighi ed insidie. Sono al lavoro. Nel 1476, per loro impulso, si ravviva la vecchia "Hermandad", cio federazione di provincie, citt, castelli, a difesa contro l'anarchia nobiliare, con vaste funzioni di giustizia, mezzi finanziari e militari notevoli. Essa demolisce castelli, frena col terrore i cavalieri dalla vita brigantesca, aiuta le forze parallele della Monarchia. E' in piena funzione l'alleanza Corona-borghesia, tanto verso la nobilt quanto verso la Chiesa e il Papato, cui si strappano concessioni notevoli. Ormai, nazionalizzato il clero e sottomesso a gran parte dei comuni pesi fiscali; ottenuto dalla S. Sede il gran maestrato dei ricchi Ordini cavallereschi di S. Jacopo, di Calatrava, di Alcantara; iniziata la persecuzione contro mori, ebrei, marrani, con futuro danno della economia spagnuola, ma con immediato vantaggio finanziario della Corona; istituita, col consenso del Papa, l'Inquisizione come tribunale religioso, ma dipendente quasi in tutto dall'autorit politica, e rivelatosi esso ben presto efficacissimo strumento, col suo primo grande inquisitore Tommaso di Torquemada (1483-99); il Re si trova a poter disporre di molte forze militari, finanziarie, morali. Una nazione ardente, guerriera, avventurosa. Spirito di indipendenza e di conquista, creato dalle guerre stesse, che erano state di liberazione e di espansione. Variet di attitudini e di risorse, nella feudale e aristocratica Castiglia o Aragona e nella vivace, borghese, navigatrice Catalogna; nei purissimi discendenti dei Visigoti cristiani e nell'irrequieto miscuglio arabo-ispano.
Ed ecco tutta una serie di imprese che, a giudizio poi del Machiavelli, distolgono i soggetti, specie i Grandi, dalle brighe interne e li tengono sempre in attesa di cose nuove e di vantaggi da realizzar fuori dei confini; cio le guerre contro il Regno di Granata, che si conchiudono con la conquista della capitale e la prigionia dell'ultimo Re, 1497. Gli Aragonesi avevano, dal 'zoo in poi, operato verso l'Italia e l'Oriente, Spostatosi ora il centro di gravit della penisola, la direttiva volge anche a sud. "Chi mai avrebbe creduto che il Galiziano, il feroce abitante delle Asturie, i rudi montanari dei Pirenei, uomini inclini alla violenza ed alla discordia per ogni piccolo motivo, si sarebbero mescolati insieme con piena pace, e non solo fra loro ma con quelli di Toledo e d'Andalusia e della Mancia, vivendo tutti concordi, parlando la medesima lingua, legati al una stessa legge sino a render l'immagine di una Repubblica come quella di Platone?". Cos Pietro Martire d'Angera, narrando l'assedio di Baza. E il suo pensiero andava, per forza di contrasti, all'Italia. La riscossa spagnuola era, in tal modo, compiuta. E i lontani nipoti dei guerrieri asturiani e pirenaici sfuggiti alla tremenda rotta, sul principio dell'Ottavo secolo, tornavano in vista del sonante Oceano, in vista dell'Africa, dalla quale ormai, per la profonda decadenza dei Berberi, essi non hanno pi nulla a temere; verso la quale, anzi, essi si mutano in conquistatori. Sbarrate le porte della penisola a quelli di fuori, la Spagna batte essa alle porte altrui, in tutte le direzioni. Lo stesso anno della presa di Granata, tre piccole caravelle spagnuole salpavano da Palos, prendendo direzione diversa da quella del portoghese Bartolomeo Diaz. Guidate da una mente incolta o ingombra di rottami quanto a coltura, ma capace di intuire e valutare con libert e prontezza i fatti del mondo fisico e riportare a leggi generali i particolari dati che l'osservazione forniva: guidate specialmente da una ferrea volont, da un coraggio intrepido, da una fede, quale solo poteva dare al grande pilota la coscienza di essere strumento della Divina Provvidenza; le tre piccole navi veleggiarono tre mesi, fra le tempeste degli elementi e le tempeste degli animi, presero finalmente terra sopra alcune isole, intravidero pi in l un continente vastissimo. Le Indie! come allora si cred. Comunque, la prima pietra di un Impero coloniale: il primo, con quello portoghese, dell'ra moderna.
Novit anche nel centro dell'Europa. Si era sfasciato il dominio borgognone: vittoria svizzera e vittoria francese insieme. Il Re borghese, Luigi Undicesimo, astuto e temporeggiatore e ricco di espedienti, aveva trionfato sul cavalleresco e bollente signore; l'uomo del suo tempo, su l'uomo che non bene si adeguava al suo tempo. Vi  conflitto per l'eredit borgognona, tra Corona di Francia ed Asburgo. Ma la parte pi cospicua va al Re di Francia. Il quale raccoglie o si prepara a raccogliere anche altre eredit, a spese di quella stessa aristocrazia del sangue che aveva avuto in Carlo il Temerario il suo membro pi potente e che ora  tutta colpita: l'eredit del duca di Berry, fratello del Re; quella di Provenza, Anjou e Maine; quella di Bretagna, in virt del matrimonio di Carlo Ottavo con la duchessa Anna. Tutto il territorio del Regno e ormai "domaine du roi", cio quasi patrimonio; ed il Regno ha raggiunto un alto grado di prestigio e di indipendenza, dai nemici interni oltre che dagli esterni. La nobilt  vinta o inquadrata nello Stato; Vescovi e borghesia sono col Re, barattando "libert" con altri pi concreti vantaggi; gli Stati Generali non attraversano pi la strada alle iniziative della Corona; il Consiglio regio maneggia esso gli affari pi importanti; il regime personale del sovrano ha ragione anche della burocrazia. La Francia appare un blocco di elementi omogenei come nessun altro paese d'Europa, con vive forze d'impulso: innanzi tutto, una dinastia desiderosa di grandezza e ricca di tradizioni, che possono mettere ogni impresa del Re e della nazione sotto la luce di interessi universali, come ai tempi di Carlo Magno o di Luigi il Santo. Ai suoi cenni, una folla di cadetti irrequieti che vogliono sfogo e che volentieri, come gli antenati del Undicesimo secolo, si metterebbero in nuove Crociate.
L'altra parte della eredit borgognona, cio i Paesi Bassi, agognatissimi anche dai Wittelsbach di Baviera, va a Massimiliano di Asburgo, marito della figliuola del morto duca Carlo. Il conflitto con Luigi Undicesimo si appiana con la pace di Arras, dicembre 1482. Fatto di capitale importanza questo acquisto, nelle mani della stessa famiglia che aveva l'Impero e tendeva a farne possesso ereditario! Poich gli Asburgo venivano sviluppandosi fuori della Germania, il loro ulteriore arricchirsi, ora, non promosse in nulla l'unit tedesca: come l'avrebbero promossa i Wittelsbach e la Baviera, se fossero essi prevalsi nella gara. Tuttavia, questo organismo politico che cresce al margine del germanesimo, fra Tedeschi e Slavi e Magiari e Italiani, a cavaliere di due penisole politicamente poco consistenti, ha grande peso nel destino dell'Europa. Gli Asburgo pare, ad un certo momento, che perdano terreno ad Oriente, mentre ne acquistano ad Occidente. Mattia Corvino di Ungheria li preme con forza e occupa la stessa loro capitale, Vienna. Ma con la morte di quel Re, risorge l'astro degli Asburgo. Nel 1486, gli Elettori fanno Massimiliano Re dei Romani. Lo stesso anno, scompare Alberto Achille di Brandeburgo, valoroso e astuto, che aveva tenuto testa a Papi e Imperatori e nutrito ambizioni di primato, a modo stesso dei Wittelsbach; anche esso, come l'Austria, rappresentante della nuova Germania d'Oriente, sorta su terre di conquista e di colonizzazione. E quella morte lascia pi libero il campo a Massimiliano.
Tutt'altra cosa da Ferdinando d'Aragona o da Luigi Undicesimo di Francia, il nuovo Re dei Romani. Ma anche esso ha una sua personalit ed assolve compiti importanti. E' da considerare anche esso un fondatore, come, nella stessa Austria, Rodolfo d'Asburgo nel '200 e Maria Teresa nel '200. Non grande senso politico e mediocre spirito pratico. Tuttavia, versatilit, cultura, passione per le armi, aspirazione di grandezza, fede di servire un interesse religioso e universale, cio difendere la Cristianit dai Turchi. Attorno a lui, uomini di cultura, tedeschi ed anche italiani, come gi attorno a Carlo Quarto, in Praga. E' in relazione con Corrado Peutinger, umanista e diplomatico, che da Augusta tutela gli interessi di Massimiliano e si riscalda per il carattere e per le tradizioni tedesche delle citt renane, in opposizione a chi ne affermava carattere e tradizioni francesi: "patriae ac nativi soli gentisque acerrimus assertor", come lo chiama il triestino ed italiano amico suo Pietro Bonomi, anche esso umanista e diplomatico di Massimiliano, nella prefazione al "De mirandis Germaniae antiquitatibus" del Peutinger (1504). Possiede Austria, Stiria, Carinzia, Carniola, Trieste, Paesi Bassi, Alsazia. Nel 1490, riunisce agli altri possessi ereditari anche il Tirolo, in seguito a rinuncia fattane dal duca Sigismondo d'Austria, zio di Massimiliano. E si sa che Tirolo voleva dire avvocazia sul vescovado di Trento, ingerenza frequente nelle faccende di quel principe, impulso verso il sud, oltre Rovereto, oltre Riva, a danno dei Veneziani. Tutte le antiche ambizioni germaniche ed austriache di dominare i valichi verso la pianura padana rinascono operose!
Massimiliano vuol anche Boemia ed Ungheria, vecchia aspirazione degli Asburgo, in concorrenza, prima, con i Lussemburgo, poi con i Re di nuova origine sorti dalla anarchia ussita (Giorgio Podiebrad) e dalla guerra contro i Turchi (Mattia Corvino). Morti costoro nel 1471 e 1490, altro mutamento di dinastia nei due regni: poich qui la elettivit pare ormai un fatto congenito; e la aristocrazia, sempre in crescere, vuole uomini disposti a transigere con essa. Ora, Ladislao Jagellone, Re di Polonia,  eletto Re di Boemia e, dopo il 1490, anche di Ungheria. Una sola dinastia, su tre Regni! Dopo il primato degli Angioini e dell'Ungheria, il primato dei Jagelloni e della Polonia. Le speranze di Massimiliano, il cui padre Ferdinando, in lotta con Mattia Corvino per la Corona di S. Stefano, si era fatto riconoscere un diritto eventuale su di essa, sono per ora frustrate. Ma, intanto, con la guerra che segui e con la successiva pace di Presburgo (1491), il Re dei Romani ricupera Vienna e le altre terre perdute. E poi, Ladislao  uomo di poca forza. La nobilt ungherese ha buon giuoco. In quel tempo, essa perde ogni ritegno, imperversa nelle Diete provinciali e nella Dieta del Regno, si fa padrona d'ogni ufficio,  arbitra della legislazione, asservisce con le leggi i contadini, concentra ogni suo sforzo non gi nella difesa dei Regno ma nella conservazione di queste sue alte posizioni interne. Un po', egoismo di classe e gare magnatizie; un po', difetto di ordini politici che qui, per pochezza di borghesia che fiancheggi il Re, non si riesce a sanare, come si riesce altrove. E' la vicenda stessa della Polonia, la quale, non ostante gli altri acquisti territoriali a spese dell'Ordine Teutonico e dei Tedeschi, pure si indebolisce come compagine statale.
Verso questi paesi, cos malamente disposti e preparati agli urti col mondo esterno, cautamente avanza Massimiliano, prosecutore dei piani unitari e imperiali dei Lussemburgo. Nel 1490, conosciamo un suo trattato con la Russia. Volge pensieri di spartizione della Polonia, ed al principio del '500 ne propone il piano allo zar Basilio Terzo: le provincie prussiane, per l'Austria; la Lituania, per la Russia. Ma i Polacchi riescono ancora ad avere ragione dei Russi in campo aperto. Ed allora Massimiliano tenta altre vie: ravvicinarsi ai Jagelloni, ben disposti a ci dal pericolo russo; unire in matrimonio i suoi due nipoti Ferdinando e Maria con Anna e Luigi, figli di Ladislao re di Boemia, Polonia ed Ungheria. Fine del duello Asburgo-Jagelloni, ma con la vittoria dei primi. Poich, morto Ladislao, Ferdinando diventa Re di Boemia. Il Regno d'Ungheria tocca, per ora, a Luigi. Ma, caduto egli nel 1526 sui campi di Mohacz, combattendo contro i Turchi, e sfasciatosi il Regno, ne raccoglie l'eredit ideale, da far valere poi nei giorni della riscossa, Ferdinando d'Austria, succeduto a Massimiliano nei possessi austriaci e destinato all'Impero con la morte di Carlo Quinto.
Ed ecco, nel 1494, la Francia in movimento verso l'Italia, verso il Regno napoletano da rivendicare. Non tutti concordi in quel paese, su l'opportunit di una impresa siffatta. Anzi, gran parte dei Consiglieri del Re vi  contraria. Ma il Re vuole, ed altri con lui. L'anno prima, si era sparsa subitamente, per l'Europa, la voce che Cristoforo Colombo aveva trovato la via delle Indie e preso possesso del meraviglioso paese in nome del Re di Spagna e riportato carichi di oro e gemme e spezie. E il Papa si era affrettato a tracciare, da un polo all'altro, la linea di demarcazione tra i possessi portoghesi, ad est delle Azzorre e del Capo Verde, ed i recenti e futuri acquisti spagnuoli ad Occidente. E si erano viste, subito dopo, nuove navi, pi numerose e meglio provviste, salpare dai porti di Spagna verso le Indie. Ammirazione, timore, gelosia, nei dotti, nelle nazioni, nei principi! Alla corte di Francia giungono le sollecitazioni di Italiani esuli, di Estensi, di cardinali come Giuliano della Rovere, nimicissimo di Alessandro Sesto Borgia. I rapporti con gli Asburgo sono amichevoli, dopo appianati ad Arras, almeno provvisoriamente, i litigi per l'eredit borgognona. Anzi, il trattato di Senlis, del 1493,  una specie di spartizione dell'Italia: Massimiliano avr mano libera contro Venezia; Carlo, contro Napoli.
Nel settembre, il nuovo Carlo Magno, con qualche idea chiara e con piani fantastici mescolati insieme nella testa, si avvia per il Monginevro verso l'Italia. Leggerezza sua, a metter in moto una macchina che poi piglier e consumer nei suoi ingranaggi, per oltre mezzo secolo, le forze della Francia e favorir l'incubazione dei germi della guerra civile. Ma pari almeno alla leggerezza del Re, la impreparazione degli Italiani a fronteggiarlo. I principi vivevano alla giornata. Allenati alle schermaglie diplomatiche e alle guerre e guerricciuole interne, che erano spesso operazione finanziaria quasi pi che militare, affare di Corte o governo pi che di popolo, non avevano il senso della guerra quale si affacciava all'orizzonte. La loro filosofia metteva l'uomo e l'individuo nel centro della vita; ma, all'atto pratico, essi attendevano salvezza non tanto da s quanto da Dio o dalla Fortuna, la nuova divinit messa sugli altari. La mente era pi in alto dell'animo e delle forze morali! "Il Papa non vi ama, la Francia vi viene addosso, la Spagna  arbitra di voi, Ludovico il Moro pratica anche con Tedeschi, poveri ed avidissimi. Bisogna correre ai rimedi! E' bene parlare con gli oratori, ma bisogna fare, fare. Delle vostre parole, gli altri si ridono. E' necessario, ora, che siate uomo da fatti. Per l'Italia si dice che la fortuna vi ha aiutato, ma che voi avete mancato alla vostra fortuna. Cercate non farvela pi sfuggire in avvenire! Non fidate tanto in Dio, perch Dio non ti aiuta senza di te, mentre gli uomini possono da s aiutarsi". Sono parole del Pontano al re Alfonso. Carlo, dopo una breve diversione sul Milanese, da cui il Moro riusc ad allontanarlo, si avvicina alla Toscana. Ma da Firenze, cos nell'ottobre riferiva al duca d'Este il suo oratore Pandolfo Collenuccio: ".... Mai vidi questa terra pi ociosa de lavori e arteficii, n peggio contenta che l'ho trovata, maxime la plebe e populani". Il popolo inclina ai Francesi, " timido de guerra e del spendere", senza che Piero sappia reagire alla malavoglia popolaresca. I predicatori imperversano. "Ecco le profezie si attuano", tuona dal pergamo fra Girolamo Savonarola; "ecco i flagelli cominciano, ecco il Signore conduce questi eserciti". Il Re di Francia "abbasser la superbia de' Grandi, esalter l'umilt degli umili, prosterner i vizi e riformer tutto quel che  deforme". Sono i vecchi fermenti religiosi della vita cittadina medievale, che, nei momenti gravi, agitano il popolo. Ma i pi savi tra i Fiorentini pensavano che "si effeminava troppo gli animi ne' tempi a guerra disposti, e bisognandosi difendere con l'armi, non erano bastanti l'orationi". Cos, allora, il Parenti, in una sua cronaca fiorentina. Qualcuno, generalizzando, poteva da questi spettacoli trarre anche il convincimento che il Cristianesimo avesse sfibrato gli animi e ammorbidito i costumi dei popoli. La Toscana era difesa, alle sue porte nord-occidentali, dalla fortezza di Sarzana, edificata da Castruccio, e da quella di Pietrasanta. Ma Sarzana e Pietrasanta sono prontamente cedute al Re che avanza, mettendo a sacco le terre e passando a fil di spada popolazioni e soldati. Da Roma, il Papa rinfacci ai Fiorentini e Lucchesi e Senesi la loro pusillanimit: "e che se meraviglia di tanta vilt de Italia".
Realmente, nessuno allora si mosse. Il Moro si ritenne pago di avere, per il momento, allontanato la tempesta dal suo orto. Venezia, la meglio in armi, fece tuttavia come la rana che s'abbica, davanti alla nemica biscia. Un Veneziano del '500 scriver che quei buoni padri erano "tanto intimiditi" che aspettavano di veder da un momento all'altro comparir su la Laguna i vessilli del Re. Et veramente risonava tanto questa potentia et fama francese che facevano tremare li signori Venetiani, quali senza core et animo non sapevano quello che facevano...". Da principio, pare non avessero neppure creduto che re Carlo, povero di mezzi, si sarebbe indotto veramente a passare le Alpi e, dopo passate esso le Alpi, che avrebbe superato gli Appennini. Chi non sa che nerbo della guerra  il danaro r Per gli Italiani questa era verit sacrosanta! E adesso che il Re ha passato Alpi ed Appennini, la Repubblica si affanna a raccomandar a tutti pace e neutralit. Preferiva che il rischio e la responsabilit di metter mano alle armi se li addossassero altri. Essa aveva sempre fiducia, che, al momento opportuno, con un po' di carezze e qualche ponte d'oro, le sarebbe riuscito di rimandar indietro gli intrusi. Era avvenuto cos tante volte! A compromettere i lucrosi commerci con la Francia, che alla Serenissima fruttavano oltre 300000 scudi all'anno, dopo che nel 1483 erano stati rinfrescati i vecchi trattati, c'era sempre tempo. N  escluso, che in fondo al cuore dei Veneziani ci fosse la segreta speranza di ricavar qualche vantaggio del generale turbamento.
Re Carlo, accordatosi con la Signoria fiorentina marcia su Roma. Ma quello stesso Papa che poco prima aveva rinfacciato vilt ai Toscani e agli Italiani, appare "dubioso e come stupefacto, povero di partiti e di consiglio". Sembra a Pandolfo Collenuccio, che egli "non sappi che fare n che deliberare e che, querelando e dolendo e parlando, non si saper se non accorgere chel bara el Re adesso e star ad obedientia finalmente". In Roma, di preparativi di guerra poco se ne vede, anzi par che se ne rida ognuno. Popolo e prelati di corte aspettano Carlo, "come venisse redemturus Israel". Sperano con lui l'abbondanza, poich si aprir la via del mare, chiusa dalle galere napoletane, e i mercanti porteranno roba. "Insomma una ignorantia, una pusillanimit e cecit mirabile", in alto e in basso. Con le prime avanguardie francesi, si scatena l'anarchia nel contado. Tutti, soldati e villani, Italiani e Francesi, rubano a man salva. "A me sa mille anni esser fora de Roma e de questo patrimonio...". Per Napoli, si hanno previsioni catastrofiche. Appena il Re si avviciner, dicono a Roma, "se veder una quasi universal ribellione de tutto il Reame, per singular odio portano al re Alphonso". Il quale, a fine d'anno, da Terracina, dove accampava, se ne torna nel Regno, con poca gente d'armi e pochi cavalli male in gamba. Confida in 4000 uomini che per lui dovrebbero esser pronti a Valona; confida nelle lettere del Re di Spagna che promettono aiuto. E il Regno cade, senza colpo ferire, anzi tra l'entusiamo del popolo napoletano. Vittoria effimera! Ch presto l'entusiasmo si converti in odio, contro i liberatori rivelatisi nella loro vera faccia di conquistatori; e l'alleanza, finalmente conchiusa, fra Venezia, Milano e papa Alessandro, persuase il Re ad affrettare il ritorno. Ma questa alleanza non valse a sbarrargli la strada nelle gole dell'Appennino parmense, dove l'esercito della Lega, comandato da Gian Francesco Gonzaga, aspettava, incerto fino allora fra dare battaglia o limitarsi a vigilare ed arginare le genti francesi. Lasci il Re nella battaglia di Fornovo uomini e ricco bottino in mano agli alleati, ma pass. E poi, per conchiudere quella Lega c'era voluta, in ultimo, la pressione di Massimiliano d'Austria, mal disposto ad una conquista francese dell'Italia. E nella Lega, entrarono Massimiliano stesso e Ferdinando di Spagna. Pericolosi alleati!



Capitolo ventiduesimo.
La conquista dell'Italia.


1. - GARA EUROPEA.

Ebbe inizio cos la nuova serie delle invasioni e guerre di conquista nella penisola. Non pi, ora, popoli vaganti in cerca di sede e perci destinati ad essere rapidamente assorbiti dalla terra in cui si posavano, come i Germani dei primi tempi; non pi nuclei di avventurieri che, capitati qui in cerca di fortuna, finiscono col fondare uno Stato, organizzando attorno a s le scomposte forze locali, come i Normanni. Ma imprese politiche e militari di Monarchie potenti che hanno fuori dell'Italia una loro ferma base nazionale e da fuori alimentano il loro sforzo, anche se in Italia non mancano loro alleati, partigiani o mercenari. Precede la iniziativa francese di Carlo Ottavo su Napoli e poi di Luigi Dodicesimo. Il modo di combattere dei Francesi, insolito per gli Italiani, con molte e leggere artiglierie, con crudele violenza, con grande impeto di masse, cre fin da principio condizioni psicologiche assai favorevoli alla loro vittoria. Alleato con Firenze, col Papa, con Venezia, tutti in attesa di qualche guadagno da realizzar con l'aiuto del Re, Luigi Dodicesimo assume poi il titolo di Duca di Milano, assalta il ducato con le armi sue e di Venezia, sparge oro fra i capitani sforzeschi, ha dalla sua il solito popolo che spera la solita liberazione dalle gravi imposte, conquista il Milanese. Compagnia non necessaria per Venezia, questa del Re di Francia; e, perch fatta con uno pi potente, gravida di pericoli, giudic Machiavelli. E poi, si rattizzava contro Venezia "l'odio universale" della citt lombarda, dove, a detta del Sanudo, "quando nasce un milanese, nasce un nimigo de' Veneziani". La mossa francese sollecita gli Spagnuoli che possedevano Sicilia e Sardegna ma non avevano rinunciato a Napoli, di cui ritenevano illegittimi sovrani Ferdinando ed i successori suoi: donde il loro intervento, dopo la conquista francese di Milano. Erano anni di fortuna, per gli Stati oceanici, Spagna e Portogallo. E' tornato dal suo secondo e terzo viaggio Colombo, con nuove terre in dono al suo reale signore e nuove esplorazioni lungo il continente americano, dall'Orenoco a Caracas. E' ricomparso a Lisbona Vasco di Gama il quale, fra il 1497 e 1499, con denari forniti dai Sernigi, grandi banchieri italiani in Portogallo, aveva armato una piccola flotta e con essa girato attorno all'Africa, toccando Calicut sulle coste del Malabar, aperto ai suoi concittadini una via per i paesi delle spezie, libera da Italiani e da Turchi! E sono partiti e partono dalla Spagna Alonzo de Hojeda, Alonzo Nino, Diedo de Lope, Vincenzo Pinzon, Rodrigo de Bastidas, Americo Vespucci, una folla di navigatori che seguono il solco aperto su l'Oceano dalle caravelle di Colombo. Cuba  circumnavigata, sono riconosciute le coste nord-est dell'America meridionale. Sul principio del '500, un amico di Vasco di Gama, Pietro Alvarez Cabral, iniziato anche lui il viaggio attorno all'Africa,  dalle correnti equatoriali deviato verso le coste sud-americane, verso il paese del "brazil", il Brasile, gi toccato fuggevolmente dai fratelli Pinzon, a cui il grande fiume delle Amazzoni aveva per la prima volta dato la visione di una terra sconfinatamente grande anche essa. E subito dopo, altra spedizione di re Emanuele di Portogallo, diretta da Americo Vespucci. Esso muove verso il Brasile, naviga lungamente davanti a quelle coste, descrive in una lettera a Pier Francesco de' Medici le meraviglie di una portentosa natura vegetale e animale, si persuade veramente che non India o Cina era quella ma un nuovo continente!
Nel 1500, trattato di Granata tra Ferdinando il Cattolico e Luigi Dodicesimo. Il Regno di Napoli diviso tra due padroni: rispettivamente Puglia e Calabria; Abruzzi, Terra di Lavoro, Napoli. E poi subito, il menzognero intervento del Gran Capitano, Consalvo di Cordova, che, sotto la veste di difensore del re Federico dai Francesi, si fa consegnare le fortezze e rende impossibile ogni difesa; l'inizio del duplice dominio nel Regno; la discordia fra i soci, la guerra, le vittorie del vicer francese Duca di Nemours che conquista la Calabria e gran parte delle Puglie. Quasi tutta l'Italia , in questo momento, francese: direttamente Milano e Napoli, indirettamente Firenze e Roma, dove un patto di mutuo appoggio si  stretto fra Luigi Dodicesimo e papa Alessandro, e quello ha concesso a Cesare, figlio del Pontefice, il ducato di Valenza, Carlotta d'Albret in moglie, autorizzazione di inquartare su lo scudo il giglio di Francia, sussidio di gente d'arme. Si vuole abbattere ancora una volta i tirannelli di Romagna, Umbria e Marche, affidando quei paesi a Cesare Borgia, come a rappresentante dell'autorit papale. Insomma, nepotismo e sforzo di riconquista piena dello Stato della Chiesa.
Cesare Borgia aveva, attorno al 1500, occupato quasi tutta la Romagna, a spese dei Riario, Manfredi, Malatesta eccetera Ora, dopo partecipato all'impresa di Napoli coi Francesi, si rimette al lavoro nelle Marche. Viene la volta dei Varano, dei Montefeltro, dei Baglioni, dei Vitelli, degli Uffreducci eccetera, cacciati di seggio oppure presi a tradimento e uccisi. Non gli mancava prestanza e bravura, ma la sua guerra , essenzialmente, tradimento e forza di denaro. I pensieri del Duca vanno tuttavia assai oltre. Caesar,  inciso su la sua spada e trapunto sul petto dei suoi soldati. "Aut Caesar aut nihil",  la sua divisa. Bologna, alle porte della Romagna, eccita tutte le sue voglie. E tenta pi di una volta l'impresa. Vi  poi, oltre i monti, la Toscana, con Firenze vacillante e smarrita, con Siena che male tollera un suo tiranello paesano, Pandolfo Petrucci, con Pisa ribelle ai Fiorentini ed invocante soccorsi da tutte le parti, da Francia, da Massimiliano, da Venezia, dalle citt vicine, dal Borgia. E si annodano trattative di Pisa col Borgia, si fanno patti di dedizione della citt a Cesare, per s e successori, col titolo di Duca di Pisa, o, se Cesare fosse troppo impegnato in Romagna, di dedizione alla Chiesa. Ma qui a Bologna, a Firenze, a Pisa, i Borgia urtavano gli interessi di Francia che non voleva la rovina di Firenze; che aveva essa stessa aspirazioni su Pisa, che temeva una Italia centrale, passaggio obbligato verso il Regno, tutta nelle mani di un signore. E si ebbe il distacco dei Borgia dal Re di Francia e un cauto orientamento loro verso Spagna, in attesa che le vicende della guerra impegnata nel Regno si chiarissero. Scriveva l'oratore veneziano Giustinian, da Roma, il 5 luglio 1503: "El cor de l'uno e de l'altro" - di Alessandro papa e di Cesare - " indirizzato molto alto.... Ogni conietura adesso denota la mente del Pontefice esser inclinata alle cose di Toscana e par si che la comodit el far pi ingordo. Ha raccolti tutti li fuorusciti di ogni luoco, precipue quelli del stado de' Fiorentini, alli quali ha fatto privilegii e patente che in ogni loco di sol siano accettati liberamente et accarezzati". La vittoria di Spagna venne. Il Gran Capitano, stretto d'assedio a Barletta, riusc a rompere il cerchio che lo cingeva, vinse nella primavera del 1503 i Francesi a Seminara e Cerignola, li ricacci verso Napoli in disordine conquista definitivamente del Re Cattolico, la quale diede a Spagna il suo caposaldo nel Mediterraneo centrale, il suo principale strumento di lotta contro i Turchi, la sua base per tentar altre imprese in Italia. Ma venne, nello stesso anno, agosto 1503, la morte di Alessandro Sesto, una infermit grave di Cesare, l'elezione del maggior nemico dei Borgia, Giuliano della Rovere, il crollo dell'edificio costruito nell'Italia centrale....
Grandeggiare di Venezia, in questo momento. Dalla rovina del dominio sforzesco nel 1499; dal crollo francese nel Regno di Napoli, il 1494 e 1503 dal disordine in cui si trov lo Stato della Chiesa alla morte di Cesare Borgia, essa ha tratto occasione di acquisti di citt lombarde, pugliesi, romagnole. Anche sul Tirreno, a fianco dei Pisani che resistono disperatamente a Firenze, stanno forze terrestri e navali veneziane. Gravi per il suo avvenire, erano, in quegli anni, la rapida rivelazione, la pronta presa di possesso, da parte di Portoghesi e Spagnuoli, di nuovi mondi che si trovavano affatto fuori del suo raggio d'azione e che, ricchi di quelle stesse merci che formavano il nerbo del suo traffico, emancipavano il commercio altrui e tutto il commercio europeo da ogni servit veneziana. E Venezia ebbe il senso del pericolo. Aiut con denari e armi il Sultano d'Egitto contro i Portoghesi che, risalendo lungo la costa orientale d'Africa o muovendo dal mar Rosso, cercavano l'India. E poich non poteva gareggiare con gli Stati oceanici su le vie dell'Oceano, cerc altre pi vicine vie marittime. Ed ebbe l'idea di tagliare l'istmo di Suez. Non riusc. Una nuova ra sorgeva, nascosta ancora nelle pieghe della storia, ma non tanto che qualche barlume non ne trapelasse agli occhi dei viventi: un'ra in cui a Venezia non sarebbe pi riserbato il primo posto, ma, un po' per volta, l'ultimo. E pur tuttavia, nelle cose vicine e immediate, la Repubblica dava a tutti la sensazione che, o trascinata dalle sue ambizioni o costrettavi da necessit di difesa, essa mirasse veramente all'Italia intera, a danno dei vecchi e dei nuovi padroni.
Mont, quindi, e trabocc il vaso delle invidie, dei risentimenti, degli odi italiani ed europei contro Venezia. Quando nel 1503 la rocca di Faenza, quasi soglia della Toscana allo sbocco della Val di Lamone, cadde nelle mani dei Veneziani, il Machiavelli scrisse: questa impresa "o la sar una porta che aprir loro tutta Italia o la fia la rovina loro". Si fa innanzi, ora, Massimiliano d'Austria. Su gli ultimi del '400, si erano meglio stretti i legami suoi con Ludovico il Moro: anche legami parentali, per il matrimonio dell'Imperatore con Bianca Sforza. In Massimiliano confida nel 1499 il Duca di Milano, contro Francesi e Veneziani; e presso Massimiliano egli trova rifugio dopo la rotta, trova aiuti per tentare la riscossa. Ma l'Asburgo  disposto ad intendersi ancora con la Francia, come la Francia con esso. Nel settembre 1504, patto di Blois: riaffermato il diritto dell'Imperatore sul Ducato di Milano, di cui sarebbe investito re Luigi; collaborazione militare, per assaltare e dividersi l'interposto territorio della Repubblica veneta che Venezia, dopo esserne stata feudalmente investita da Sigismondo imperatore nel 1437, con obbligo di annua ricognizione, avrebbe dovuto riconoscere, ma non riconosceva, dall'Impero. Vi  accordo anche tra re Luigi e Ferdinando il Cattolico, nel colloquio di Savona, qualche anno dopo. I cattivi umori di Giulio Secondo, nuovo Pontefice, contro Venezia, danno esca al fuoco. Egli rivuole le Romagne; egli non intende diventar "cappellano de' Viniziani". Lavorano infaticabilmente di paese in paese alcuni abili agenti di Massimiliano, il maggior artefice di questa macchina montata contro Venezia a Cambray nell'anno 1508: prima grande coalizione europea dell'ra moderna. Carlo Ottavo s era presentato in Italia come un nuovo Carlo Magno, difensore della fede. Massimiliano ora si proclama, nelle terre della Serenissima, debellatore di ogni tirannide; giustiziere dei "boni padri de la antiquo nobilt", contro la nuova nobilt "collecticia.... imprudente proterva e malvagia"; restauratore dei diritti del popolo, privato del governo da "li chiamati gentilhomini et signorizandi de Venezia"; liberatore dei chierici dalle gravezze che la Repubblica loro imponeva. Cos, suoi manifesti e bandi, lanciati nel 151o e 1511: solita musica di tutti i conquistatori. Tutti egli voleva mettere "sotto ombra del Sacro Romano Imperio", nella dovuta libert, grado, franchigie, privilegio, come erano le citt dell'Impero in Germania (quelle citt dell'Impero che, viceversa, negli anni della rivoluzione vicina, guarderanno agli ordini politici di Venezia come ad un modello da imitare). E poi vi , in questo fantastico principe, una nebulosa aspirazione ad essere presente in Roma e nello Stato della Chiesa. Rimasugli di Medio Evo e moderna visione di interessi da grande Potenza.
Entrano intanto nel vivo della lotta europea anche gli Svizzeri: mercenari di tutti gli eserciti, ma anche, ormai, organizzazione statale ed albeggiante coscienza nazionale e unitaria, che sta trovando la sua espressione riflessa nei cronisti, eruditi, storici come lo Stumpf, lo Tschudi eccetera Liberatisi da Casa d'Austria e da Borgogna, persuasi che la Francia debba ad essi le sue vittorie, non si contentano pi di prendere stipendio, ma vogliono accrescimento di domini propri. A Pisa, dove essi si trovarono col signore di Beaumont, qualcuno li ud affermare che "la loro milizia era come quella dei Romani e non v'era ragione perch non potesse un di fare come i Romani" (Machiavelli al Vettori, agosto 1513). Quando Giulio Secondo, umiliati i Veneziani e ritolte loro le citt di Romagna, si volge contro i Francesi ancora prevalenti in Italia e bandisce la "guerra" santa contro i "barbari", altri "barbari" egli chiama, poich si allea con Ferdinando il Cattolico e assolda 16000 Svizzeri, condotti dal battagliero Vescovo di Sion, Matteo Schirner (1510). Dopo Ravenna, essi prendono tanto animo, che sono persuasi di poter battere qualunque sorta di uomini e ogni principe. "Compare mio, questo fiume tedesco  si grosso che gl'ha bisogno di un argine grosso a tenerlo". Cio, gli Svizzeri appaiono al Machiavelli quasi avanguardia germanica su l'Italia. Un po' affamati essi di terre, un po' turbati all'idea che un potente monarca come Carlo Ottavo e Luigi Dodicesimo si pianti in Italia alle porte di casa loro, occupano Milano quando le cose dei Francesi, per la morte di Gastone di Foix, volgono al peggio, e vi insediano Francesco Sforza, figlio del Moro, morto in prigionia francese. "Ma in fatto son duca loro", osserva, nell'agosto '13, Machiavelli all'amico Vettori. Difendendo lo Sforza, ad essi "pare trattar una causa sua propria" (Guicciardini, "Discorsi politici"). Ci che spiega la supposizione di taluni, quando gli Spagnuoli fecero tregua con la Francia, dopo Ravenna: che cio quelli cominciassero a temer degli Svizzeri e ritenessero utile che i Francesi rimanessero essi in Lombardia, per sbarrare a quei montanari irrequieti i valichi delle Alpi. La sanguinosa rotta di Marignano, che Francesco Primo, nuovo Re, con l'aiuto dei Veneziani, inflisse il 13-14 settembre 1515 agli Svizzeri del Vescovo di Sion, stipendiati da Leone Decimo e da Massimiliano imperatore, ruppe l'incantesimo. I montanari di Uri e di Schwitz persero, insieme, la fama di invincibili e il territorio milanese. Ma non persero il Canton Ticino, che dominava quel territorio, e la cui importanza gi allora non sfuggi all'occhio perspicace di Francesco Guicciardini. I Francesi rioccuparono essi le terre lombarde. E si ebbe un nuovo primato francese in Italia; un'alta posizione europea raggiunta da Francesco Primo; un rafforzamento dell'autorit della Corona di fronte alla Chiesa di Francia e al Papato, mediante il Concordato con Leone Decimo del 1516. Riapparve davanti agli occhi di quel Re, come agli occhi dei predecessori suoi, il miraggio della "Monarchia", cio dell'Impero. Ma la base italiana di questa grandezza dopo qualche anno venne a mancare, e si dilegu allora come nebbia il luminoso miraggio....
Poich al Ducato di Milano ha allargato i suoi pensieri anche il Re Cattolico, ormai sicuro del Regno, all'altro estremo della penisola. E dopo di lui, ancor pi, Carlo d'Asburgo, nipote di Ferdinando per parte di madre, di Massimiliano d'Austria, per parte di padre. Egli , dal 1506, signore dei Paesi Bassi, della Fiandra, dell'Artois, della Franca Contea, cio di quella parte del dominio borgognone che era toccata agli Asburgo; , dal 1516, Re di Spagna e Sicilia e Napoli e Sardegna, nonch delle terre del nuovo continente che ora, dopo comparsa nel 1507 la Cosmografia di Martino Waldseemller, si chiama America, dal fiorentino Americo Vespucci, passato dal servizio di Portogallo a quello di Spagna, navigatore istancabile, disegnatore di carte, organizzatore di nuovi viaggi altrui, come Pilota Maggiore del Re. Le quali terre d'America sono gi assai cresciute, dopo i primi esploratori, ed ogni giorno crescono, a beneficio della Corona spagnuola. Se il Brasile  portoghese e i Portoghesi si sono buttati specialmente oltre l'Africa, alle Indie orientali, su la scia di Diaz e di Vasco di Gama, e l stanno organizzando con Francesco de Almeida e Alfonso de Albuquerque un vasto e vario dominio che ha a Goa il suo centro; molti avventurieri spagnuoli, che sono piccola nobilt rimasta in patria inoperosa e senza fortuna, bruciata da passione di guerra e di preda, hanno preso le vie d'America, inseguendo il fantasma dei tesori favoleggiati: Cortez, Pizarro, Almagro eccetera. E poich Nunez Balboa, uno di essi, dai monti dell'America centrale, sottile diaframma, ha visto scintillare l'Oceano davanti ai suoi occhi, ecco si sono riaccese le speranze e ripresi i tentativi, gi iniziati dal Vespucci, di potere a questo Oceano giungere girando l'America e, attraverso l'Oceano, toccare le Indie. Cori, nel 1519, Magellano, un Portoghese passato pur esso al servizio di Spagna, inizia la sua grande e tragica navigazione. Con lui, non pochi Italiani, immancabili: Leone Pancaldi, Gian Battista della Polcevera, liguri; Antonio Pigafetta, vicentino eccetera; uomini che maneggiavano anche la penna e dell'avventuroso viaggio lasciarono memorie e descrizioni. Giunto alle isole della Polinesia, perde navi e vita. Ma la superstite Vittoria, con Pigafetta, proseguendo il suo viaggio attraverso il dedalo delle piccole e grandi isole, valicando l'Oceano indiano, doppiando il Capo di Buona Speranza, sfuggendo alle insidie dei Portoghesi, rivede la patria: gloria per questi nuovi e maggiori Argonauti, come gi allora si scrisse; altri domini, altra ricchezza per la Corona di Spagna.
Per la quale, nuove fortune, intanto, maturano pure in Europa. Nel 1519, muore Massimiliano; e Carlo d'Asburgo diviene padrone anche dell'Austria, del Tirolo, della Carinzia, della Stiria eccetera Insomma, corone l'una dopo l'altra sopra il suo capo, dall'Atlantico al Danubio, dal mare del Nord al Mediterraneo e all'Adriatico. Ma vi  anche una corona imperiale da assegnare. Grande gara, fervido lavorio di Francesco Primo, lusinghe e denari francesi, distribuiti in abbondanza fra i Principi elettori, taluni dei quali venalissimi. Ma contro a Francesco 1 ed alla Francia, stavano tradizioni imperiali asburgiche, ormai consolidate; volont esplicita di Massimiliano; sentimento nazionale tedesco e, non meno, altre lusinghe e altro denaro, fornito dalla grande banca che era in attesa di corrispettivi. Trionf cos Carlo d'Asburgo e fu come suggello ad un Impero gi costituito nella realt. La corona imperiale voleva dire, per lui, anche l'Italia. Segui, subito, una vasta guerra che ebbe a suo teatro la Francia, la Spagna, le Fiandre, la valle del Po. Piccoli ed effimeri successi iniziali di Francesco Primo; decisivi successi di Carlo Quinto che portarono alla cacciata dei Francesi dal Milanese e, il 1525, culminarono nella grande vittoria di Pavia. Oltre al valore economico, Milano aveva, non meno, valore militare grande, per la difesa del Napoletano dai Francesi. A chi possedeva, poi, anche le terre ereditarie di Casa d'Austria e, sul mare, una flotta potente, il Milanese serviva per aver a discrezione Genova, la citt dei banchieri, e per accerchiare Venezia, il maggiore Stato della Penisola. "Se volete esser signore d'Italia, prendete per voi lo Stato di Milano che n' la chiave", poteva, perci, scrivere a Carlo Quinto Antonio de Leva, il vincitore di Pavia. Aggiungi poi un'altra funzione del Milanese, per chi dominava i Paesi Bassi: era piazzaforte centralissima, donde si poteva, secondo i bisogni, accorrere verso Napoli o verso Gand.
Questo pi energico intervento di Francia e Spagna e Impero nelle cose d'Italia, sollecita anche altri. Alla Lega Santa, contro Luigi Dodicesimo, partecipa, col Re Cattolico, il re Enrico Ottavo Tudor, che assale alle spalle il territorio francese e concorre a rendere vana la vittoria di Ravenna. Albeggia l'Inghilterra conquistatrice e colonizzatrice, chiusa l'ra dello stretto duello franco-inglese e delle guerre civili. Alla fine del '400, un Italiano, forse della stessa terra di Colombo, Giovanni Caboto, era partito da Bristol alla ricerca anche lui delle vie del Levante: ma verso nord-ovest. Ed aveva toccato le sponde settentrionali dello stesso grande continente di cui Colombo aveva riconosciuto il centro e intravisto il sud. Dopo di lui, su la stessa strada, Sebastiano, figlio di Giovanni, i mercanti di Bristol, via via tutte le forze navigatrici della nazione. Un altro Impero coloniale all'orizzonte! E verso l'Europa, l'Inghilterra, che sinora ha tessuto la sua storia ai margini del continente, comincia ad accostarsi ai suoi centri. Il Mediterraneo  sempre lontano; ma non pi tanto lontano. Proprio attorno al 1510, una nave mercantile inglese passa le colonne d'Ercole, quasi in ricognizione! Certo che la pi attiva politica delle altre Monarchie stimola anche la Monarchia inglese. Tra Inglesi e Francesi, poi,  sempre partita aperta. Ed impegnatasi la Francia in Italia, il vecchio nemico d'oltre Manica si mette anche esso in movimento, disposto a stare con gli uni o con gli altri, accostandosi ora agli uni ora agli altri. Cresce il suo peso su la bilancia, poich le Monarchie di terraferma possono aver interesse a sollecitarne l'amicizia o la neutralit. Cos, dopo la Lega col Papa e Spagna, conosciamo una alleanza di Enrico Ottavo con Massimiliano imperatore. Nel 1515, Francesco Primo, sulle mosse per la spedizione italiana, conchiude accordi con la Corona inglese; ed altri ne conchiude, dopo il disastro di Pavia e la prigionia di Francesco Primo, la reggente Luisa di Savoia, tentando la riscossa.
Pi direttamente ancora, si mescola agli eventi italiani e agisce su di essi un'altra Potenza, i Turchi. Sono vicinissimi essi, ed ormai, nel bel mezzo del Mediterraneo. Specialmente vivi i contatti con Casa d'Austria e Venezia e Napoli, per terra e per mare. Nel 1494, per indurre Venezia ad uscire dalla posizione di attesa di fronte a Carlo Ottavo, si era ricorso anche... a Baiazet Secondo, interessato pur esso ad arrestare il cammino del nuovo crociato. E Baiazet intervenne a Venezia, per mezzo di suoi ambasciatori, a favore del Papa e dell'Aragonese. Quando poi Venezia e Francia alleate si preparano ad assaltare il Milanese, segreti agenti napoletani e sforzeschi e fiorentini aizzano contro Venezia Baiazet Secondo, gi ben disposto e pronto per conto suo. E Venezia deve realmente armare una flotta e provvedere uomini per difendere i rimasugli dei suoi possessi di Morea e guardare il confine friulano. Alla fine del '99, troviamo Leonardo da Vinci a Venezia. Probabilmente, lo ha chiamato la Repubblica, che si preoccupa della sua frontiera, minacciata, negli ultimi tempi, anche dai Turchi. E fra le carte vinciane, esiste qualche traccia di studi per la sistemazione difensiva della linea dell'Isonzo, largo e rapido. Facile sistemazione, pensa Leonardo. Dove  un fiume come questo, pochi uomini bastano alla difesa! Ma la guerra, non fortunata e neppure onorevole per mare, non fu tale neppure per terra. In mare, panico, vilt, forse tradimento di gran parte delle ciurme, di parecchi comandanti di galera, dello stesso capo supremo Antonio Grimani, che fu processato e condannato all'esilio. E quanto alla frontiera terrestre, i Turchi passarono l'Isonzo, corsero il paese fino alla Livenza, bruciarono, uccisero, trassero schiavi a volont, mentre il provveditore Andrea Zancani se ne stava chiuso nella fortezza di Gradisca, sordo alle istanze delle popolazioni e dei suoi stessi ufficiali. Cattiva fama corse allora per l'Europa a danno dei Veneziani, specialmente presso il Re di Francia che aveva mandato anche esso una piccola flotta in Levante, a rincalzo dell'altra. E in Italia vi fu chi ritenne, come gi nel 1480, inevitabile uno straripare dei Turchi nella penisola. Taluni giunsero fino ad augurarselo, non solo a castigo dei Veneziani ma anche di Roma, donde si diffondeva sempre pi vasta la mala fama di Alessandro Sesto. "Pare necessario il Turco, poi li Cristiani non si muovono ad estirpare questa carogna del consorzio umano. "Ita omnes qui bene sentiunt, uno ore loquuntur". Cos Agostino Vespucci, oratore fiorentino in Roma, al Machiavelli, 1501. E a venga il Turco con tutta l'Asia e colminsi le profezie", rincalzava, sempre da Roma, l'altro oratore Francesco Vettori, scrivendo nel 1513 al Segretario fiorentino. E si sa come la pensasse, in fatto di Turchi e di preti, Francesco Guicciardini, che pure fu servitore di Pontefici!
Ma, anche ad attirare i Turchi, fu specialmente efficace l'insistente richiamo francese. I Re di Francia dapprima rinfocolarono i pensieri aggressivi del Sultano, con la spedizione di Napoli e con le voci di crociata, che appunto in Italia e a Napoli avrebbe avuto il suo punto di partenza e di appoggio. Poi, quando del Regno divennero padroni gli Spagnuoli e Carlo Quinto si mise lui, per difesa dei suoi interessi mediterranei, a far crociate contro i Turchi, e assali i covi barbareschi del Nord-Africa; allora la Corona di Francia sollecit e trov nel Sultano un potente alleato. Questo avvenne con la Reggente, dopo il 1525, nel tempo che Solimano il Magnifico, vincitore di Ungheresi e Boemi, si riaffacciava minaccioso su l'Europa cristiana. Avvenne ancora di pi durante la quarta guerra tra Francesco Primo e Carlo Quinto (1542-4), alla quale i Turchi parteciparono attivamente; e poi, con Enrico Secondo. Allora, una nuova invasione di Ungheria e Boemia; assalto a Nizza; scorrerie e depredazioni lungo le coste del Regno di Napoli; tentativi contro la Corsica, dominio dei Genovesi amici di Spagna e patria di quel Sampiero da Bastelica che, ribelle ed esule contro i Genovesi, aveva bussato alle porte di mezzo mondo, anche a Costantinopoli ed a Versailles. Non frutt gran che, questa alleanza d'armi del Cristianesimo col Turco. Enrico Secondo stesso dov riconoscere che le forze dell'associato fecero prova di s pi contro la Cristianit che non contro il nemico ed a favore di Francia. "Se i Re avessero impiegato a far galere il denaro che  costata ad essi la alleanza turca, avrebbero ottenuto pi vittorie". Cori giudic allora un ambasciatore francese a Costantinopoli. Ma certo, sono da mettere le guerre europee del primo '500 e la spregiudicatissima politica francese tra i coefficienti della ulteriore avanzata turca in Europa, con danno specialmente delle popolazioni rivierasche e degli Stati marinareschi della penisola, la quale diede anche il contributo maggiore di navi, di uomini, di denaro, direttamente o sotto gli ordini di Spagna, per fronteggiare quella avanzata ed arginarla, nel corso del '500 e del '600. Ai contemporanei, la politica di Francia parve come una breccia aperta nelle mura della Cristianit: nel secolo stesso che la rivoluzione luterana, anche essa aiutata per fini politici dai Francesi, rompeva l'unit del mondo cattolico. Rimaneva solo l'unit politico-diplomatica data all'Europa tra '400 e '5oo, dal comune e convergente sforzo verso l'Italia.


2. - LA RESISTENZA DEGLI STATI ITALIANI.

Dur sessanta anni la lotta europea per la penisola e per il primato mediterraneo e continentale. Sino al 1520 circa, complessiva superiorit francese, suggellata per qualche anno da Marignano. Poi, sempre pi evidente superiorit di Carlo Quinto. In lui, freddezza e metodo, maggiore capacit organizzatrice, ricchezza di accorgimenti e di risorse anche nelle pi difficili emergenze, larghezza di mezzi militari e finanziari, affluenti da ogni parte. Nessun Imperatore, nell'et aurea dell'Impero, maneggi mai tanti popoli! Con la vittoria di Pavia, il piatto della bilancia trabocc subito, risolutamente, dalla sua parte e, salvo oscillazioni pi o meno forti, non si risollev pi. Il possesso di Milano e di Napoli lo fece arbitro d'Italia. Neanche Roma resist, dopo che si fu verificato quel che da secoli i Papi avevano con ogni loro forza cercato di impedire, cio un solo padrone a nord e a sud della penisola. Gi nel 1521, Carlo aveva influito su la elezione del nuovo Papa: Adriano Sesto fiammingo, suo antico precettore e suo suddito. E gli Italiani avevano avuto l'impressione che a Roma, nella Roma del Rinascimento, nella Roma di Leone Decimo, fossero calati i barbari. Peggio, dopo la vittoria di Pavia, quando il nuovo Papa di casa Medici, Clemente Settimo, entr in quelle trattative che si conchiusero, a Cognac, con la "Lega Santa" tra Francesco Primo e gli Stati italiani (22 maggio 1526). Carlo opera essenzialmente come Re di Spagna. Ma egli  anche Re di Germania e Imperatore, con i vecchi diritti o pretese su lo Stato della Chiesa, con il vecchio spirito di rivalit e di opposizione al Papato, a cui si mescola ora il nuovo spirito antiromano della nazione germanica, tutta in fermento contro Roma latina e papale. Egli  Re cattolico, ma non , almeno da principio, intransigente con i protestanti: e dei protestanti si serve, contro la Francia e contro i Papi. Nel 1527, una grossa banda di luterani si rovescia su l'Italia: attraversa, devastando, Lombardia ed Emilia, valica l'Appennino, si avvia lentamente verso Roma. Sono, redivivi, i Germani di Alarico, con in pi il consapevole odio religioso e nazionale. E Roma  presa d'assalto, dopo una resistenza improvvisata ed effimera;  invasa e battuta e straziata oscenamente per nove mesi, specialmente nelle persone ecclesiastiche, negli edifici sacri, nelle cose del culto che erano anche le cose dell'arte. Mai cos crudamente si era espresso l'antagonismo di due stirpi che, avvicinate dalla romanit e dalla Chiesa, ora sono di nuovo l'una contro l'altra e nel diverso e opposto loro atteggiamento verso la romanit e la Chiesa danno la pi chiara espressione di questo contrasto. La Francia, promotrice della "Lega Santa", non si mosse. Si aggiunse, in quel tempo, il passaggio di Andrea Doria, con la sua flotta, dal servizio di Francia al servizio di Spagna; che fu suggello definitivo alla superiorit di questa su quella. Clemente Settimo dov, allora, venire a patti. E non gli fu difficile transigere con qualche vantaggio suo. Abbandon a Carlo l'Italia ed a Bologna, nel febbraio 1530, cinse il suo capo delle due corone di Re d'Italia e di Imperatore: ma in quei mesi stessi, l'esercito imperiale assediava Firenze, per rimettervi i Medici e dar loro il principato della Toscana. Cos, con Roma, crollava anche l'ostacolo di Firenze, le cui sorti erano strettamente legate a quelle del Papa e dello Stato della Chiesa. Nel 1529, anche Genova, che fino allora aveva fiancheggiato la Francia, pass alla fedelt dell'Imperatore. Risolutiva, a tal riguardo, la condotta del suo grande ammiraglio e cittadino Andrea Doria, interprete degli interessi mercantili e bancari della sua citt!
Ma la Francia, tuttavia, ostinata. Potentissimo, sopra quei Re, il fascino dell'Italia, prima rappresentata dal Regno di Napoli, poi, pi ancora, dal Milanese. Luigi Dodicesimo aveva avuto "sete incredibile di Lombardia". Esso "sar morto e penser all'impresa di Lombardia" (Corrispondenza Machiavelli-Vettori. Francesco Primo ancor pi, se possibile. Avrebbe consentito a Carlo Quinto la Monarchia universale. L'Imperatore racconta che il Re gli fece esso questa offerta! Ad un certo punto, non  neanche questione di utilit e di interesse, per quella Corte, ma di orgoglio e di amor proprio. E l trovano sempre, fino al tempo di Enrico Secondo, orecchie ben disposte, anzi parole incoraggianti ed incitanti, tutti gli esuli politici italiani, i Fiorentini arrabbiati contro casa Medici, i Baroni napoletani ossessionati dalla speranza di riavere nel Regno i loro feudi e le loro grandezze d'una volta, i Genovesi ostinati a voler strappar la citt dalle mani dei Doria amici di Spagna, tutti sempre illusi, con la psicologia semplicista propria degli esuli, di dover trovare in Italia gente che aspettasse e popoli pronti ad insorgere. Cos la Francia si consum nel suo vano sforzo. Le spedizioni si susseguirono alle spedizioni. Ma gi al principio del '500, di Francesi in Italia, constatava malinconicamente Filippo de Commynes, storico e politico, "il n'y est mmoire que pour les sepultures de leurs prdcesseurs". E in Francia e da noi, divenne frase corrente, nel corso di quel secolo, l'"Italia tomba dei Francesi", da Faramondo, condottiero di Franchi, a Carlo Ottavo, a Luigi Dodicesimo, a Francesco Secondo, ad Enrico Secondo. Fu ridotta a brandelli, negli Italiani, anche la fiducia in Francia, che era stata grandissima in certi momenti ed in certi ambienti politici e partiti. Altri giudizi correnti, nell'Italia del '500 e pi tardi: i Francesi, instabili e volubili, nelle loro relazioni con gli altri; i Francesi, promettere non mantenere; i Francesi, sempre pronti a tradirti, quando a loro convenga; nei Francesi, non potersi aver fede eccetera Ci che aiuta a spiegare il crescente favore o preferenza degli Italiani per Carlo Quinto e il contributo che essi in tal modo portarono alla vittoria sua. Carlo Quinto era l'Impero: parola che conservava sempre un certo fascino da noi. Ma dietro quella certa preferenza per lui e, pi tardi, giacch un padrone ci doveva essere, per Spagnuoli e Tedeschi, si nascondeva fastidio invincibile del gallico orgoglio, persuasione di un egoismo francese che non dava nessun affidamento di bene a chi avesse aspettato qualche cosa da Francia, infine anche istintivo senso del pericolo che per la nazione italiana poteva rappresentar la sottomissione ad uno Stato nazionalmente omogeneo, laddove Spagna e Impero erano un coacervo di nazioni diverse, in modo diverso governabili e governate.
La lotta attorno all'Italia e per l'Italia fu, dunque, essenzialmente, lotta di grandi Potenze europee fra di loro, pi che non contro gli Italiani. E gli Italiani? Gli Italiani ebbero il senso di viver un'epoca per loro memoranda e fatale. "Anno infelicissimo dell'Italia, ed in verit anno primo degli anni miserabili", chiam Guicciardini il 1494, iniziando la sua Storia d'Italia. Con i Francesi, egli aggiunge, "entr in Italia una fiamma, una peste che non solo mut gli Italiani, ma i modi ancora del governarsi e i modi delle guerre". Si lament la rovina dei traffici, le campagne fatte squallide e, qua e l, addirittura deserte, la turbolenta nobilt rurale di nuovo padrona del campo, le vecchie sette dei guelfi e ghibellini tornar a galla e "volgere i pensieri e le pratiche a' principi forestieri", lasciando senza partigiani solo i legittimi governi locali. I poeti e letterati sparsero mesti fiori su le rovine della patria o rievocarono i giorni gai della vita di Corte e delle feste popolari:

Chi si ricorda il d di San Giovanni
Che sotto Ercole e Borso era s allegro?
(ARIOSTO).

Inveirono su questa "Italia imbriaca", su questa "di ogni vizio fetida sentina" e sui presunti responsabili di tanta rovina, il Moro o Venezia o i Romani Pontefici; oppure attesero il liberatore, il salvatore, il Veltro. Chi non lo seguirebbe? "A tutti puzza questo barbaro dominio!" Italia, Italia, questa parola risuon su mille bocche, anche veritiere: per lo meno, quando chi la pronunciava si sentiva esso, direttamente, in pericolo e invocava la solidariet degli altri, cio l'Italia. Per la "libert d'Italia", intesa ora non pi come equilibrio degli Stati italiani indipendenti ma come equilibrio di stranieri nei loro particolari domini italiani, di modo che ai superstiti Stati fosse assicurata l'esistenza; per questa "libert d'Italia", molti uomini politici e di governo si riscaldarono; anche e specialmente Pontefici, Giulio Secondo e Leone Decimo, Paolo Terzo e Paolo Quarto. Quelli che nel '400 non avevano voluto essere "cappellani del Re di Napoli" o di Venezia, ora non vogliono neppur essere cappellani del Re di Francia o del Re di Spagna.
Ma quanto ad azione ordinata, a sforzi concordi, poco. La Lega del 1495 ebbe piccola efficienza e breve durata. Altri tentativi di coalizione non uscirono dallo stadio di lavoro diplomatico. E, comunque, sempre in compagnia di Francia o Spagna o Impero: sia pure illudendosi di potere, con l'un chiodo, scacciar l'altro chiodo o, almeno, mantenere in equilibrio i due contendenti, per fare, in caso di bisogno, dell'uno argine all'altro. Ebbe un principio di attuazione dopo la rotta di Pavia, quando si diffuse il senso della rovina imminente della indipendenza degli Stati italiani se non si correva ai ripari, il piano di una stabile alleanza loro, con l'appoggio della Francia, per tener lontani gli stranieri. Se ne fece promotore e caldeggiatore entusiasta Matteo Ghiberti, funzionario della Curia e poi Vescovo riformatore di Verona; incoraggiava da oltre Alpe la vicina Monarchia, che in tal modo segnava le prime linee - e potremmo anche dire che le accentuava - di una sua politica italiana destinata a durare fino all'et di Napoleone Terzo. E si parl e si scrisse di una "perpetua unione" di tutti gli Stati italiani fatti indipendenti, e di una non meno perpetua unione di questi Stati con Francia. Ancor pi: un esercito veneziano ed un esercito papale fronteggiarono per qualche mese gli Imperiali in Lombardia, ebbero qualche successo, parve un momento potessero giungere a Milano. "Io vedo rinnovarsi il mondo", scriveva il Ghiberti nel luglio 1525, "e da una estrema miseria tornare Italia in grande stato". Ma fu breve stagione. Al solito: mancava nei Governi la fiducia reciproca; in tutti, era sempre il sospetto che l'alleato mirasse solo a sfruttar l'alleato o il timore che l'alleato lo prevenisse nell'accordarsi col nemico; i reggitori avevano paura dei loro condottieri e ne controllavano ogni atto, e i condottieri diffidavano e rodevano il freno contro i reggitori; Venezia sempre recinta da un cerchio d'odio, anche di chi aveva stranieri sul collo; le citt plutocratiche, sempre in tremore per i loro capitali all'estero, Firenze in Francia, Genova in Spagna. Qualche altro progetto, di portata italiana o regionale, come la trama di Girolamo Morone, cancelliere dell'ultimo Sforza, o quella di Francesco Burlamacchi, lucchese, per cacciare Spagnuoli e Medici dall'Italia e dalla Toscana, non raggiunsero, dopo quello del 1256, neanche un modesto grado di maturit.
Rimase l'azione degli Stati isolati. Taluni si sfasciarono al primo urto, certamente per troppa sproporzione di forze, ma anche per incapacit assoluta a resistere: Napoli e Milano, ad esempio. E fu cosa mirabile e sorprendente, se si ripensa che cosa erano stati quel Regno e quel Ducato al tempo di un Federico Secondo o di un Carlo d'Angi o anche di un Alfonso Primo, di un Gian Galeazzo o Filippo Maria Visconti o Francesco Sforza. Ma ora il Duca  "debole di forze, di poco governo e senza denari e odiato da tutti e sudditi sua", dice Guicciardini. Quando scende in Italia Francesco Primo a rivendicar il Milanese, se si trattasse solo di una contesa fra Re e Duca, "solo uno cento di lance francesi finirebbe l'impresa...". Mai si vide con tanta eloquenza che cosa rappresentasse l'uomo, un uomo, in questi principati italiani a cui mancava altro tessuta connettivo e consistenza propria, morale e istituzionale. Non diversa la vicenda del Ducato sabaudo, divenuto, durante le guerre Francia-Spagna, "res nullius", corso e ricorso da tutti gli eserciti. Altri, invece, resist e sopravvisse, per virt propria: Venezia. La quale, incerta, irresoluta, tarda in pi d'un'occasione, di fronte alle offensive turche e anche ai primi tentativi di Carlo Ottavo, scese in campo con ogni energia quando il dominio di terraferma e la citt furono direttamente minacciati, come fu dopo il 1508. Dapprima, alleata con Luigi Dodicesimo signore del Milanese, contrast il passo a Massimiliano che, sotto pretesto di voler andar a prender la Corona imperiale in Roma, intendeva di scender in Italia alla testa dell'esercito, per far valere i suoi diritti anche sul retroterra veneziano. Grossa guerra, nel 1508, che Venezia condusse quasi solo con le sue forze, dal Trentino al Quarnaro difensiva in Carnia, offensiva nella valle dell'Adige e dell'Isonzo, con Bartolomeo d'Alviano, riuscito ad occupar Caporetto e Plezzo, ad espugnar con la forte artiglieria il castello di Cormons, il ponte del fiume sotto Gorizia, la stessa citt di Gorizia, e di li, per il Vipacco, a marciare sino a Trieste, sino a Postumia, sino a Fiume, con l'aiuto della flotta. Poi subito, assalita dalle forze coalizzate, temporali e spirituali, di mezza Europa e di quasi tutti i minori Stati italiani, raccolte attorno a Francia e Impero, affront con le armi, oltre che con i mezzi diplomatici, la coalizione e si impegn tutta in una ancor pi vasta guerra. Guerra veneziana, naturalmente, ma combattuta con certo largo sentimento di fini e compiti pi che veneziani.
In quegli anni, nella citt si rileggeva con ardore la canzone petrarchesca "All'Italia", proponendosi fosse scolpita su le piazze, a grandi caratteri, la terzina imprecante alla "tedesca rabbia". Da Venezia o da Veneziani andavano agli Italiani le pi calde esortazioni perch aprissero gli occhi, deponessero' le ire,

Ch'el sia un solo ovile et un pastore...!

E su le bandiere dell'esercito che marciava contro i Francesi, all'Adda, egualmente propose taluno si scrivesse "Defensio Italiae"! Battaglia sanguinosissima ad Agnadello, il 14 maggio 1509. I mercenari veneziani mostrarono che anche i mercenari valevano, in fondo, nella misura stessa dello Stato che li conduceva. Seimila fanti romagnoli, di Naldo e Vincenzo da Brisighella, caddero tutti sul campo. "Ognuno dei nostri Italiani, quel posto che, vivo, aveva occupato pugnando, spento copriva del suo corpo". Cos uno storico del tempo, che proprio con la rotta di Agnadello chiudeva l'opera sua.
Non meno singolare ed onorevole, per Venezia, la difesa che di s fecero varie citt del dominio e l'accorrere degli uomini del contado. Qualche ventata di ribellione soffi tra i sudditi di terraferma, dove pi dove meno. Era difficile non credere che l'ultima ora della Repubblica fosse vicina a sonare! Massimiliano trovava un terreno abbastanza ben preparato, specialmente in quel Friuli dove la nobilt era da secoli incline a parteggiare per l'Impero. E "Impero! Impero!" gridavano ora, li e altrove, gentiluomini e ricchi borghesi che, sotto Venezia, si erano visti sfuggir di mano il dominio delle citt. Ma rispondevano "Marco! Marco!" i popolani minuti ed i contadini, piuttosto ben disposti verso la Serenissima, qui, nel Friuli, come in altri luoghi dove Venezia mise piede anche temporaneamente, cio in Romagna e in Puglia, in Val di Brenta e nell'Ampezzano. I Comuni di Valcamonica, nei giorni dell'invasione, offrivano "non solum opes sed et sanguinem et animum". I contadini della pianura, racconta Machiavelli, "erano arrabbiati contro a' nemici de' Veneziani, pi che non erano i giudei contro e' Romani". Decisiva fu la resistenza di Padova assediata. Era la maggior citt di terraferma ed una delle maggiori d'Italia, baluardo militare delle lagune. "Dall'acquisto e difesa di tanta citt dipendeva non solamente lo stabilimento dell'impero de' Tedeschi in Italia, ma ancora quello che avesse a succedere della citt propria di Venezia" (Guicciardini). Gli occhi di tutta Italia, anzi di tutto il mondo, soro dirizzati su di voi, aspettando di veder le magnanime vostre imprese, scriveva il governo di Venezia ai Padovani: "Voi tutti combattete per la justitia, per la patria, per la libert de la povera Italia, da' barbari lacerata". E le "magnanime imprese" non mancarono. Ostinati assalti da una parte, col pi grosso esercito che fino allora si fosse mai visto, Tedeschi, Spagnuoli, Francesi eccetera, con "apparato stupendo di artiglierie" fornite dal Re di Francia, con speranze frenetiche di favoloso bottino; ostinata difesa dall'altra, per opera di cittadini padovani e contadini racimolati nei dintorni e gentiluomini veneziani e fanti schiavoni, greci, albanesi, tratti dalle galere. Fino a che, il 3 ottobre 1509, Massimiliano lev l'assedio.
Ferite gravi ebbe Venezia da questa coalizione e quasi crociata: e crociata, dissero amaramente i Veneziani, quale a mai per cristiani se ha potuto unire e ligar contro Turchi cani e infedeli". Ma ferite non mortali. Ch anzi la Repubblica attinse, nel primo '500, il massimo del suo prestigio. Salv, in ogni modo, la riputazione e l'onore. E i suoi cittadini migliori si sentirono spinti ad una specie di esame di coscienza. Vi fu chi condann la politica di terraferma, per cui i Veneziani avevano trascurato "il mare suo antiquo et cagione d'ogni loro gloria, amplitudine et honore"; e la nobilt e i cittadini, volendo darsi piacere nelle dilettevoli ville di terraferma, si erano "impoltroniti et infemenati" nelle delicatezze e nelle lascivie. Vana condanna e rimpianto! Ma giusta constatazione che, nel governo della cosa pubblica, Venezia contasse troppo su gente vecchia di anni e di spirito, "buoni da consiglio, non da arme" e attaccatissimi alla vita come dovessero vivere in eterno; che pericolosa era la totale disabitudine, ormai lamentata anche in grosse famiglie patrizie di venti o trenta uomini validi, da quelle armi che i padri avevano impugnato a gloria della Repubblica e propria. I tempi, aggiungeva il diarista Lorenzo Priuli, vogliono altro.
Se i Veneziani intendono mantenere stato in Italia, sar necesario che i loro nobili "facino lo esercitio et mestiero delle armi..., come fano li altri signori del mondo".


3. - TRAVAGLIO ITALIANO, ELEVAZIONE ITALIANA.

Ma se gli Stati italiani, eccezion fatta per Venezia, non ressero alla prova che la nuova storia dell'Europa loro impose, ci non volle dire universale passivit. I vari conglomerati politici erano ancor poveri di organiche forze coesive. Il processo di ordinamento interno, lento e faticoso in questi che erano non popoli ma frammenti, di popolo cuciti alla meglio, fu sconvolto e interrotto dall'azione di grandi Monarchie armate di ferro e di mezzi morali pi potenti che non avessero le dinastie indigene. Manc, poi, l'insieme. Manc l'uno, il centro coordinatore, cio lo Stato che avesse forza e autorit di capeggiare, fra altri minori disposti a seguire. Ma se manc tutto questo, non mancarono energie particolari. Risfavill qua e l il vecchio spirito municipale. E si ebbero in quei sessanta anni, accanto a citt che si lasciarono taglieggiare e calpestare, come Roma nel 1527 dai luterani tedeschi, altre che tennero fieramente testa. Artieri e mercanti ridiedero di piglio alle vecchie picche arrugginite, si esercitarono al tiro dell'archibugio, sostennero assedi, difesero a palmo a palmo le vie e le piazze della citt invasa, si inquadrarono nelle ordinanze destinate a combattere in campo aperto. Oltre Padova, ricordiamo Brescia che sub, ma non passivamente, crudele saccheggio dai Francesi di Gastone di Foix; Nizza, fedele a Savoia, che respinse l'assalto dei Turchi alleati del Re Cristianissimo ed ebbe in Caterina Segurana la sua eroina; Cuneo, pi volte vanamente assediata; finalmente, Firenze nel 1529 e Siena nel 1555. Cattiva prova fecero sotto Prato, nel 1512, le Ordinanze di fanti caldeggiate dal Machiavelli. Al primo assalto degli Spagnuoli, freschi della terribile battaglia di Ravenna, esse si sbandarono ignobilmente. Ma quando Imperiali e Papalini mossero ad investire la citt, Firenze ritrov la sua anima antica, si vesti di ferro, fece il deserto davanti ai nemici, laddove erano sobborghi popolosi e ville e giardini, elesse Cristo a suo protettore, mostrando, "cosa a questi tempi meravigliosa da udire non che da vedere, le armi congiunte con la piet e il timor di Dio" (Relazione dell'oratore veneto Capello. E ai grandi signori che guidavano le soldatesche di Carlo Quinto e del Papa, contrappose un oscuro mercante, Francesco Ferruccio, saldissima tempra. Egli personificava il vecchio italiano delle citt, l'italiano mercante e soldato, l'italiano che non chinava il capo davanti a Cesare e Pietro, se non in quanto essi tenevano le mani lontane dalle sue libere istituzioni.
Ancor pi: gli Italiani, male organizzati e male utilizzati militarmente dai loro governi e attratti perci nell'orbita degli altri principi, si gettarono in quella generale furia di guerra senza guardare per chi e contro chi combattevano. Passioni violente, odi familiari diventati natura, rivalit di condottieri, umori di fazioni riattizzate dal vento procelloso, esplosero. Entro la cornice delle guerre europee per l'Italia, accanto agli episodi della guerra italiana contro gli stranieri, una vasta guerra civile, rotta in mille battaglie e scaramucce e duelli. Numerosissimo questo mercenarismo nostrano, stimolato dalle altrui guerre sul suolo italiano, mentre ancora duravano i coefficienti sociali, quasi patologici, che gli davano interno alimento. Vi entr gente di ogni condizione e d'ogni statura morale; in grande quantit, rifiuti sociali, banditi, uomini senza arte n parte, spadaccini, contadini stanchi di voltare la gleba, rampolli di famiglie spiantate. Vi entr la nobilt, quasi in massa, ristorando la sua fortuna oppure consumandovi le residue forze ed ogni buon nome. Ognuno ricorda Fabrizio Maramaldo, piccolo signore calabrese, divenuto sinonimo di traditore e rinnegato, sebbene egli non fosse peggiore di mille altri che pure godettero buona riputazione. Ne reclut specialmente Carlo Quinto, verso cui di preferenza gravitarono questi mercenari, per la stessa eterogeneit dell'organizzazione politica e militare rappresentata dal Re e Imperatore di casa Asburgo, su le cui terre non tramontava mai il sole. E Carlo Quinto conquist l'Italia con forze, in proporzione notevole, italiane. N solo l'Italia. Ma con esse, egli ed anche i suoi successori, combatt tutte le sue guerre. Basti ricordare solo i grandi capi: Emanuele Filiberto di Savoia, che vinse a San Quintino; Alessandro Farnese, forse il maggiore del suo tempo, certo il solo degno, di fronteggiare Guglielmo d'Orange, per Filippo Secondo di Spagna; Ambrogio Spinola genovese che, recatosi nei Paesi Bassi, con su denari raccolse schiere di mercenari, italiani o no, e dopo un memorando assedio prese Ostenda e Breda, fortissima. E poi, con gli Asburgo di Spagna o di Austria, Piccolomini, Montecuccoli, Caraffa, Caracciolo, Toraldo, Eugenio di Savoia eccetera eccetera. Vita randagia in Fiandra, Germania, America, Africa, Francia; specialmente i Napoletani, che da pi lungo tempo erano. inclini a duellare e combattere, dato l'influsso spagnuolo, la povert del paese, il numeroso baronato. Da noi, guarnigioni di Tedeschi, di Spagnuoli, di Valloni. Ma, fuori d'Italia, diecine di migliaia di Italiani. E si udirono gi allora, preludendo ad altre di pi accorato accento e di pi larga risonanza, del Diciannovesimo secolo, parole di rammarico per tanto vigore che si consumava, lontano, senza nessun vantaggio della patria comune. Vita allo sbaraglio, senza fini che la nobilitassero. Ruberie, conosciute e tollerate in alto, perch spesso in luogo di stipendio. "Corruttela generale della milizia del nostro tempo", nella quale "i soldati italiani, seguendo l'esempio degli spagnuoli, cominciarono a non cedere in parte alcuna alle loro enormit" (Guicciardini). Era "materia da poterne trarre ogni forma". Nei combattimenti, nei duelli, uomo contro uomo, questi Italiani non erano da meno di nessuno. Eguale coraggio e prestanza fisica, con, in pi, il lampo di una pi fine intelligenza, le risorse di una pi ricca personalit. Chi non ha presente Giovanni de' Medici? Capo di quella "Compagnia dalle Bande Nere" che raccoglieva la sua gente da tutta Italia, ma specialmente dalla Toscana, ed aveva fama della migliore fanteria e della pi temuta che allora fosse, se anche della pi rapace e insolente, egli fu l'ultimo rappresentante dei "condottieri", ora che sono in campo grandi eserciti e capitani che servono fedelmente il loro Re, Antonio de Leva e il cavalier Baiardo, il Pescara e Gastone di Foix. Cresciuto fra zuffe e violenze e crudelt contro tutti, impetuoso e di pazzo ardire, vissuto da soldato e non da frate, ma in modo non indegno di un soldato, come gli fa dire in punto di morte uno scrittore coevo; uomo "di gran concetti e pigliatore di gran partiti", e circondato di tanta riputazione "che fra gli Italiani non ci sia capo a chi i soldati vadano pi volentieri dietro, n di chi gli Spagnuoli pi dubitino e stimino pi"; in lui Machiavelli confid, dopo la battaglia di Pavia, che potesse "aggirare il cervello agli Spagnuoli e variare i disegni loro". E realmente, "non fu mai visto chi levasse a tanta speranza l'arme italiane", giudic un altro contemporaneo. Fu suo' discepolo quel Sampiero da Bastelica, "splendore de la valorosit corsa" (Pietro Aretino), che dai ricordi del maestro e dalla consuetudine con la Toscana e con la famiglia medicea, trarr poi motivo per invocare, contro Genova, Alessandro e Cosimo de' Medici. Ma lo attendeva, a breve distanza dalla battaglia di Pavia, il colpo di archibugio di un lanzichenecco, mentre cercava arginare i Tedeschi di Giorgio Frundsberg, a cui l'imbelle marchese di Mantova, generale delle milizie pontificie, lasciava libero il passo e l'Estense di Ferrara, in odio a Venezia, forniva nascostamente cannoni, sotto un carico di sale. Ferito gravemente, sopportava con tolleranza meravigliosa i fieri dolori. "Se vivo", diceva, "insegner ai Tedeschi e come si combatte e come io so vendicarmi". Morto lui, "nel maggior bisogno d'Italia", Firenze e Roma "tosto sapranno ci che sia il suo non esserci", scriveva, dando un vivo profilo dell'eroe, Pietro Aretino. Il quale rispecchiava il pensiero diffuso nel popolo che, vivo Giovanni de' Medici, Roma non sarebbe stata tocca e, quindi, neppure Firenze. La antica e raffinata civilt non aveva in questi Italiani distrutto il vigore natio, come non lo distruggeranno poi tre secoli di dominio straniero. E forse  da chiedersi se la debolezza della loro vita collettiva, cio dei loro Stati, non dipendesse allora dal troppo rigoglio delle energie individuali, dalla incapacit dei piccoli Stati a contenerle, educarle, volgerle a bene. Vi era come una sproporzione fra i quadri politici, assai ristretti, e la sostanza umana sociale che in essi fermentava e traboccava; certa disuguaglianza e squilibrio fra i vari elementi della vita italiana. Non riuscita l'Italia a creare uno Stato nazionale, vide, nei suoi Stati troppo angusti e nella nuova temperie europea, risolversi in disordine e fiacchezza ci che entro Stati pi grandi avrebbe potuto risolversi in ordine e forza.
Vi sono dunque gli elementi di una storia italiana o di Italiani, anche in questo primo cinquantennio del secolo, in cui la scena della penisola e dell'Europa  occupata dai grandi personaggi, rappresentativi di nazioni e popoli giunti a organizzarsi fortemente. Accanto a dinastie e governi che affondano, individui e piccoli gruppi e anche citt che emergono vigorosamente. Accanto a Stati indipendenti che si sfasciano, altri che o soccombono con onore, come la Repubblica fiorentina, o si assicurano condizioni di esistenza ancora secolare, come Venezia, o si ricostituiscono sopra pi solida base. Nel rimescolamento generale della penisola, qualcuno trov degli appigli e si sollev. Vi fu un interesse di questa o quella Potenza in lotta e poi, in ultimo, della Spagna vittoriosa, a rafforzar la posizione di questo o quel principe, per sottrarlo alle suggestioni dell'avversario e promuovere le forze di resistenza all'avversario. Cos vedemmo i Borgia giovarsi dell'amicizia e dell'aiuto di Luigi Dodicesimo, per rivendicare citt e provincie dai tirannelli locali; e Giulio Secondo, poi, il maggior costruttore dello Stato della Chiesa, sfruttare la ostilit europea contro Venezia, per il riacquisto delle citt romagnole, dopo avere, con propri mezzi e con procedimenti rapidi e decisivi che assai piacquero a Niccol Machiavelli, cacciato Baglioni e Bentivoglio da Perugia e da Bologna, le due maggiori citt dello Stato. Dopo d'allora, altre tempeste si rovesceranno su questo Stato, sofferente dei mali stessi di cui le coeve Monarchie elettive, difeso da cattive armi gi allora oggetto di derisione in Italia, malamente governato dai suoi principi che o lo sfruttavano per il parentado o lo sfruttavano per la "religione", insomma, sempre per interessi che trascendevano il popolo. E su questa quasi organica incapacit di buon governo da parte dei Pontefici, ironizzava il sottile spirito di Niccol Machiavelli. Tuttavia, nel '500 e in parte del '600, lo Stato della Chiesa tocca il suo culmine, quanto a vigore d'insieme; come lo toccano i Papi e la Chiesa di Roma, rinfrancatisi nella tempesta politico-religiosa che squass l'Europa e la cattolicit. E quello Stato e questi Papi non sono senza efficacia nel porre un qualche argine all'invadenza europea in Italia, nel creare contrappesi a chi minacciava di troppo ascendere, nell'impedire che gli Spagnuoli di Napoli si congiungessero, attraverso la penisola, con gli Spagnuoli di Milano.
La stessa funzione ha, in pi modesta misura, il Ducato e Granducato di Toscana. E il Ducato di Toscana anche esso nacque, attorno al 1530, col favore di Spagna, con la cooperazione di Spagna, che pag di questa moneta altri benefici ottenuti dal Papa di casa Medici, e distrusse in Toscana i vecchi centri di francofilia. Cos cadde Firenze, cadde Siena, caddero le gloriose "libert"; ma cadde anche la vecchia anarchia municipale, la resistenza invincibile di ogni citt ad una disciplina statale pi ampia; e si compi finalmente l'opera a cui la Repubblica fiorentina aveva tante volte messo mano senza mai poterla compiere, cio l'unit politica della regione, accompagnata, per circa un secolo, da certo vigore di armi e di navi, da certo credito internazionale, da feconda attivit organizzatrice interna.
Intanto, anche nell'angolo nord-ovest della penisola italiana, tra Regno di Francia e domini spagnuoli di Lombardia, Filippo Secondo aveva restituito nel possesso delle vecchie terre sabaude Emanuele Filiberto, vincitore nelle Fiandre. Doveva custodire i valichi alpini, guardare il Milanese dalla Francia, quasi organizzare per la Corona spagnuola una regione che non aveva mai avuto nessuna unit e che adesso era tutta sconvolta dal correre e ricorrere di tanti eserciti. Ed Emanuele Filiberto organizz la regione; volse a servizio dello Stato la nobilt eslege; fece della materia prima popolo e contadini, che ai contemporanei pareva inerte e buona a nulla, contribuenti e soldati fedeli. Solo che tutto questo fece non per la Spagna ma per la sua dinastia e, quando l'ora fosse giunta, per l'Italia.
Questi elementi di storia italiana in una storia che si presenta, per altri versi, pi francese o spagnuola o asburgica, affiorano ancora meglio nella zona della cultura. Gli anni delle guerre per l'Italia sono gli anni di Michelangelo e Ariosto, di Machiavelli e Tiziano, di Raffaello e Guicciardini e Palladio. Pittura ed architettura grandeggiano fra le arti. Storiografia e pensiero politico danno le loro opere pi eccellenti. La filosofia della Rinascenza comincia a fiorire e fruttificare, partendo dal nuovo concetto dell'uomo, elevato, spiritualizzato, fatto signore dalla natura e simile a Dio. La tempesta che squassa la penisola sembra che non turbi il ritmo di queste attivit spirituali. Pu essere, anzi, che le promuova, dia loro pi sostanza e nerbo. V'era nella cultura italiana del Quindicesimo secolo qualcosa di estrinseco e fittizio. Idolatria degli antichi. Ancora imperfetta fusione e quasi dualismo e antagonismo tra l'antico e il nuovo e pi veramente proprio. Falso o inadeguato concetto, nei politici, delle forze che reggono gli Stati. Letterati e artisti, chiusi nella torre eburnea dei loro interessi meramente estetici e culturali, indifferenti al resto, ignari di ci che fosse veramente il mondo del loro tempo, di ci che era nascosto dietro quella "barbarie" di Francesi e Spagnuoli o Tedeschi, davanti a cui torcevano disdegnosamente il viso. Ora, nessun dubbio che il nuovo secolo, in quanto tuffa gli Italiani in una pi varia e vasta realt e agita pi profondi strati di sentimenti e di passioni, offre materia di esperienze dolorose ma chiarificatrici; nessun dubbio che il nuovo secolo contribuisca ad affinare lo spirito italiano, dia agli Italiani qualche maggior consapevolezza di s e delle cose, illumini angoli oscuri della realt, riveli ai loro occhi rapporti prima non visti, demolisca altri "idola", dia a taluni artisti e scrittori un senso pi intimo o pi tragico della vita, acceleri l'evoluzione della letteratura schiettamente umanistica in letteratura italiana, della storiografia liviana o plutarchiana nella nuova storiografia a fondo politico, in cui tu ritrovi qualcosa dell'antica sostanziosit e aderenza alle cose vive che era propria dei cronisti municipali, con in pi la nuova cultura dell'umanesimo e la visione di un mondo pi vasto, antico e presente, dominato dal nostro pensiero.
Questo possiamo constatarlo specialmente a Firenze, tornata ad essere teatro di vita varia e intensa e rapida pi che ogni altra citt o provincia d'Italia, tutta passioni interne, tutta sforzo di restaurazione o di creazione istituzionale, tutta legami col mondo attorno, direttamente, o per il tramite dei Papi medicei, tutta sottile diplomazia per schivare gli scogli della difficile navigazione: E' la Firenze del Savonarola e del Machiavelli e di Francesco Ferruccio e di Michelangelo. Lotte di gruppi e di partiti politici, dispute pel regime, contrasti popolo-signoria, agitazioni religiose e politico-religiose.... Poich la politica pervade Lutto e tutti, anche chi pensa a riforme morali e religiose; ed i problemi morali e religiosi si intravedono dietro la politica, dagli spiriti pi sensibili. Un po'  l'antico comune in cui tutto  unit e metallo fuso; un po' sono i nuovi tempi che qua e l si manifestano per loro segni. A Firenze, meno che altrove letterati puri; pi che altrove uomini che uniscono cultura e politica, che insomma vivono la loro cultura. A Firenze, tutte le questioni dello Stato cittadino e territoriale sono discusse, fra il Quindicesimo e il Sedicesimo secolo, cio dopo il passaggio di Carlo Ottavo e la cacciata di Piero de' Medici. Ma a Firenze  anche posto per la prima volta, con qualche concretezza di pensieri e con fervore di animo, il problema dello Stato che raccolga ad unit i popoli aventi eguale lingua, religione, memorie: e ad essi, in quanto uniti, assicuri il massimo di felicit; da essi, in quanto unit morale, tragga il massimo di forza. E lo stesso uomo, Niccol Machiavelli, che prima, come segretario dei Dieci, come riformatore di ordini militari, come diplomatico e ambasciatore in Italia e fuori, era tutto vissuto nelle cose della citt; poi, escluso in malo modo dal Governo, tagliato fuori da ogni attivit pratica, raccoltosi in se stesso, con la "lunga esperienza delle cose moderne e la continua lezione delle antiche", ascende da Firenze all'Italia o, meglio, connette il problema di Firenze e della sua indipendenza con quello della indipendenza dell'Italia e vede possibile conservare quella, solo in quanto la sua citt si ordini in forte Stato e sia parte di una Italia organizzata in qualche forma di unit. In lui, fredda, quasi naturalistica constatazione e rilievo della c verit effettuale delle cose", il possibile sostituito al desiderabile, "ci che " e "ci che dovrebbe essere" o "si dovrebbe fare". Ma in lui, spirito dinamico, incapace di vedere la realt se non in moto; in lui, anelito a procedere oltre, prendendo le mosse da quel che , facendo leva su l'uomo che  libero di volere, e non solo di astrattamente volere, ma di agire su le cose, fondendo volont e cose, forze sue e forze che lo trascendono. Nell'Italia del suo tempo, sorpresa senza milizia, senza concordia, senza vigore n di popolo n di dinastie, dall'Europa monarchicamente e nazionalmente organizzata, Machiavelli  portato a concentrarsi tutto nel problema dello Stato, dello Stato in genere e dello Stato nella penisola; ama e cerca e vagheggia nelle storie quasi solo fondatori e restauratori di Stati; vede in questa la pi alta attivit che possa toccare all'uomo; non si occupa della religione se non in quanto Chiesa e in quanto mezzo per governare, per afforzare lo Stato; non ha interessi per l'arte, come non li ha il maggiore e pi vicino dei suoi modelli e ispiratori, Cesare Borgia, e solo fa oggetto di riflessione l'arte di Governo.


4. - IMPERO INTELLETTUALE ITALIANO.

Questa cultura umanistica, questa cultura pi propriamente italiana che emerge assorbendo ed elaborando l'umanesimo, ricevendo da esso pii variet di forme, pi universalit, pi credito; questa cultura duplice e sempre pi una, acquista, dalla fine del '400, crescente vigore espansivo. L'Italia si permeava tutta di influenze politiche europee; ma l'Europa si permeava tutta di influenze letterarie e artistiche italiane. Da un pezzo era cominciata l'irradiazione dalla penisola. Dopo la Francia della poesia cavalleresca, propagatasi in tutta l'Europa feudale; dopo la Provenza dei trovatori; ecco di nuovo l'Italia: l'Italia dell'arte romanica e dei giuristi, di Giovanni Boccaccio e del Petrarca, i due scrittori che primi segnano il confluire e mescolarsi di italianit e latinit, Per tutto il '400,  un crescendo. Anche i paesi che avevano iniziato un proprio e spontaneo moto di studi classici, come la Francia, o avevano tratto da vicini centri il primo impulso, come il Belgio dalla Borgogna, ora cadono sotto il dominio dell'umanesimo italiano e sostituiscono influssi italiani ad ogni altro influsso. La vita intellettuale di pi che una Corte europea si modella sulle: vita delle Corti italiane: cos, in Germania, quella del conte palatino Federico, fondatore della prima universit tedesca rivolta a studi umanistici; pi ad est, quella di Polonia e, ancor meglio, quella di Ungheria, con Mattia Corvino e Beatrice d'Aragona, una delle molte principesse italiane che ebbero eletta cultura e gusto per la poesia e l'arte e che, maritate in Germania, in Francia, in paesi slavi e magiari, contribuirono a portarvi la conoscenza e il desiderio del nostro Rinascimento. Nella seconda met del '400, Italiani ed influenze italiane notevoli penetrarono fin a Mosca, nella Corte degli Zar. Ma dalla fine di quel secolo, le nuove condizioni dell'Europa, tutta in movimento e in scambievole penetrazione, l'intreccio dei rapporti diplomatici e militari, i legami creati dalle alleanze e dalla solidariet politica, i richiami che vengono da oltre Alpe, da paesi cio che erano in sul crescere e intellettualmente recettivi, tutto questo apre ai nostri molte porte, allarga ai pi operosi e insofferenti il campo di attivit, li sollecita ad uscire ed espandersi. Quindi, emigrano: vanno nelle Corti, sono accettati e ricercati nelle scuole e nelle Universit, come maestri dell'unico modo di studiare i classici. Cos in Austria, dove parecchi ne giungono dalla Venezia Giulia e da Trieste. Cos in Francia, presso Carlo Ottavo e successori suoi.
Si trovava gi nel vicino Regno, l'anno 1494, quel Fausto Andrelini che accompagn col suo canto ed esalt le spedizioni di re Carlo e di Luigi, la occupazione di Napoli, la vittoria di Fornovo, la caduta del Moro, la resa di Genova a Francia nel 1507. Non piccola la sua importanza, per lo sviluppo della letteratura francese del '500. E con l'Andrelini, quel Girolamo Balbo, veneziano, che fu, in Francia, a Vienna, a Praga, in Inghilterra, diplomatico, precettore, professore di poesia e di diritto. Da Luigi Dodicesimo  chiamato in Francia Paolo Emilio Veronese, -che allora si trovava a Roma; e a lui il Re affida l'incarico di scrivere la storia della Monarchia francese, il "De rebus gestis Francorum". Attorno a Francesco Primo, ve ne  un manipolo, di Italiani: Luigi Alamanni, Emilio Ferretti, Annibale Nuvolara, Giovanni Michele di Morra, Vincenzo Gambacorta eccetera, poeti, eruditi, giuristi. Accanto a non pochi poetastri che tentavano invano la fortuna e se ne tornavano poi delusi, imprecando all'"albagia franciosa", altri di fine ingegno poetico, come, appunto, l'Alamanni che, legatissimo al Re ed alla Francia, quasi affonda in terra francese le sue radici e pubblica li e dedica al Re le sue "Opere toscane", lentamente dimenticando l'esilio e la patria lontana. E quando non uomini vivi, opere letterarie di vivi e di morti, in generale dei migliori: Bembo, Castiglione, Sannazaro, Tansillo, Ariosto, l'Aretino, oltre Boccaccio e Petrarca che d vita ad un vero petrarchismo francese; poesie, novelle, commedie d'arte, trattati sui costumi, opere morali eccetera, letti, tradotti, imitati, prima grossolanamente, poi con crescente consapevolezza e misura e arte. Torna in Francia, dall'Italia, sotto forma di raffinatissimo prodotto letterario, tutto armonia, ci che in Italia, ancora per met feudale, era secoli innanzi giunto dalla Francia come rozza materia di romanzo cavalleresco. Dico l'"Orlando Furioso", il pi letto dei monumenti letterari italiani fuori d'Italia! Per oltre mezzo secolo, la Francia fu tutta aperta agli Italiani, alle loro varie opere, ai loro vari influssi: senza contare i Francesi che vengono essi in Italia. Come si fecero pi intensi molti scambi economici fra i due paesi, come aumentarono le esportazioni francesi in Italia e si moltiplic il numero dei banchieri e delle banche italiane a Marsiglia, Lione, Parigi, Tolosa, Bordeaux, Montpellier eccetera, cos merci intellettuali italiane passarono la frontiera francese. I crescenti successi spagnuoli nella penisola spinsero poi molti dei nostri, insofferenti di quel dominio, ad emigrare in Francia: e fra essi, tali che operarono anche nel campo degli affari e della cultura. Accanto al nobile signore napoletano, il principe di Melfi o il duca d'Atri o il principe di Salerno, che fanno essenzialmente della politica e stanno li accampati, in orgogliosa o vanitosa povert, aspettando il ritorno; accanto ad essi, i Fiorentini industriosi e sottili, esperti di banca e affiatati con le umane lettere, spesso letterati e poeti essi stessi. Ve ne sono specialmente a Lione, quasi capitale e sede di governo della "nazione fiorentina" all'estero, in vista dell'Italia. Ma anche a Parigi e a Corte, politicamente e militarmente influentissimi. Cos gli Strozzi, quasi dinastia principesca, con Leone, Roberto, Lorenzo e, emergente su gli altri, Pietro: tutti figli di Filippo che era morto a Montemurlo, invocando vendetta contro il trionfatore, Alessandro dei Medici. Eccelle Pietro, per le doti naturali dell'italiano e del fiorentino e per le doti acquisite dell'esule: cultura, finezza, passionalit, indifferenza religiosa, bel parlare, amore dell'eleganza, capacit di intrigare, sete di gloria o popolarit.." Dai Re ha pensioni e onori e uffici, fin quello di Maresciallo di Francia; e dei Re egli  consigliere e quasi ispiratore, per quanto tocca la politica italiana. Forse nessun paese allora assorbi e si giov di Rinascenza italiana come la Francia: quella Francia che si preparava a traboccare intellettualmente essa stessa, tra non molto, fuori dei suoi propri confini e servir di modello agli altri. Ma, in misura pi o meno grande, direttamente attingendo alle sorgenti o servendosi della mediazione francese, anche l'Inghilterra e l'Austria e la Polonia e la Spagna. Oltre Manica, vi era stata nel '400 una influenza dell'umanesimo italiano: Oxford, come centro; protettore, il duca Humpfrey di Gloucester, figlio di Enrico Quarto. Ora, in ispecie nella seconda met del '500,  la volta della cultura pi propriamente italiana. Attecchiscono alla Corte inglese le regole del Cortegiano e del Galateo, i due pi diffusi codici della societ elevata europea, assai efficaci, con altri trattati nostri su la equitazione, la scherma eccetera, a formare il "gentiluomo" di molti paesi, anche d'Inghilterra, che allora veniva uscendo dalla antica sua rozzezza. Molti italiani, presso Enrico Ottavo ed Elisabetta: basti ricordare Petruccio Ubaldini che fu intimo della Regina, fece versi a Corte, insegn la sua lingua, tradusse opere storiche; e Giovanni Florio, entranto l a servizio del conte di Southampton e attivissimo come maestro, versificatore, traduttore eccetera E molti Inglesi in Italia, a Venezia pi che altrove, dove si apriva ai loro occhi una vita lussuosa e fastosa, di cui riportavano il ricordo ed il desiderio in patria: non senza rammarico di taluni connazionali loro, a cui pareva che la fibra inglese si ammorbidisse, con questi contatti. Quanto alla Spagna, molti Genovesi erano li, non certo i pi adatti come colonizzatori spirituali. La loro virt si esauriva quasi tutta negli affari: commercio, banca, appalti eccetera Un bizzarro scrittore nostro, Traiano Boccalini, poteva, fra il Sedicesimo e il Diciassettesimo secolo, rappresentare la Spagna come una "potente reina", ma dal corpo coperto di sanguisughe, "per la maggior parte, Genovesi". E ve ne  grandi come anguille di Comacchio! Ci non ostante, una serie di "italianizzanti" conta la Spagna del Sedicesimo secolo: massimo, quel Gargilaso de la Vega, che fu soldato e poeta e molto visit e conobbe l'Italia.
N si tratta, qui e altrove, solo di poesia e di umane lettere. La recezione del diritto romano in Germania, specialmente negli Stati del Sud, tocca nel '500 il suo culmine. Ed era il diritto romano passato attraverso la pratica delle citt e le scuole di diritto. Fra le quali, dopo Bologna, primeggia ora Padova, frequentatissima da Tedeschi, avanti che il primato in questi studi passi alla Francia, all'Olanda, alla Germania. Peregrinarono lungamente fuori d'Italia, sfuggendo alle persecuzioni, i filosofi italiani del '500 e del '600 : massimo, Giordano Bruno. E lasciarono di s tracce profonde. In Germania, alla fine del Sedicesimo secolo, vi  chi lamenta che un certo modo di filosofare italiano si sia diffuso per tutto il paese ed abbia invescato specialmente i giovani. La storiografia europea di questa stessa epoca , essenzialmente, attivit di Italiani. A questa attivit, nel '400 e nella prima met del '500, offrono argomento in special modo le citt e gli Stati italiani; ma poi, anche vicende e personaggi di altri paesi, via via che questi sono attratti nel cerchio della vita europea e che in Italia viene a mancare o a farsi difficile la materia indigena. Ricchissima diventa allora la storiografia italiana, volta a narrare le guerre di Fiandra o i torbidi cieli della Francia, le vicende dell'Impero o quelle di Spagna, la storia del Portogallo e dell'Olanda o dell'Impero turco, i fatti generali d'Europa o gli eventi d'oltre Oceano, delle terre di nuova conquista e colonizzazione. Si ricordi Davila, Bentivoglio, Famiano Strada, Vittorio Siri, G. B. Biraghi, Galeazzo Gualdo Priorato, Gregorio Leti eccetera, molti dei quali furono tradotti e tradottissimi e rimasero nella letteratura di quei paesi. Grandi maestri erano stati nel '400, agli storici d'oltre Alpe, Leonardo Bruni e Biondo Flavio, i due maggiori rappresentanti della storiografia umanistica, vuoi rettorica, vuoi erudita. Essi avevano aiutato nelle loro prime armi, o nello sforzo di passar dalla cronaca alla storia, dalla storia locale alla storia nazionale e generale, gli scrittori di Germania e Svizzera, di Spagna e Francia ed Inghilterra. Dalla scuola del Biondo erano usciti o escono il Beato Renano, l'Aventino, lo Stumpf, lo Tschudi, il von Watt (Vadiano), tedeschi e svizzeri; lo Zurita spagnuolo; altri altrove. Discepolo dei cinquecentisti fiorentini, invece, cio dei grandi storici politici,  ora Francesco Bacone, in Inghilterra, laddove al principio del secolo Turbinate Polidoro Virgilio aveva cominciato a dissodare umanisticamente la storia nazionale: e discepolo non solo nel modo di scrivere storie, ma anche nel pensiero politico. Machiavelli ha, nel '500 ed oltre, una vicenda europea!
Infine, arti figurative e, pi ancora, architettura, arte per eccellenza. Holbein e Drer raggiungono piena consapevolezza di s, solo dopo contatti con la pittura italiana. Rubens, che molto visse in Italia, u godendo lautamente delle sue delizie", come egli scrisse ad un amico, molto anche deve a Raffaello e Michelangelo e Mantegna e Tiziano. Fino a met del '600, dura in Francia l'influsso pittorico italiano: e la fondazione dell'Accademia di Francia a Roma, voluta da Colbert,  quasi omaggio alla Rinascenza italiana, a cui si chiedono aiuti per la glorificazione della Monarchia. E chi non sa che molti e molti edifici e gruppi di edifici e la parte monumentale di citt spagnuole e inglesi e francesi e tedesche e austriache e boeme e polacche e, dal principio dei '200, anche russe, cio anche di paesi che avevano ricche tradizioni costruttive proprie, sono architettura italiana? Vi furono resistenze, maggiori o minori; ma furono, dove pi dove meno, vinte, specialmente nei paesi pi vicini all'Italia e pi abituati a servirsi dello stesso nobile materiale, la pietra, di cui si servivano gli Italiani. Durevoli in particular modo, dopo quelli del romanico e del Rinascimento che culmina col grande Palladio, gli influssi del barocco sopra l'architettura del mondo cattolico tutto quanto, poich ad esso dava credito anche la Chiesa, uscita con nuova lena dalla Controriforma ed armatasi di tutte le armi - cultura ed arte e musica - per combattere la sua battaglia. Se ancora nel '600, e in parte del '700, il mondo guarda all'Italia, spiritualmente impoverita, vi guarda in modo speciale per l'architettura. La quale, tuttavia, divide con la musica questa sua gloria; il Bernini e il Borromini, il Juvara e il Vanvitelli, col Palestrina, col Paisiello, col Porpora, con lo Scarlatti, col Cimarosa, col Piccinni.
Cos, mentre l'Europa invadeva e dominava l'Italia, anche l'Italia iniziava o spingeva a fondo una sua invasione e un suo dominio; Favorivano l'Italia, nel suo espandersi, quelle stesse condizioni di priorit e superiorit che avevano favorito, nella loro sfera politica e militare, gli altri; la favorivano anche lo stato di guerra e la sua dipendenza stessa che, se mortificarono molte manifestazioni di vita italiana, altre ne promossero, quasi che quella dipendenza offrisse agli Italiani un campo pi vasto per operare e li facesse partecipi in qualche modo della fortuna stessa dei dominatori. Alla fine del 'quo, rotto l'incantesimo da Colombo, da Vasco di Gama, dai Caboto, da Magellano, l'Europa irrompe fuori del suo mondo romano-germanico, che  quasi tutto il suo mondo medievale, e va a fecondare i nuovi mondi scoperti o gli antichissimi mondi ora ritrovati per altre e pi agevoli vie. Da questa opera che , innanzi tutto, portoghese e spagnuola, poi olandese, inglese, francese, l'Italia rimane assente o quasi. Essa , come attivit pratica, in decadenza. Dopo l'ra dei popoli vlti verso Oriente,  l'ra dei popoli vlti ad Occidente, verso l'Oceano. Ma l'Italia non si apparta, anzi si eleva ancor pi, per circa un secolo, come attivit intellettuale ed ha anche essa un suo Impero. Questo Impero, ora prende le insegne di Roma pagana, ora quelle di Roma cristiana e cattolica, ora pi veramente quelle italiane. Ma  sempre, pi o meno, l'Italia, lo spirito italiano, gli uomini di questa terra dalle molte vite sempre rinascenti. All'inizio della storia moderna, che  storia di Stati nazionali, l'Italia rid una certa spirituale unit al mondo circostante, sia pure destinata a perfezionare e accelerare la vita delle nazioni. Non era stato diverso, quindici secoli prima, il compito di Roma antica e del suo Impero.
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FINE.